Se questa non è una famiglia

Nei giorni del Family Day e del Pride, ho passato un po’ di tempo con una famiglia omogenitoriale e multiculturale in visita dall’estero. Due mamme una bambina in giro per Milano e le mie impressioni di italiana, a cui sembra di vivere un po’ su Saturno, un po’ nel basso Medioevo.

In questi giorni sono venute in visita in Italia delle amiche che formano una coppia stabile da molti anni. Vivono all’estero e insieme, hanno adottato una bellissima bambina che ha iniziato da poco la scuola. In visita a Milano per l’Expo, abbiamo trascorso insieme un po’ di tempo passeggiando per la città, tra musei, ristoranti e parchi.

Milano è certamente una delle città italiane più evolute dal punto di vista dell’offerta culturale, del divertimento e anche della società civile. Forse da sempre soffia sulla città del Duomo un’aria che arriva un po’ dalla Francia libertaria — che purtroppo proprio in questi giorni sta mostrando il suo lato più intollerante, messa alle strette dalla questione dei migranti — , un po’ dall’area germanica e un po’ forse per la sua natura di metropoli sbrigativa, storicamente pragmatica e liberale.

Passeggiando per la Darsena rinnovata, si parlava del più e del meno: delle chiuse di Leonardo, della densità di persone che affollano la città, di Renzi, Formigoni e del nuovo corso della Lega, di cibo e cinema italiano. Nel frattempo, la bimba chiedeva sorpresa e divertita di tutte le cose che aveva di fronte agli occhi: i musicisti di strada, le chiatte sul Naviglio, i cani e i murales. Alla mia domanda, se le piacesse la città, la sua risposta è stata: “I’d like to live here!”

In quel momento, una parte di me ha sorriso, felice di pensare che una bambina — senza sovrastrutture e pregiudizi — trovasse bello ciò che aveva di fronte agli occhi: le persone, le case, i colori e tutta l’esperienza che stava vivendo e che avrebbe portato con sé, anche per la vita a venire, di questo Grand Tour. Un attimo dopo, il mio pensiero però è stato invece di tutt’altra natura. Perché Francine, se vivesse qui, non potrebbe avere una famiglia. Nel suo caso specifico, non sarebbe neanche una di quei tanti bimbi delle cosiddette Famiglie Arcobaleno, i figli delle coppie omogenitoriali, che vivono una vita normale, con gioia e fatica, frustrazioni e felicità, ma con la metà dei diritti di tutti gli altri cittadini italiani. Pur avendo gli stessi obblighi e gli stessi doveri verso lo Stato e la società.

Francine semplicemente non avrebbe una famiglia che la ama, che si prende cura di lei, che sceglie la scuola più adatta alla sua personalità (facendole studiare musica e disegno, materie che la appassionano) coltivandone non solo la formazione ma assecondandone con rispetto il talento e l’inclinazione. Non avrebbe due genitori, due madri in questo caso, che le fanno scegliere il vestito che preferisce per andare al matrimonio di amici: un vestito bianco con una trama di ricamo e dei piccoli gioielli che ha abbinato con un delizioso cerchietto adornato da un fiore e dei sandali: una delle sue passioni infatti sono i dettagli dell’abbigliamento, che cura con gusto e un’attenzione decisamente spiccata.

L’adozione infatti è un concetto di quelli che fanno imbestialire gli ultra conservatori italiani e uno dei più lontani dal dibattito della società civile. Chi difende la cosiddetta “famiglia tradizionale” infatti pare ritenga che essa sia il bene supremo, a discapito della felicità delle persone. I bambini è meglio che stiano in case famiglia, in orfanotrofi, o che stiano nel nucleo familiare disfunzionale, con l’affannoso e scarso supporto dei servizi sociali (quando ci sono). Ma per carità, che non sia mai che una coppia di fatto — etero o omo — pensi di poterli adottare. Chissà cosa potrebbe accadere a questi poveri bambini.

E infatti la povera Francine, tenendo per mano le sue due mamme, ha saltellato felice per tutti i Navigli, nel suo vestitino blu comprato in Messico, parlando naturalmente due lingue (inglese e italiano) e chiedendomi come si fa a costruire i satelliti. Io, nel mio inglese approssimativo, pensavo di avere capito male. Lei mi ha ripetuto la domanda, poi mi ha preso la mano e mi ha chiesto di andare a mangiare la pasta. What’s Rigatoni? I want SPA-GHE-TTI!!!

Tra la folla e l’attesa, si è fatto tardi. Le mamme di Francine hanno ritenuto fosse ora di tornare a casa a riposare. Abbiamo quindi lasciato il ristorante, preso un’auto del car sharing e siamo rientrate. Le mamme si sono messe a cucinare gli spaghetti che la bimba desiderava, prima di prepararla per andare a dormire. nel frattempo, Francine aveva tirato fuori il blocco di fogli che aveva portato nello zainetto e si era messa a disegnare e colorare.

Se questa non è una famiglia, ditemi voi che cos’è.

Like what you read? Give Silvia Bottani a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.