Il rapper Polacco, Il culo dell’Angola e il tramonto sul Children Park:
Expo, storia di una conversione

Lo ammetto, parto prevenuto: soldi rubati e sprecati, padiglioni targati McDonald e CocaCola, tradimento del progetto originario a cui si aggiunge la mia atavica idiosincrasia per fiere, gadget e giovani hostess sorridenti in divisa.
Ma quando ci ricapiterà’ un’altra esposizione universale a 23 minuti di treno dal portone scassinato di casa?

Eccoci, famiglia al gran completo, al binario 2 del famigerato Passante Ferroviario in attesa di un lottizzato treno Tre Nord delle 17.40, in ritardo di 2'.
Gia’ raggiungere il binario con Rudy BumBum in passeggino e’ una discesa agli inferi: un’ascensore bollente, intriso di aria irrespirabile, che esaspera la mia sudorazione eccessiva con pezzatura ascellare irreversibile.
Segue un viaggio sotto Milano caratterizzato da sbalzi continui di temperatura tra -5 e +35, che si conclude con le scortesi indicazioni erronee di un ferroviere col cappello verde, non appena sbarcati alla stazione di Rho, Expo.
Superati i tornelli, invece, si entra in una realtà parallela oscillante tra sogno e kitsch, tra le grandi domande della vita e l’ipermercato di periferia dove devi lasciarti trasportare dalle sensazioni abbandonando il tuo cinico disincanto al metal detector in entrata.

Il padiglione Zero e’ un’opera Pop di Jovanottiana memoria che non lascia indifferenti. La non più’ giovane Matilde, con l’esperienza dei suoi quasi sei anni, mi spiega il senso della biodiversità’.
La scena del videowall luccicante con l’andamento dei mercati finanziari con sullo sfondo cumuli di cibo sprecato chiude il cerchio e potrebbe valere da solo un viaggio fino a Rho.

L’entusiasmo dei volontari, il sorriso al padiglione Nepalese e le gratuite case distributrici d’acqua, gasata e naturale, tra mille baracchini di street food e tanto legno chiaro mi ben dispongono.
Poi arrivano i bonghisti dell’Angola a e le danzatrici dal culo immenso che distribuiscono bandiere del paese: Mati balla, Rodolfo si dimena e io mi chiedo se abbia senso che i miei figli sventolino la bandiera di uno stato di cui, nella mia infinita ignoranza, so pochissimo in tema di democrazia e rispetto dei diritti umani.

In Brasile c’e’ la coda per camminare sulla rete e in Argentina per comprare una porzione di asado che dal profumo, e dai consigli dei blogger, pare uno dei must di Expo 2015.
Ma non possiamo perdere tempo in code, abbiamo una mission: il Children Park.
Passiamo attraverso una dismessa Malesia, dove lascio in ricordo per interminabili minuti il mio prezioso zainetto, un Uruguay il cui ristorante promette bene e il padiglione cinese che mi riprometto di visitare in un altra vita.
Nel frattempo si son fatte le sette e l’Expo si riempe di una folle festante di lombardi, in particolare brianzoli, che — giustamente — approfitta dell’ingresso serale a 5 euro, per sentirsi parte di questa grande sagra paesana.
L’Expo e’ un po’ come Venezia, devi abbandonare la calca della via principale, il decumano, per un calle laterale per ritrovare pace, silenzio e qualche angolo di poesia, come l’anziana afghana col viso incorniciato nel suo abito bianco che si riposa in un angolo del minuscolo padiglione del paese.

Saranno i colori caldi del tramonto ma il children park deserto, con due ragazzi ad accompagnarci tra i diversi giochi, ci conquista tutti e quattro.
Ormai e’ praticamente buio quando ci affrettiamo verso le luci dell’albero della vita afferrando al volo un hugo altoatesino e una panzerotto del Turkmenistan.
La stazione del treno dista una lunga camminata ma il richiamo della musica a tutto volume e le luci disco del padiglione polacco sono troppo irresistibili agli occhi dei nostri bimbi ballerini.. Ci ritroviamo sudati sotto al palco di un rapper polacco, anzi sul palco con Rudy che salta e lui che rappa “I have small children too…”

Come previsto, Mati crolla sul decumano.
Il ritorno e’ con la sua ventina di chili sulle spalle seguendo il fiume in uscita con un’unica breve sosta al massimo del kitsch, la riproduzione della Madunina di fronte ad un Ovs che fa molto ipermarket.
Sono le 11, siamo di nuovo sul benedetto passante prevo al volo in direzione Treviglio che in un attimo ci riporta nella nostra Dateo, sudati, sfiniti, con un alito indistintamente etnico.
E domani sono sul turno di apertura.
Mi vergogno a scriverlo, ma n’e’ valsa la pena.
nb: le due donne Ebhardt non contente sono ritornate la sera successiva, Matilde ora conosce molto bene la produzione agroalimentare Brasiliana e i profumo del cibo colombiano.

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