Il Governo dell’Irlanda del Nord cade su biomasse ed incentivi

Foto via Belfast Telegraph

La politica interna dell’Irlanda del Nord è da sempre confusionaria. Archiviati i sanguinosi anni dei Troubles con gli accordi del Venerdì Santo del 1998, si è trovata una pacifica quadra che garantisse rappresentanza ai partiti unionisti filo-britannici e a quelli repubblicani.

Una serie di accordi ha marginalizzato la violenza e il terrorismo, tuttavia questi progetti consociativi non sono riusciti a garantire una stabilità politica che, al momento, manca in tutta l’isola, data l’instabilità post-elezioni a Dublino. La poltrona del centrista Enda Kenny è tenuta in piedi da un accordo con 9 deputati indipendenti. In Irlanda del Nord, invece, le posizioni nell’esecutivo erano equamente divise tra Sinn Féin e gli unionisti del DUP.

Il governo nordirlandese ha vissuto una crisi recente nel 2015, quando un omicidio settario a Belfast da parte della Provisional IRA portò alle dimissioni (poi ritirate) degli unionisti nel Consiglio dei Ministri. L’instabilità di questi giorni, però, non ha nulla a che vedere con la violenza religiosa, ma nasce da uno scandalo banale, fondato sulle energie rinnovabili, che ha già portato alle dimissioni del Primo Ministro, Arlene Foster (DUP) e del suo vice Martin McGuinness (SF, ex IRA).

Le investigazioni sono iniziate nel febbraio 2016, dopo la soffiata di un funzionario. Nell’occhio del ciclone l’Incentivo per il Riscaldamento Rinnovabile, chiamato anche “Cash for ash”. Venne creato nel 2012 proprio da Arlene Foster, all’epoca Ministro per lo Sviluppo e il Commercio, con lo scopo di arrivare ad un 4% di energia rinnovabile per i riscaldamenti entro il 2015, fino al 10% nel 2020. Lo schema offriva incentivi economici alle aziende e ai commercianti per installare boiler a biomasse o altri sistemi di riscaldamento ecologici. Sono state approvate quasi tutte le iscrizioni, circa 2000, il 98% del totale. La criticità, secondo il magistrato Kieran Donnelly che si è occupato del caso, è la totale mancanza di un tetto massimo. Con il profumo degli incentivi a pioggia in nome dell’ambientalismo a spese del contribuente, c’è sempre qualcuno che se ne approfitta.

Il funzionario che ha rivelato lo schema, rimasto anonimo, ha spiegato che un contadino ha cercato di accumulare almeno un milione di sterline in vent’anni grazie agli incentivi, riscaldando semplicemente un capanno vuoto. Altre grandi fabbriche, che non avevano mai usato alcun riscaldamento nei loro capannoni, hanno cercato di alzare la posta a 1,5 milioni in 20 anni.

Il gioco è tanto semplice quanto paradossale: compra una caldaia a biomasse, fai in modo di tenerla accesa anche se non ti serve e passa all’incasso. Non proprio il massimo per l’ambiente. Proprio l’assenza di qualunque tetto massimo o criterio restrittivo è alla base dello scandalo.

Incentivi dello stesso tipo esistono anche in Gran Bretagna: nell’isola maggiore, però, un imprenditore che aderisce al progetto può raccogliere al massimo 192mila sterline in 20 anni, mentre, nello stesso arco di tempo, in Irlanda del Nord sarebbe riuscito a metterne da parte ben 860mila. Uno spreco di risorse pubbliche che ha portato a buttare all’aria 490 milioni di sterline e ne costerà un miliardo in rimborsi nel prossimo ventennio, il tutto per un paese di soli due milioni di abitanti e con il PIL più basso del Regno Unito.

Uno scandalo che ha radici nel mito dell’ecologia senza frontiere e, soprattutto, senza criteri di spesa, per cui un fine nobile deve essere raggiunto a qualsiasi costo, anche mettendo da parte ogni ragionamento su costi e benefici. Un capitolo fallimentare, l’ennesimo, nella storia degli interventi statali nella green economy che richiedono attenta programmazione e sostenibilità finanziaria. Una crisi che per ora ha colpito il governo, ma che potrebbe avere pericolosi strascichi anche sull’economia locale.

Pubblicato su Strade, 13 Gennaio 2017

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