紅葉 (MOMIJI) 🍁

Dove 紅 sta per rosso intenso mentre 葉 vuole dire foglia, ma si può anche scrivere 黄葉 dove 黄 vuole dire giallo. In pratica, essendo il “momiji” il colore delle foglie secche in autunno, può essere giallo, arancione, rosso o una combinazione qualsiasi di queste tinte. I giapponesi non sanno spiegare quale colore sia, ma appena lo vedono lo riconoscono immediatamente (soprattutto se è sopra delle foglie secche).

Terra2
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Jan 26, 2017 · 7 min read

Oggi mi piacerebbe spiegarti cos’è la satira, ma non lo farò per un semplice motivo: nessuno ci ha mai capito un cazzo quando la spiegavano Aristofane e Luttazzi, figuriamoci cosa ne verrebbe fuori se te la spiegassi io (che sono fra quelli che non c’ha capito un cazzo).

Il punto è che per via delle nostre origini greco-latine la satira ce la portiamo comunque dentro ma senza sapere a cosa serva o come sia fatta esattamente.

Un po’ come la cistifelea.

O come il momiji per i giapponesi.

Alcuni concetti restano intimamente impressi nel DNA di determinati popoli. Uno straniero potrà farseli spiegare, studiarli, diventarne il massimo conoscitore assoluto fino a superare il migliore dei nativi, ma non potrà mai capirli davvero. I nativi avranno invece il problema opposto, li comprenderanno per istinto ma non saranno mai in grado di scavare abbastanza al loro interno per poterli descrivere ad altri e ognuno di loro li vivrà in un modo che difficilmente combacerà con quella di un connazionale.

Shimomura Osamu, chimico e biologo marino, Nobel per la chimica 2008 (no dai, scherzo, è una triglia)

Il più scarso dei biologi marini ha una conoscenza generale del mare infinitamente più ampia di quella della più intelligente delle triglie, la triglia però lo capisce meglio ma non sarebbe mai in grado di spiegarlo perché probabilmente non si è mai resa conto di essere ‘nel mare’. Per non parlare poi di quello che ne verrebbe fuori se ci provasse, viste le sue scarse possibilità espressive pilotate da un cervello parecchio limitato:

*Satira politica di un certo livello.


In Giappone la satira non esiste, e a meno che fino a ora io non abbia scritto a vanvera avrai già capito che dipende più da fattori culturali piuttosto che da esplicita censura.

Il dileggio delle autorità religiose e di governo è considerato mancanza di rispetto per tutta la società e dei meccanismi che la regolano, prendere in giro l’imperatore è semplicemente impensabile, e anche la satira sociale non se la passa benissimo. Di conseguenza, quando pochi giorni dopo il disastroso terremoto del 2011 il giornale satirico francese Le canard enchaîné pubblicò la seguente vignetta, in Giappone non si rotolarono certo a terra dalle risate:

“Meraviglioso! Grazie a Fukushima i combattimenti di sumo sono diventati una disciplina olimpica…”

In Giappone non scarseggiano certo i disegnatori, ma nessun giornale giapponese avrebbe ritenuto opportuno pubblicare una vignetta simile nemmeno se l’incidente nucleare fosse avvenuto in Corea del Nord. Fattori culturali.

Vuoi farti una cultura veloce sulla satira perché non hai il tempo di leggere Aristofane? Ti consiglio questo film che, personalmente, ritengo essere il migliore sull’argomento:

Hem… sì, è giapponese. Uno dei tanti paradossi del caso, credo.

Bene, ora che hai visto il film possiamo parlare più serenamente delle vignette del Charlie Hebdo su terremoti e valanghe.

I francesi li conosciamo. Ci stanno simpatici come dei carciofi in culo e il sentimento è reciproco (fatta eccezione per il fatto che loro ci considerano “carciofi in culo rumorosi”) anche se in realtà ci amano più di quanto si possa immaginare e molto più di quanto potremmo mai riuscire a ricambiare. Tuttavia, sempre per fattori di ordine culturale, noi non saremo mai in grado di comprendere il loro amour e loro non saranno mai in grado di spiegarcelo. Figuriamoci poi arrivare a capire che li prendiamo per i fondelli solo perché quando si arrabbiano sono più carine.

Quindi, dal momento che i francesi non potranno mai farlo, puoi provare a capire perché Enzo Maiorca non abbia mai compreso Jaques Mayol (e viceversa) guardando questo film:

Che ovviamente è francese… tutto questo comincia a diventare imbarazzante. Piantala di guardarmi in quel modo!

Sì. I mangiarane, che tu ci creda o no ci amano, e soffrono immensamente quando non riusciamo a prenderci cura del patrimonio artistico, del nostro talento, delle città arroccate sulle colline e del vino di certe annate che loro riuscirebbero a piazzare anche nell’ultimo minimarket dell’isola di Papua mentre noi fatichiamo a venderlo addirittura a turisti tedeschi assetati. Quando però la nostra inettitudine arriva a causare vere tragedie, da bravi carciofi in culo non esitano un secondo a farcelo notare. Cattivi francesi, cattivi!

“Italia. È arrivata la neve. (Sbrigatevi) non ce ne sarà (abbastanza) per tutti!” [traduzione non letterale]

Se ho capito bene, quello citato nella vignetta dovrebbe essere uno slogan tipicamente francese usato per reclamizzare alla spicciola prodotti di borgata (es.: “Gente! Sono arrivate le mozzarelle, sbrigatevi, non ce ne saranno abbastanza per tutti!”) il senso invece non posso spiegartelo, non ho mai spiegato una battuta e non intendo farlo ora. A ogni modo, per questa vignetta ce la siamo presa molto più pesantemente dei giapponesi all’epoca di Fukushima e ti ricordo che dovrebbero essere loro quelli che non capiscono la satira.

Per anni il mondo ha assistito a terremoti che spazzavano via vite e opere d’arte italiane. Qualsiasi altra nazione nella stessa situazione si sarebbe data da fare per evitare il crollo, non dico di case rurali del 1300, ma almeno di ospedali, scuole e hotel. Noi no, o almeno non abbastanza, gongolandoci intorno a frasi tipo: “Grazie al cielo non abbiamo mica tutti i terremoti che hanno in Giappone”. Certo. E ora i francesi (e per fortuna solo loro) cominciano a farcelo notare.

Lo fanno per prendersi gioco delle vittime e delle loro famiglie? No. La satira non è mai contro qualcuno ma solo contro la sua stupidità, e l’unico modo saggio di reagire a queste vignette dovrebbe essere quello di farsi una risata, magari amara di bile, per poi correre a mettere immediatamente in sicurezza le strutture. Ma noi non siamo saggi e continuiamo a reagire come dei Ghisberto: «Cattivi francesi, cattivi». Per poi scoprire dopo nemmeno due giorni che, tanto per cambiare, la colpa era comunque della nostra idiozia.

Vuoi ancora sprecare tempo a discutere cosa sia e cosa non sia satira, quali paletti possa superare o no? Bene, fai pure. Trovane altri con la stessa idea e non scomodarti a riferirmi il resoconto della riunione perché non me ne frega un cazzo. La parola satira non mi è mai piaciuta. L’ho conosciuta quando già veniva stuprata dagli autori del Bagaglino e spesso mi sembra totalmente priva di significato, un po’ come la parola sprotùbero.

È una vignetta, sta sul Charlie Hebdo e volete chiamarla satira? OK, chiamiamola satira. È arancione, sta su una foglia secca color PANTONE 2018C ma vi piace chiamarlo momiji? OK, chiamiamolo momiji. Nessun problema.

Per quanto mi riguarda sono più che sicuro che le redazioni dei giornali satirici autorevoli siano composte da gente simpatica che cerca di guadagnarsi il companatico facendo ridere altra gente e che nessuno di loro vada matto per le carneficine. Questo mi basta e mi avanza.

Non ritengo necessariamente splendido tutto ciò che finisce sul Charlie Hebdo, anzi, credo che quella vignetta facesse sommariamente cagare e avrebbe potuto essere evitata, ma non perché mancasse di rispetto alle vittime quanto perché se sei di fatto la pubblicazione satirica più famosa del mondo e decidi di toccare un argomento così delicato a cadaveri ancora caldi, forse dovresti assicurarti di avere in canna una battuta in grado di far ri-crepare dalle risate i morti di cui vuoi far discutere, non una cazzatina a salve come un Giannelli qualunque.

Tuttavia, che la battuta non fosse un granché non è comunque un buon motivo per chiedere limitazioni alla libertà di espressione, sporgere denunce o augurare nuovi attentati alla sede di un giornale, sarebbe come chiedere che l’acqua frizzante venga tolta dal mercato solo perché una volta ti hanno servito una minerale sgasata. Anzi, diciamo che non esistono motivi per cui sia sensato chiedere la limitazione di un proprio diritto o di una libertà e chiunque la pensi diversamente rappresenta forse la miglior definizione di stupido in assoluto.

Una battuta può ferire l’orgoglio ma di sicuro non uccide, la cattiva progettazione degli edifici invece sì, quindi se proprio vogliamo prendercela con qualcuno io comincerei da chi dovrebbe fare in modo che tutto quello che è stato e che viene costruito sugli gli Appennini resista almeno a terremoti di magnitudine 7. Scommetto che le vignette francesi sull’argomento diminuirebbero in modo impressionante.

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Un cretino qualsiasi fino a prova contraria.