McGonagall, il peggior poeta di lingua inglese
Marco Fulvio Barozzi
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Una storia notevole. Una biografia che è più moderna di quanto sembri. Attualizza ai tempi dell’inchiostro e della carta di giornale quello che si verifica in alcuni angoli dei social media di oggi.

Quanti di noi — ringalluzziti da quattro Like superficiali su Facebook — alla fine credono di essere davvero dei poeti, scrittori, fotografi o polemisti di talento? Anzi, rispetto ai tempi di McGonagall, il fenomeno ha subìto un’accelerazione portentosa: si scrive con maggiore facilità (le tastiere sono in tasca, il collegamento è always on) e si ricevono gratificazioni con maggior celerità (ogni social che si rispetti dispone dell’apposito tasto, of course). La probabilità di falsi positivi aumenta esponenzialmente.

Avere talento oggi non è aver talento, ma distinguere se lo si ha davvero. Forse è sempre stato così e personaggi come McGonagall hanno l’eterno merito di ricordarlo. Gloria al bardo McGonagall, che diventerà la mia guida e memento ogni volta che mi illuderò di avere qualcosa di meritevole da dire.

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