

Come reagire agli attentati di Parigi
Dopo gli attentati del 13 novembre è importante non lasciarsi sopraffare dalle emozioni per non fare il gioco dei terroristi
La cosa più difficile che milioni di europei dovranno affrontare da oggi sarà non farsi trascinare dalla facile emotività. Noto, però, che su Facebook, Twitter e Whatsapp, in molti hanno deciso di lasciarsi andare alle risposte suggerite dallo stomaco, improvvisandosi esperti di politica internazionale e di rapporti interculturali e suggerendo la chiusura di tutte le moschee, l’espulsione di tutti i cittadini di religione islamica e di portare immediatamente i cosiddetti “boots on the ground” per iniziare una guerra a tutto tondo contro lo Stato Islamico.
Onestamente, credo che non abbiano riflettuto a fondo né sulle loro parole né sul significato degli attentati di Parigi perché è semplice capire che dietro a questi attacchi si nasconde una duplice trappola: trascinare gli Stati occidentali in un conflitto che la Seconda Guerra del Golfo ci ha dimostrato di non poter vincere e scavare un solco tra i musulmani, specie i sunniti, che vivono in Europa e “gli altri” (ossia noi).
Nel 2003, gli Stati Uniti di Bush jr. riuscirono a prendere Baghdad in 30 giorni (sorvolo sulle motivazioni della guerra) ma rimasero impantanati in una lotta asimmetrica che non sono mai riusciti a vincere militarmente, il che lascia intendere che la risposta al problema della lotta contro il terrorismo di matrice islamica non è nell’aggiungere più potenza militare sul campo. Neanche l’esercito migliore al Mondo riesce a vincere contro chi rifugge lo scontro in campo aperto.
Eppure, nel 2010, l’Isi (progenitore dello Stato Islamico) era stato ridotto a brandelli dalla politica di inclusione delle tribù sunnite avviata in Iraq, fondamentale per diventare una democrazia pluripartitica. Quando, però, Nuri al-Maliki, penultimo premier iracheno, le ha escluse dal governo e dall’economia della nazione, esse si sono alleate con la stessa organizzazione contro cui avevano combattuto per liberare le proprie terre attraverso il Movimento della Sahwah e sono diventate alleate del califfo al-Baghdadi.


Trascinare gli eserciti occidentali nel “Vietnam” siro-iracheno sarebbe inutile perché la vittoria sul campo (da non dare per scontata) si limiterebbe a combattere i sintomi anziché la malattia, risultando così un palliativo. Il terrorismo fa proseliti laddove violazioni dei diritti umani, ineguaglianze sociali ed economiche e prevaricazione sono moneta corrente, tra l’altro ben tollerata proprio da noi occidentali in ragione della stabilità delle nazioni dove ciò avviene. Laddove si verificano queste condizioni, chiunque si proclami capo di uno Stato, un’organizzazione o un movimento che pensa prima di tutto al benessere dei suoi membri riesce a diventare un leader.
D’altro canto, il problema principale dei terroristi è sapere di essere la minoranza. Ciò significa avere consapevolezza del gran numero di musulmani che vivono serenamente nei Paesi dell’Occidente, oltre che di quelli che vivono bene nell’ordine mondiale costituito. Attaccare gli Stati europei dall’interno tramite dei loro cittadini convertitisi alla nuova causa serve a scavare un solco tra gli Occidentali di religione musulmana e i loro connazionali. L’obiettivo è riempire questo fossato di odio, sospetti e diffidenza, il che porterà ogni islamico a sentirsi straniero in patria, avvicinandolo così alla causa terroristica.
Mi sembra evidente che il problema sia l’inclusione. Da un lato servono delle politiche di riconciliazione nazionale che possano rattoppare i malandati tessuti sociali della Siria e dell’Iraq, dall’altro bisogna assolutamente evitare che i fatti di Parigi distruggano quanto di buono si è fatto finora in Europa. Per il secondo punto, basta non cedere ai proclami di Salvini, non farsi attirare dai titoli demagogici di Libero e non farsi convincere da chi dice, senza alcuna cognizione di causa, “il problema è averli fatti entrare, questo è quello che ci spetta”.
Per il primo, è invece necessario portare avanti una politica di contenimento tramite attacchi mirati. Servono forze agili capaci di intervenire in maniera chirurgica e non carrozzoni colmi di missili che possono essere colpiti da qualsiasi ciottolo lanciato da una mano, che viene subito nascosta, e che distruggono ospedali, luoghi di culto e scuole pieni di mani innocenti per colpire cinque dita colpevoli.
Risolta tale questione, si dovrà poi passare al vero problema, ovvero le disuguaglianze e le ingiustizie create dal neoliberismo senza freni.

