Il manifesto del non-Mayismo

Foto Dan Kitwood/Getty Images, via Guardian

Theresa May ha presentato ieri il manifesto dei Conservatori per le elezioni generali dell’8 giugno (qui il testo completo). Si tratta di un programma elettorale di rottura con la tradizione conservatrice, anche nella forma. David Cameron nel 2015 scelse un istituto tecnico di Swindon come sede del lancio, una scuola, nel sud del paese. May è andata in una fabbrica riconvertita ad Halifax, in Yorkshire, nel nord industriale dove è stata anche contestata. Il titolo, “Forward together” riprende quello di un poster elettorale di Winston Churchill del 1940 ed è stato utilizzato anche da Margaret Thatcher nel 1980. Non c’è nulla di più lontano dal thatcherismo rispetto alla nuova identità data ai conservatori. Il manifesto punta tanto sul sociale, con aumenti della spesa pubblica per il welfare e le infrastrutture, pochi punti a favore delle imprese, restrizioni sull’immigrazione e su internet controbilanciati da un provvedimento a favore della libertà di stampa.

Qualcosa di Thatcher rimane: May ha sempre insistito che il partito conservatore dovesse togliersi di dosso l’etichetta di “Nasty party”, il partito cattivo. Tuttavia alcune misure non contribuiscono alla popolarità — comunque alle stelle — dei tories. L’eliminazione dei pasti gratuiti nelle scuole (sostituiti alle elementari dalle colazioni); la promessa di un voto sulla caccia alla volpe cancellata da Blair nel 2004; il tetto patrimoniale di £ 100.000 per pagare le case di cura sopra al quale verrà chiesto di contribuire alle spese, sono solo alcuni dei punti su cui l’opposizione l’ha attaccata, parlando nell’ultimo caso di “dementia tax”.

Sebbene prometta più fondi per la sanità e la scuola, il programma dei conservatori colpisce duramente i pensionati, che di solito li votano in massa. Tra le misure contestate, oltre alla cosiddetta “dementia tax” anche il taglio ai sussidi per il riscaldamento agli anziani che possono permettersi di pagare. In generale, il manifesto fa arrabbiare anche il mondo del business, che teme di avere poche garanzie da un partito politico che gli è stato storicamente vicino.

La virata a sinistra di May non è imprevista. Nel corso della sua carriera è sempre stata orientata sul “sociale” e lo è diventata maggiormente dopo la nomina a primo ministro. La sua occupazione del “center ground” è determinata dallo spostamento a sinistra dei Libdem, ormai più simili al New Labour e alla collocazione di Jeremy Corbyn all’estrema sinistra.

May rifiuta di parlare di “Mayismo”, ma come scrive James Forsyth sullo Spectator, il manifesto trasuda una filosofia e traccia un indirizzo radicalmente diverso da quello intrapreso finora dai tories. Per accaparrarsi il voto di quello che chiama “mainstream” e garantirsi una maggioranza bulgara a Westminster, May sta voltando le spalle a quanto fatto dal partito Conservatore negli ultimi 30 anni. Una scelta che potrebbe pagare l’8 giugno, grazie alla prateria aperta al centro e a destra, ma che potrebbe costare cara nel lungo termine.

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