Filosofi in azienda... io ne conosco una

L‘intervista dal basso alla mia amica Adele Corbo

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“Le aziende hanno bisogno di più filosofi”

Questo postava su Instagram Raffaele Gaito poco tempo fa. Non so se è una sua citazione originale, se è un aspetto riconosciuto nel processo di Growth Hacking aziendale, ma da qui vorrei partire, per presentarvi la protagonista della mia intervista dal basso di oggi.

Chi è? Adele Corbo.

Le ho chiesto un po’ di cose sui suoi attuali impegni ed ha accettato di rispondere, in maniera semplice, “dal basso”, perché vorrei capire bene quello che fa, in base a quanto scrive nelle sue competenze sul suo profilo Linkedin

Ma andiamo con ordine: prima di far parlare Adele, vorrei spiegare “chi è” per me Adele, e quanto valore porta nel suo bagaglio personale.

Apro una parentesi: io insegno catechismo in parrocchia, ed amo definire i ragazzi che seguo un po’ “mie creature”… in qualche modo quello che semino rimane dentro di loro. Chiusa parentesi.

Adele è “una mia creatura”. È stata per poco, forse un anno solo, a catechismo da me, ma poi ha proseguito il cammino in parrocchia, diventando lei stessa catechista ed educatrice, superando di gran lunga l’insegnante.

Siamo diventate amiche, collaboratrici, punti di riferimento una per l’altra. Nel corso degli anni ho seguito marginalmente i suoi studi… mi ero fermata alla laurea in filosofia, ma il suo curriculum e quello che sta facendo ora è molto, molto di più.

Lascio la parola ad Adele, che ha risposto - raccontandosi - alle mie domande, rigorosamente nello stile “dal basso”

In breve, mi racconti il tuo percorso di studi, che ti ha portato ad essere la ragazza super impegnata che sei oggi?

Parto dal quinto anno liceo, da un tema pre maturità: metto nero su bianco una piccola teoria sul dialogo e sulla sua centralità in tutte le cose.
La vita, “quella buona”, è fatta di dialogo e confronto con le persone. Decido di voler approfondire il discorso sull'uomo e sul dialogo in un percorso quinquennale in Filosofia, non semplice ma che rifarei mille volte: laurea triennale a Vercelli, poi magistrale a Torino. Percorso in cui maturo un doppio amore: la ricerca e l’azienda. Volevo creare innovazione nel modo di gestire le persone in azienda, contribuire a creare un contesto in cui le persone potessero avere la possibilità di realizzare quella “vita buona” di cui avevo iniziato a riflettere a 18 anni.
Però entrare in azienda implica avere le giuste competenze: lascio Torino per iniziare un master in gestione delle risorse umane a Castellanza, conosco quella che considererò sempre la mia mentore professionale e di vita nel mio primo tirocinio come HR Generalist tra Varese e Milano, mi sposto a Biella per approfondire il mondo della formazione aziendale. Sono mesi in cui però patisco l’assenza di studio e di ricerca… Sento che mi manca qualcosa, e nemmeno a dirlo arriva un’occasione tutta particolare: il dottorato industriale, che mi lancia nel mondo del diritto del lavoro, la branca che dovevo affrontare per concludere le fondamenta della mia professionalità.

Cos'è, nel percorso universitario un dottorato?

Il dottorato è l’ultimo step della carriera studentesca universitaria e il primo della carriera professionale universitaria: ci si accede per concorso pubblico bandito dalle diverse facoltà con un proprio progetto valutato da una commissione.
Il dottorato industriale, invece, si differenzia perché il progetto viene proposto da un’azienda che vuole portare avanti un percorso di ricerca collaborando con l’università.

Qual è il tuo, che ti vede impegnata attualmente tra Biella e Bergamo?

Il mio dottorato viene promosso dalla fondazione ADAPT e svolto sotto il coordinamento dell’Università di Bergamo. Mi contatta ADAPT a Novembre 2016 e a Febbraio 2017 mi viene proposto di indagare il tema delle Academy Aziendali, su cui si sa molto poco e su cui c’è molto da raccontare. Sai, quando stavo terminando la tesi magistrale due anni prima mi ero ripromessa che in qualche modo sarei riuscita a portare avanti il doppio percorso, a diventare “il ricercatore che esce dalla torre d’avorio e si sporca le mani”. I casi della vita certe volte sono pazzeschi… A settembre 2017 riesco a superare il bando per il XXXIII ciclo e inizia l’avventura tra Biella e Bergamo, in un’azienda che si occupa di automazione industriale. La sfida è quella di ripensare la formazione per un’azienda il cui 70% dei dipendenti è spesso impegnato in trasferte lunghe settimane, ma che ha una costante necessità di tenersi aggiornata. Ormai ora sono all'ultimo anno, è tempo di tirare le somme di quanto studiato.

Come si struttura il tuo lavoro? È differente dal normale lavoro di un “ufficio personale” che seleziona ed assume i dipendenti?

In parte sì: le attività che mi vedono coinvolta maggiormente sono legate alla formazione e sviluppo e alla selezione, attività ben conosciute dalle aziende con un dipartimento HR ben strutturato. Quello che cambia è il mio ruolo, in quanto mi trovo a dover iniziare un percorso HR prima non conosciuto in azienda. Soprattutto per quanto riguarda la formazione: creare nuovi percorsi formativi, capire quali sono le competenze chiave dei ruoli professionali sapendo che questi sono diversi rispetto a cinque anni fa e tra cinque anni molto probabilmente saranno molto diversi. La parola chiave è la “curiosità verso tutto ciò che è nuovo”.

Conosco di te la passione e la cura che metti nella formazione dei ragazzi. Anche nel lavoro è così?

Assolutamente sì.
Quest’anno abbiamo portato avanti per la prima volta un percorso di formazione comportamentale con una trainer fantastica, e i risultati sono stati ottimi. Vedere i partecipanti (tutti Team Leader) entusiasti del percorso e desiderosi di mettersi in gioco anche dopo la formazione mi ha ripagato di ogni sforzo.
Ma cerco di accompagnare la cura verso il mio lavoro soprattutto con lo sforzo di migliorarmi sempre, ogni giorno.

Quali sono le difficoltà maggiori che trovi nel tuo lavoro? E quali soddisfazioni?

Sicuramente non avere un team, lavorare da sola purtroppo è un aspetto che patisco molto perché non c’è niente di più bello che condividere idee all'interno della propria squadra. Ma cerco di ovviare a questa mancanza di un team HR lavorando e confrontandomi il più possibile con i colleghi e i responsabili delle altre funzioni oltre che con i miei capi, ognuno ha qualcosa da trasmettere e insegnarmi.

Ultima domanda, di rito: se dovessi dare una definizione di te stessa, come ti descriveresti?

Forse un po’ severa, soprattutto con me stessa: non mi accontento mai. Vulcanica, sempre entusiasta ogni volta che imparo cose nuove.
Pragmatica e pignola, prima di lanciarmi rifletto sempre su tutte le possibili conseguenze (forse in certe occasioni dovrei osare di più e ascoltare la pancia).
Solida, come un filo d’erba: piccolo, si piega sotto il vento ma non si spezza.
Empatica, sensibile (emotiva!): sempre, sempre a disposizione per gli altri.

Con una certa sorpresa, Adele prende “il microfono” e ribalta le cose:

Ma poi, Silva, vorrai farti intervistare a tua volta?

Certo Adele, ci ritroveremo e mi chiederai tutto quello che vuoi! Faremo un’intervista, questa volta, “allo specchio”

Caro lettore, spero, attraverso questa intervista, di aver raccontato una storia nuova e bella, una di quelle “contagiose”.

Credo che in Italia ci siano tantissimi giovani, come Adele, che hanno voglia di fare, di formarsi, trasmettere valore, creare “vita buona”, senza necessariamente fuggire dal nostro Paese.

Chiudo questo articolo lasciando il link a una pubblicazione che Adele ha scritto nel 2017 per il “bollettino ADAPT” nel percorso del suo dottorato aziendale. Per chi volesse approfondire ulteriormente le tematiche di cui Adele ci ha parlato.

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Impiegata nel settore informatico del Comune di Borgomanero (NO), appassionata di comunicazione, 1mt46 di energia da donare a tutti indistintamente

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