“Parigi val bene una messa”?

Non so se sia un bene o sia un male: ho una caratteristica. Posso dimenticare un nome, ma un volto, mai. Ieri, quando mi hanno detto un nome, il “tuo nome”, scorrendo indietro nella memoria, ho dovuto rifletterci un po’ su. 18 anni sono tanti. Tornando a casa, però, ho continuato a pensarci. Perché? Non lo so, è stata una sensazione molto strana. Si è discusso molto del perché, gli Europei abbiano mostrato più empatia nei confronti delle vittime di Parigi rispetto a quelle dell’Università di Garissa, in Kenya o all’Hotel Radisson Blue, in Mali. Io stessa mi sono detta indignata, ho provato indignazione: è vero, la Francia è più vicina kilometricamente, ma questa una giusta scusa per gettare nell’oblio altri innocenti? Certo che no.

Da oggi, il mio dispiacere rimane lo stesso per (tutte) quelle vite spezzate, ma è anche vero che c’è qualcosa che mi fa sentire Parigi più “vicina” rispetto ad altri posti. Forse, anche per altri, ho pensato è così. “Noi” siamo quelli dei primi Erasmus, i più giovani ancora di più. Non avevo riflettuto sul fatto che, oltre ai motivi più disparati, più o meno giustificabili, fosse più semplice conoscere qualcuno o aver conosciuto qualcuno tra le vittime.

Stamattina, appena sveglia, ho fatto una cosa che faccio raramente (se non per lavoro, quando devo necessariamente farlo): ho scorso quel necrologio online dello scorso novembre, nel sito di Le Monde, per cercare un volto.

La verità è che un attentato scatena in me, in voi, un’umana pietas che lascia quel nodo allo stomaco ogni volta che ne rivedi le immagini , la morte di una connazionale come Valeria Solesin avvicina il tutto(in merito alla quale ho impressa la dignità dei genitori), ma la morte di una persona che, anche per poco, è passata nella tua vita rende tutto terribilmente reale.

Sono consapevole che, molto probabilmente, non è un pensiero politically correct come si usa dire negli ultimi tempi, ma è così. È inevitabile.

“Parigi val bene una messa” indica comunemente un “sacrificio per uno scopo alto”. Diversi erano i tuoi amici musulmani, tanto da portare la tua famiglia in moschea, per un incontro aperto; che il tuo, il vostro sacrificio non siano vani e che lo scopo alto possa essere la costruzione della pace.

I nomi li dimentico, i volti no, come dicevo. Il viso è un po’ cambiato, ma gli occhi sono gli stessi di quando eravamo dei liceali. Sembra una frase fatta, ma eravamo davvero pieni di sogni. Eccoti qui. Ho letto il nome e il cognome. Di colpo, mi sono passate davanti delle immagini, quelle pochissime che ho di te, a cena a casa di amici, gli scherzi di quella sera. La solarità descritta da Le Monde, la ricordo , non stento a credere alla battute fatte ai clienti del Cafè in cui lavoravi. Ricordo, a tratti, una sorta di timidezza iniziale, ma i 18 anni di mezzo non mi permettono di averne la certezza. Voglio, spero di trovare le foto di quella sera, nei vecchi album a casa dei miei, per farle avere ai tuoi genitori. In qualche modo.

Leggendo i giornali, ho scoperto che hai vissuto a Parma per anni, che alla Sorbona eri un ricercatore di lingua italiana e stavi preparando un tesi sul nostro teatro: e soprattutto che “L’Italia era il suo Paese del cuore” . Mi piace pensare che siamo stati noi, tanti anni fa, quando sei venuto in un piccolo paesino delle Marche per uno scambio culturale, a dare il via, o comunque un contributo, a questa tua passione.

Non scriverò il tuo nome, quelli vanno via, i volti restano.