Quali radici culturali ha il Lean Startup? Tre idee alla base del management dell’innovazione

Il Lean Startup è ormai da tempo diventato un punto di riferimento per chi affronta i temi dell’approccio all’innovazione nell’imprenditoria e nel management. Gli strumenti operativi di questa piattaforma metodologica coprono l’ambito dello sviluppo del mercato e della costruzione dell’organizzazione. Per innovare con successo serve prima di tutto costruire un team capace di affrontare le condizioni di incertezza tipiche dell’innovazione dei business model.

Ritengo importante comprendere bene il contesto culturale e le radici su cui si fonda un movimento che scardina i vecchi modelli di sviluppo del prodotto. In questo post cercherò di proporre alcuni riferimenti utili ad approfondire le idee alla base del Lean Startup.

Premetto che mi addentrerò in un ambito difficile. Sappiamo che l’effetto Dunning-Kruger è sempre dietro l’angolo, ma il tema mi affascina e prendo qualche rischio. Apprezzerò molto eventuali contributi utili a migliorare questa prima, superficiale, analisi.

Parto da una mia percezione che nasce osservando il comportamento di molti manager che incontro quotidianamente. Sarà l’operatività pressante oppure una complessità incontrollabile, ma sembra che molte conoscenze in campo scientifico, sociologico ed economico siano deliberatamente trascurate da chi si occupa di management.

Osservo spesso la tendenza a sovrastimare le proprie capacità di pianificazione. La voglia di imporre visioni del mondo personali sulla realtà dei fatti si traduce sovente in un pensiero che rifiuta i dati empirici a favore dei modelli teorici da confermare.

In apparenza, un pensiero antiscientifico sembra insomma prevalere in chi gestisce le risorse aziendali. È un modo di affrontare il proprio ruolo che è camuffato da convinzione e determinazione, ma che nasconde a volte l’incapacità di guardare alla realtà in maniera critica e con approccio scientifico.

Un management snello per l’innovazione: il Lean Startup

Parto da un po’ di letture. Alcuni autori hanno visto la ribalta nel campo del management dell’innovazione dopo la grande ondata delle startup californiane. Mutuando le idee sul Lean Thinking del mondo giapponese e del Lean Enterprise Institute di Boston, una serie di studiosi capeggiati da Steve Blank hanno prodotto notevoli contributi per ribaltare la sequenza con cui si affronta l’innovazione sul mercato.

Nella loro visione, alla base di un nuovo progetto imprenditoriale non sta più un oneroso Business Plan a lunga gittata su cui applicare le proprie capacità esecutive. Piuttosto è necessario affrontare un progressivo apprendimento attorno ad alcune ipotesi di base (Business Model) sul mercato.

Seguendo questo approccio, sono così necessari esperimenti veloci per aumentare la propria conoscenza dei clienti, anticipando il più possibile il confronto con il mercato. Il trucco è limitare il dispendio iniziale di risorse e massimizzare l’apprendimento. Steve Blank, Eric Ries, Ash Maurya, Alex Osterwalder e così via sono stati gli autori capaci di costruire un movimento (The Lean Startup) di valenza globale.

Ma quanta originalità c’è in questo percorso? Quali pensieri e filosofie sono alla loro base?

Per rispondere farò ora riferimento a tre ambiti culturali che hanno contribuito a costruire i modelli e i metodi di The Lean Startup.

Cercherò alla fine di aprire a ulteriori approfondimenti necessari per tradurre queste considerazioni in una piattaforma operativa per il management aziendale.

1. Filosofia della scienza

Parto dalla scienza. Il filone filosofico che fa prevalere l’osservazione empirica e lo spirito critico sul modello teorico fa riferimento a una serie di autori che si sono occupati nel corso del ventesimo secolo di epistemologia e metodo scientifico.

Si tratta di approcci diversi e spesso in conflitto che implicitamente però partono tutti da una pesante critica del concetto di sintetico a priori di Immanuel Kant. Il superamento di questo concetto costituisce una pietra miliare per chi si occupa di scienza e metodo. Capiamo meglio di cosa si parla. Il sintetico a priori, semplificando molto, può essere visto come un ultimo tentativo razionalista di salvare la costruzione di una verità che scaturisca dalla ragione umana.

Immanuel Kant

Capiamo meglio

Sintetica è un’affermazione che contribuisce a fornire un sapere nuovo in cui

“il concetto del predicato non è implicito in quello del soggetto ma è a esso collegato dalla stessa funzione giudicatrice, che determina così un accrescimento del sapere”
(http://www.treccani.it/vocabolario/sintetico/)

In altre parole, un concetto è sintetico se aggiunge informazioni e conoscenza non già impliciti nel soggetto della frase. “Tutti i cigni sono bianchi” è un concetto sintetico. Dire che questa frase possa essere affermata con certezza senza verifiche, ma solo partendo da un ragionamento mentale corrisponde a dire che essa sia vera a priori.

Per molti secoli la conoscenza umana si è sviluppata partendo da concetti sintetici a priori. Si trovavano nei testi sacri, nelle affermazioni di sapienti e in particolare nelle conoscenze che ci aveva trasmesse Aristotele. Come per esempio quella, stigmatizzata dall’ironia di Bertrand Russell, che le donne avessero quattro denti in meno degli uomini

È ovvio che poter disporre di concetti sintetici a priori ci permetterebbe di fondare la nostra conoscenza su basi solide. La storia della scienza può essere letta come un progressivo scardinamento di questa certezza. Le uniche affermazioni su cui possiamo fondare una certa sicurezza sono quelle analitiche, ossia quelle che non aggiungono informazioni che non siano già comprese nel soggetto della frase.

Analitica è infatti l’affermazione che non ci dice molto di più di quanto già detto dal soggetto della frase, quella nella quale

“il concetto del predicato è implicitamente contenuto nel concetto del soggetto, e in cui quindi basta analizzare il soggetto per ricavarne il predicato (per es.: «i corpi sono estesi»)”
(http://www.treccani.it/vocabolario/analitico/)

Riassumendo, dire che esistono affermazioni sintetiche a priori significa dire che dalla stessa ragione umana, senza doversi fondare su osservazioni esterne e sui sensi, possono scaturire affermazioni che hanno un contenuto di sapere. Il tempo, lo spazio, il principio di causalità e così via.

Alcuni autori

Senza addentrarsi in discussioni complesse, possiamo dire che la rimozione del concetto kantiano di sintetico a priori ci ha lasciato nella necessità di fondare su basi diverse la nostra traballante certezza sulla realtà che ci circonda.

Serviva comprendere come potessimo basarci sui soli nostri sensi, con tutti i loro limiti per costruire la conoscenza del mondo. Diversi autori hanno così costruito sistemi capaci di leggere la realtà fondandosi su un metodo scientifico basato su osservazioni, su principi di induzione e deduzione, su esperimenti e così via. La materia non è semplice e non vado oltre l’elenco di alcuni dei più significativi contributi.

  • Hans Reichenbach che, in La nascita della filosofia scientifica, propone una rigorosissima linea neopositivista che affronta in maniera aperta i limiti di Kant, di Hegel e di tutti i suoi discepoli di destra e sinistra.
  • Bertrand Russell che tra l’altro affronta le caratteristiche del pensiero induttivo deduttivo con il celebre tacchino induttivista, Per intenderci, Il Cigno nerodi Nassim Taleb viene da lì.
  • Paul Feyerabend che pone una forte critica allo stesso metodo induttivo. In questo una mano la dà anche Thomas Kuhn che spiega provocatoriamente la struttura delle rivoluzioni scientifiche.
  • Karl Popper e il criterio di falsificabilità. Non è centrale basarsi su osservazioni, ma scegliere le osservazioni che permettono di sviluppare affermazioni falsificabili.

2. Il pragmatismo americano

Esiste un secondo ambito culturale cui si possono ricollegare le idee di The Lean Startup. In filosofia un’attitudine antiteoretica si trova infatti in autori “pragmatisti” come Charles Sanders Peirce, William James e John Dewey.

La priorità dell’analisi delle conseguenze rispetto alla conferma di un modello è spesso riscontrabile negli autori del movimento The Lean Startup indicati all’inizio del post.

Il pragmatismo fu la prima filosofia americana elaborata autonomamente. Il padre ispiratore di questa corrente di pensiero fu Ralph Waldo Emerson.
(https://it.wikipedia.org/wiki/Pragmatismo)

Anche in questo caso parliamo di un movimento che trovava correlazione con idee che avevano sconvolto i modelli classici. In questo caso mi riferisco a quelli biologici messi a soqquadro da Charles Darwin e dall’evoluzionismo. Contro l’intuizione e la credenza nelle teorie consolidate, il pragmatismo si propone di affrontare le cose partendo dagli effetti che una certa visione produce nel concreto.

Charles Darwin

È un approccio molto criticato dagli europei che a quel tempo vedevano il prevalere di una “filosofia del successo” che consolidava la visione utilitaristica americana.

Per quanto riguarda la mia analisi, sottolineo la forte correlazione tra i modelli del Lean Management e la filosofia pragmatista. La prevalenza dell’osservazione del comportamento reale, il Genchi Genbutsu (“go see”) giapponese che favorisce la verifica della realtà oggettiva sulla previsione teorica, trae spunto da questo modo di leggere la conoscenza.

3. L’economia comportamentale

Un terzo ambito che fonda il modello snello dell’innovazione nel business è un altro di quegli approcci critici verso i modelli classici. Questa volta in economia. Si tratta della ben nota economia comportamentale che ha sfornato tanti Premi Nobel negli ultimi anni e tra cui è facile citare gli psicologi Daniel Kahneman, Amos Tversky (senza Nobel, non attribuito postumo) e l’economista Richard Thaler.

Daniel Kahneman

Anche in questo caso l’osservazione dei comportamenti reali degli human (ossia le vere persone coinvolte nelle decisioni economiche) prevale sulla conferma di modelli che descrivono le leggi che regolano il comportamento ideale degli econ della teoria classica.

Al di là dei tanti contributi emersi da questo approccio, mi piace vedere come anche queste ricerche siano alla base di chi voglia costruire un management attento alla realtà e alla pratica e non al lavoro sui modelli e sui Business Plan.

Il rischio di un giustificazionismo per ogni comportamento manageriale basato sui diversi bias cui è soggetto l’essere umano non può limitare l’enorme potenzialità di miglioramento dello stile managerialeconsentito dall’utilizzo delle conquiste dell’economia comportamentale.

Ciò che forse manca è un’analisi dettagliata di come i bias e le euristiche evidenziate da queste ricerche si manifestino nel management. L’analisi dei comportamenti dei consumatori e dei decisori pubblici è stata molto elaborata e approfondita. Si nota però ancora un’attitudine prescrittiva e razionalista nei diversi strumenti e metodi insegnati nelle business school ai futuri manager.

Come al solito la speranza di poter prevedere e controllare la realtà incombe e diventa il maggior nemico di chi invece dovrebbe mettere al centro il dubbio e l’autocritica e l’apprendimento nella propria azione in azienda.

Conclusioni

Esiste un movimento che propone ai manager coinvolti nei processi di innovazione un’attitudine pragmatica e scientifica. Nasce dal mondo del Lean Thinking e si sviluppa mutuando tool del Design Thinking e attitudini delle startup digitali.

È un modo di intendere il business che mette in secondo piano il Business Plan e le certezze garantite da ricerche di mercato e statistiche prescrittive. Pensa alla soluzione solo dopo aver compreso il problema. Ha un approccio iterativo e progressivo e non esecutivo e votato all’efficienza.

Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma può essere visto come l’applicazione al managementdi una serie di approcci che convergono da diversi ambiti.

  • Il metodo scientifico analizzato da grandi studiosi nel corso del Novecento
  • La visione pragmatista di filosofi che hanno messo al centro la concretezza degli effetti rispetto al modello teorico
  • L’analisi dei comportamenti reali nelle dinamiche di decision making manageriale permesse dall’economia comportamentale.

E quindi?

Si aprono una serie di aree di applicazione che ho sottolineato nel post e che mi piacerà approfondire in futuro. Tre le principali.

  1. La prima riguarda l’organizzazione delle nostre aziende. L’idea su come costruire un contesto collaborativo virtuoso tra le persone coinvolte nel business deve tener conto del comportamento reale degli esseri umani. Oltre alle ricerche comportamentali è utile anche considerare gli approcci al lavoro descritti da Richard Sennett in Insieme. Il lavoro per tradurre queste analisi in strumenti di organizzazione del lavoro è tutto da svolgere.
  2. Oltre all’aspetto organizzativo, serve anche approfondire come si manifestino oggi i bias cognitivi nei comportamenti manageriali. Ho trovato pochi lavori su questo tema e utile sarà un approfondimento anche applicativo in contesti aziendali reali.
  3. Infine serve definire il modo migliore per tenere insieme le due velocità che emergono da queste analisi. Una è quella pragmatica e sperimentale dell’esplorazione del mercato attraverso iterazioni e MVP (minimum viable product). L’altra è quella lenta della costruzione di ambienti collaborativi non effimeri. In essa ritualità e conoscenza reciproca possano accelerare il processo esecutivo mantenendo un forte grado di responsabilizzazione e autonomia. Tutto ciò in un contesto che deve bilanciare collaborazione e competizione.

Tutti questi aspetti saranno oggetto di miei futuri approfondimenti. Sperando di ricevere osservazioni e contributi per migliorare un’analisi che è solo all’inizio.