Io non conosco un altro modo per scrivere, se non scrivere di me. Avevo pensato di fare di questo spazio, una pagina bella. Dove scrivere delle immagini che ho negli occhi, delle strade che ho camminato, delle mani che stringevo. Ma per tutta una serie di coincidenze non riesco a farlo. Sono una persona fortunata, non ho mai avuto bisogno di nulla. Soldi, vestiti, cose, case. Sono anche bella e nel tempo ne sono diventata consapevole. Ero e sono quello che agli occhi del mondo là fuori una ragazza con una vita perfetta. Ma la perfezione non esiste. E’ una crosta. E’ una patina impenetrabile da fuori. Che non si squarcia da dentro.

E’ il mio dentro che è ombroso, oscuro, cupo. Lo è sempre stato, ma in un ambiente protetto come era la mia casa di bambina è sempre stato illuminato dal resto, dal contorno. Io lo sapevo, lo sentivo come un compagno silenzioso. Prima era inquietudine che sfogavo nei libri, poi diventò rifiuto del cibo, ora è infinita tristezza e malinconia. Vivo, respiro, viaggio, amo, ma tutto è rallentato è tutto sfuocato. E’ tutto come in una musica, fuori tempo.

Adesso neanche la mia casa riesce più a darmi il ritmo, io vado troppo veloce, sono altro rispetto a loro. Neanche il mio amore, che è il mio posto nel mondo. Resto indietro, arranco affannata su una strada che voglio percorre ma che mi scivola sotto i piedi.

Da ragazzina pensavo fosse un valore, sono diversa mi dicevo, io sento, vibro come foglia accarezzata dal vento. Oggi sono un limite a quella che sono, che respira sotto un cumulo di panni ammucchiati. Mi servirebbe una spinta, una corrente che spazzasse via quello che mi blocca, mi lega, mi imprigiona.

Ma sono io la mia prigione e il mio orizzonte

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