Dio esiste e vive a Bruxelles

[Questa parte non contiene spoiler]
Ieri sera ho visto un film che desideravo vedere da tanto, almeno da quando vidi una presentazione sommaria da Fazio. Sommaria perché il film è molto meglio. Nemmeno il trailer rende bene l’idea di che cosa offra il film.
Il genere può essere definito solo in un modo: commedia agrodolce. Non è un film che fa ridere, è un film che rende allegri. Di quella allegria che ci fa sentire così piccoli rispetto all'universo.
In questo film Dio è una misera entità, una di quelle persone che non hanno ricevuto amore e che passa tutte le sue giornate chiuso nel suo stanzino a giocare con l’universo, tormentando gli esseri umani. Di quelle persone che costruiscono città coi Lego e che si divertono ad inscenare incidenti, per intenderci. Ha una moglie repressa, una figlia pre-adolescente e un figlio ribelle e latitante (con la voce più inusuale che abbia mai sentito — almeno nel doppiaggio italiano).
La figlia, Ea, stanca di quel padre despota e anche violento decide di scappare via di casa per portare a termine il progetto del fratello, trovare degli apostoli, non prima di aver distrutto, però, l’unico strumento di lavoro del padre, il suo computer.
La storia si sposta sulla Terra, a questo punto, con Ea che raccoglie apostoli e che fugge da un padre adirato.
[Da questo punto iniziano gli spoiler]
Di apostolo in apostolo, accompagnata da un compagno/scrivano barbone, Ea affronta tutti i problemi e i complessi che gli uomini vivono— volenti o nolenti. Sei apostoli, sei diversi complessi. La piccola figlia di Dio, incapace di piangere, curiosa della vita (non ha mai assaggiato una mela, dice, e l’ho trovata molto sottile come citazione), vuole capire cosa spinga gli uomini a vivere e lo fa nel modo più diretto possibile: immergendoli con tutta la testa nella vita stessa, dopo aver fatto in modo che tutti sapessero quanto gli resta ancora da vivere.
Le metafore e i simbolismi si susseguono scena dopo scena, a cominciare dal passaggio che porta alla nostra realtà: un lunghissimo tubo di metallo che sbuca in una lavatrice, metafora del percorso che dall'utero porta alla luce. Anche la pioggia che bagna i due protagonisti è carica di significati: una purificazione che viene accettata dalla piccola Ea e che fa infuriare, invece, Dio (il creatore che soffre ora della sua stessa creazione).
Perfino il tentativo fallito di Dio di ritornare a casa passando per la lavatrice da cui era arrivato è una metafora davvero bella.
Per quanto riguarda Dio, ad essere onesti, non fa proprio una bella figura in questo film. Confesso d’aver goduto nel vederlo picchiato da un prete dopo che l’aveva insultato e che aveva insultato tutto ciò in cui credeva.
Spassosa la scena in cui viene estradato dal Belgio perché non ha con sé alcun documento, tirato fuori a forza da una chiesa dalla polizia mentre minaccia il prete di balbuzie ed eiaculazione precoce. Se fossi stato al posto del prete e qualcuno come il protagonista mi dicesse di essere Dio avrei avuto molti dubbi e avrei tentato di chiarire la situazione, almeno per curiosità. Ma si sa’, nelle commedie non c’è tempo per le analisi profonde e gli interrogativi che rubano troppi minuti. E quindi, via dal Belgio, coglione!
Ho trovato solo un po’ forzate alcune situazioni, come il bambino che chiede quale ultimo desiderio di passare gli ultimi giorni che gli restano come una bambina. Una scena che fa tenerezza, indubbiamente, ma forse andavano evidenziate meglio le motivazioni dietro. Che forse io non ho visto.
L’amore e la voglia di vivere vengono mostrati come il collante che tiene unita la razza umana. La rilettura moderna della storia della Bella e la Bestia dell’apostolo Deneuve non fa che rinforzare questa lettura della pellicola. Il film va in un crescendo di pathos e di emozioni, arrivando ad una costante di sensazioni che ci accompagna per tutto il tempo, fino al finale un po’ prevedibile per la risoluzione ma non per le motivazioni.
Scopriamo, infatti, che Gesù e la piccola Ea hanno messo in piedi questo piano per avere 18 apostoli in una quadro appeso a casa loro, così da fare un regalo alla madre, patita del baseball (18 giocatori), e un dispetto al padre, fan dell’hockey (12 giocatori). La madre — madre natura — si riprende dal suo torpore e rassetta la casa in cui vivono. Nel farlo trova il pc del marito, vi accede e riprende il dominio sul mondo, un mondo strano, diverso, ma felice dopo tanto tempo. Dio, invece, è in un Uzbekistan, a fare l’operaio in una fabbrica di lavatrici.
Che in fondo la gioia di vivere sia il legame profondo d’amore che abbiamo con gli altri, cosa che in questo film viene messo in primo piano fin dal primo momento?
P.S. Secondo me, la figlia di Dio si chiama Ea per un motivo semplice. Se Dio è l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, il nome di Ea rappresenta il percorso inverso, dalla fine ad un nuovo inizio. Perché proprio la E e non la O o la I? Forse perché Ea ha un suono più femminile, anche solo per l’assonanza con Eva, la prima donna.