L’ultima volta che li vidi

Tra le fantasie che ogni tanto mi faccio, c’è quella di far incontrare fra loro persone della mia vita che per motivi diversi hanno significato tanto. Chiuderli dentro una stanza e vedere cosa succede. Prendere mia zia Teresa, un’intransigente bigotta di paese, e farla sedere di fronte a Federica, affascinante transessuale col vizio della bestemmia. Convincere mio cugino Gianluca, cacciatore dal talento micidiale, a sedersi a tavola con Paolo, ex collega vegano e animalista militante. E poi c’è la mia coppia preferita, che purtroppo non vedo dai tempi dell’università: Enrico e Riccardo. Il primo faceva il Dams, come me, il secondo invece Scienze della Comunicazione. Non potevano essere più diversi.

Riccardo non votava, era anarchico e frequentava discutibili personaggi al limite della legalità che come lui consideravano la doccia uno sport da ricchi. Giocava con birilli, clave e palline, leggeva montagne di fumetti americani. In anni in cui grazie a internet il porno stava diventando di massa, Riccardo si era rapidamente attestato come l’autorità del gruppo. A differenza di noialtri, egli vedeva la pornografia con gli occhi dell’antropologo e si buttò in quella prateria ancora vergine di studi uscendone femminista qualche anno dopo. Agli esami si presentava svogliatamente, con l’aria di chi stava perdendo tempo prezioso. A certi ventenni basta leggere un paio di libri impegnativi per convincerli di essere geniali, ma Riccardo, che si divertiva un mondo a mettere in soggezione il malcapitato docente, era il tipo che di solito si leggeva almeno il doppio della bibliografia prevista e non per eccesso di zelo, ma perché gli interessava davvero. Di una logorrea ipnotica, individuava rapidamente il punto debole del suo interlocutore e lo trollava con pistolotti di nozionismo enciclopedico e riferimenti multidisciplinari misti a ironia upperclass. In genere la sua performance culminava con la sistematica demolizione di alcuni totem teorici considerati intoccabili. A quel punto, se il professore era un cialtrone mollava la presa e si chiudeva in bagno sul punto di piangere, convinto che prima o poi si sarebbero accorti della sua incompetenza e presto lo avrebbero licenziato. Ma a volte i professori non abboccavano, e allora scattavano feroci dispute per la gioia dei presenti.

L’unico fissato di teatro medievale che abbia mai conosciuto, Enrico non era di Roma, ma di un piccolo paesino vicino a Brindisi. Passava tutto il suo tempo a prendere appunti a lezione e ammazzarsi di studio nella sua camera in affitto a Monte Sacro. Era il tipo che prendeva ogni cosa in maniera dannatamente seria. Non faceva l’Erasmus, non andava alle feste, non usciva la sera. Non era nemmeno religioso, era più che altro diffidente e divorato dal senso di colpa verso i suoi genitori, persone semplici e non particolarmente agiate che da lui, primo universitario della famiglia, si aspettavano grandi cose e che per mantenerlo a Roma facevano enormi sacrifici. Dio solo sa quali speranze riponessero nel Dams questi signori che sognavano duro giù in Puglia. Ma nonostante le premesse deamicisiane, Enrico non era studente particolarmente brillante. Agli esami prendeva regolarmente trenta, ma solo perché aveva sempre incontrato docenti pigri. Bastava uscire un po’ dal giro della solite domande, chiedergli un’interpretazione personale ed Enrico cadeva nel vuoto. In realtà, chiacchierarci era a suo modo piacevole, avevamo interessi in comune e fu così che in un certo senso finimmo per legare. Purtroppo c’erano argomenti che avevano la sua approvazione (Goethe, Marlowe, Rossellini, la musica barocca), e altre su cui metteva il veto (la politica, il calcio, il sesso). Le donne gli piacevano, diceva, ma a quanto pare la cosa non era ricambiata. Dotato di un repellente naturale, Enrico lo vedevi sempre solo o in compagnia di taluni maschi della sua specie. Una volta che provai a presentargli una ragazza per certi versi simile a lui - solitaria, irreprensibile, no perditempo - se la svignò senza nemmeno dire il suo nome. “Non era il mio tipo” mi confessò tempo dopo. Tutto eccitato dopo una lezione su Chaucer, si lasciò andare a quella che oggi considero la sua ammissione più intima: “mi piace peccaminosa, la femmina”, disse lui in tono severo, mentre finiva la sua schiscietta di riso, tonno e lattuga.

In una facoltà dove chiunque sentiva l’obbligo di mostrare agli altri la propria naturale inclinazione artistica, ecco, Enrico questa inclinazione proprio non ce l’aveva. Imprigionati ingiustamente in una polverosa università che ci teneva lontani dalle scene, eravamo gli scrittori, i registi, gli attori del futuro. Presto il mondo avrebbe sentito parlare di noi. Ci bastava respirare per emozionare gli altri, e in effetti respirare era anche il massimo che facevamo. Chi non aveva questo talento barava vergognosamente colorandosi i capelli di blu o indossando magliette di qualche regista solitamente asiatico, meglio se di animazione. Enrico, bontà sua, non faceva niente di tutto questo, e non fingeva di essere diverso. La sua ambizione era tornarsene in Puglia e insegnare. All’università? No, nei licei, ai geometri, negli asili, ovunque, l’importante è lavorare. Questa spaventosa mancanza di ambizioni unita ad una radicale incapacità di rendersi interessante, di fatto fu la causa del suo isolamento. Enrico era diverso, ma anziché difendere con orgoglio il suo atteggiamento realista e concreto rispetto a noi velleitari e inconcludenti, lui soffriva. Soffriva perché era invisibile. Arrivato all’ultimo anno era ormai certo di aver buttato gli anni migliori della sua giovinezza. Senza una ragazza, senza un vero amico ma solo persone con cui parlare superficialmente di cinema, Enrico stava sperimentando quella precoce sensazione di fallimento che presto avrebbe investito anche noi cialtroni, in quel momento troppo distratti dai nostri magnifici progetti per il futuro.

Il problema di Riccardo invece era che un teppistello come lui sognava paradossalmente una cosa così conformista come fare carriera all’università, pur sapendo benissimo che nessun docente voleva aver a che fare con lui, troppo problematico, troppo indisciplinato, troppo sporco. Gli mancava soltanto la biennalizzazione di semiotica, l’idea era di chiedere la tesi alla docente e lavorarci per almeno un anno. Ma già alla prima annualità non tutto andò per il verso giusto allorché dichiarò testualmente che “in fondo Greimas era un coglionazzo”. La mattina dell’ultimo esame Riccardo meditava su tutto questo. Prima di uscire, fece caso alla maglietta che indossava. Sporca, slavata, a brandelli, tutto come al solito. Ma quella volta pensò che forse sarebbe stato meglio indossare qualcosa di più adatto alla circostanza. O forse no? Quel genere di preoccupazione era per lui completamente nuovo. Quel pensiero paralizzante proveniva da una parte di sé a cui non dava mai ascolto, quella disposta al compromesso, a scendere a patti col mondo. Cambiare maglietta significava fingere di essere un altro, negare l’orgoglioso terrorista che era stato fino a quel momento: che fare?

Nello stesso istante in cui Riccardo si sedeva per biennalizzare semiotica, Enrico stava per entrare a discutere la sua tesi, La distinzione tra buffone e giullare in Guiraut Riquier. Conosceva tutti i membri della commissione, ci aveva lavorato tanto, era al sicuro. Ma che si laureava non lo aveva detto a nessuno, e così era lì che aspettava il suo turno tutto solo. Quando lo chiamarono, Enrico tirò fuori dalla tasca un naso rosso, si mise in testa una parrucca gialla da pagliaccio ed entrò in aula magna camminando sulle mani. I professori non dissero nulla fino alla fine dell’esibizione, e quando Enrico tornò in piedi non ci furono applausi. Prese la parola il presidente della commissione, decano di Teatro Contemporaneo a lungo collaboratore di Kantor, Giorgio De Bernardiniis. Il quale, con stizza trattenuta, non poté fare a meno di sottolineare la stanchezza di quella performance. Non lo rimproverava per il gesto estemporaneo - oh, magari ce ne fossero più spesso - lo rimproverava perché li aveva annoiati. Sadicamente, De Bernardiniis martellava Enrico ripetendo la parola “vecchio” e sinonimi come “senile”, “fiacco”, “superato”. Dopodiché si passò alla discussione vera e propria, ma il candidato Enrico, che non provò nemmeno a difendersi, ormai annegava nell’umiliazione. Si laureò con 110, niente lode, come prevedibile. Quando uscì dall’aula magna, con una mano teneva la tesi, con l’altra la parrucca, e quella fu l’ultima volta che lo vidi.

La biennalizzazione di semiotica fu invece un trionfo. La docente Isabella Eugeni si ricordava di Riccardo, e in fondo divertita dal personaggio che dava della testa di cazzo a Lotman e definiva cattolico di merda Umberto Eco, non poteva negarne l’eccezionalità rispetto agli altri studenti. Quella volta Riccardo riuscì in parte a contenere la logorrea e tornò a casa con la tesi assegnata, il primo passo del suo progetto di scalata al potere. E tutto questo rimanendo se stesso, con addosso quelle vecchia maglietta bianca, sudicia e bucata, con la scritta nera TI SBORRO IN FACCIA.

Sono passati più di dieci anni e non ho idea di cosa faccia oggi Enrico. Ho anche provato a cercarlo su facebook, purtroppo non ricordo il suo cognome. E inserire su google Enrico + dams + Brindisi non ha dato i risultati che speravo. Ma non c’è volta che incontrando pagliacci non pensi a lui (non lo direste, ma accade molto spesso). Dopo la laurea, Riccardo ha vinto un dottorato in Spagna e oggi insegna antropologia culturale a Londra. Tante volte in momenti difficili ho pensato di chiedergli un consiglio. E so che lui me lo darebbe, il consiglio. Insultandomi, mandandomi affanculo, maledicendo la genia di smidollati di cui faccio parte. E io starei a sentirlo Riccardo, mio mentore, unica risorsa motivazionale quando perdo fiducia in me stesso e nelle mie possibilità.