“Who We Are”: la campagna di Clinton (con un troll dentro?)

I giochi iniziano ora. Clinton lancerà giovedì il primo spot televisivo per le elezioni generali. Con il suo “Who We Are”, Clinton chiama gli elettori a una scelta basata su una polarizzazione: quella divisiva e conflittuale per Trump o quella di unione su valori comuni per Clinton.

Si intravede forse un potenziale errore comunicativo di fondo in questa comunicazione della campagna democratica. Il filmato “Who We Are” è un concetto solido che può effettivamente attivare la base degli elettori. Tuttavia, tale solidità si indebolisce se viene intesa solo come differenza e comparazione calcata con Trump. All’inizio dello spot, si enfatizza la differenza netta fra il tono presidenziale di Clinton e alcune uscite di Trump, dalla sua sgradevole parodia di una persona disabile a frasi sul dare pugni in faccia… Ne esce fuori una comparazione talmente sbilanciata fra una candidata già presidenziale e un candidato offensivo e fuori da ogni schema che, paradossalmente, è proprio Trump che potrebbe avvantaggiarsi della comparazione così calcata.

Per gli elettori fedeli di Clinton, Trump è talmente inaccettabile che anche solo proporre una comparazione con Clinton è inutile. Per gli elettori fedeli di Trump, lo spot è la certificazione che il loro candidato è finalmente sollevato a vero avversario per le elezioni presidenziali e non considerato più uno strano outsider politico. Per loro, persino frasi chiaramente fuori misura pronunciate durante i comizi vengono rintuzzate e non ignorate, a indicare quindi una loro possibilità nell’agone politico. Per alcuni degli indecisi nel mezzo, lo spot potrebbe sollevare più curiosità verso il personaggio irrituale che non mobilitazione per la più classica Clinton.

A ciò si aggiunga il vago sapore di troll assunto dalle immagini di Trump in uno spot di Clinton. La patina pulita dello spot ha questi inserti di immagini volutamente sgranate e cupe di Trump che arringa la sua folla. Nell’era del contenuto digitale, questi spezzoni hanno quasi il sapore del troll che interrompe una pacata conversazione, inserendosi con offese, facezie, provocazioni e tutto ciò che possa attirare attenzione. Il troll è figura poco amata in qualsiasi contenuto, ma averla inserita in un proprio spot televisivo classico la fa diventare quasi figura innovativa, in una sorta di comunicazione auto-trollata. Trump ha già impostato parte della sua campagna come frammenti di contenuto notiziabile, una collana di sound bite fatta di affermazioni dure e conflittuali. I frammenti di Trump nello spot di Clinton riprendono quello stile e sembrano quasi una continuazione naturale della campagna di Trump dentro la campagna di Clinton… Sembra quasi un contenuto talmente virale che si insinua persino nella comunicazione avversaria. Se questo è il taglio delle future comunicazioni del campo democratico, il gioco del contenuto troll non può essere altro che rilanciare, alzare il tiro, per poi vedere divertito come quelle frasi verranno riproposte nei futuri spot dei democratici. Una rincorsa in cui Clinton rimarrà sempre Clinton, mentre Trump salirà nella scala di difformità rispetto al sistema, che è ciò che galvanizza una buona parte del suo elettorato.

Riuscirà la campagna democratica a non cadere nella strategia tesa dalla campagna repubblicana? Gli strateghi di Trump magari vogliono esattamente che la comparazione abbia luogo, che sia palese che Trump è diverso da tutti e fuori da ogni regola. Per definirsi, per dire “Who We Are”, sarebbe forse più utile impiegare asserzioni dirette e auto-riferite, non per differenza con altri. Altrimenti, il rischio per i democratici è che sia l’unità di misura di riferimento — ossia Trump — a dettare chi sia Clinton.

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