Il cristiano come il “buon selvaggio” di Rousseau?

Del credente nella vita della comunità e della comunità nella vita del credente

Uno dei cardini delle fedi evangeliche/protestanti è quello del cosiddetto “rapporto personale con Dio”.
Si tratta di un concetto ampio che, rifacendosi a un’interpretazione più stringente delle Scritture e della conoscenza degli usi dei primi cristiani, riguarda da un lato la “gerarchia” all’interno di una chiesta/comunità e, dall’altro, il modo di ogni credente di rapportarsi con l’Altissimo.

Nel primo caso, rientra l’assenza della figura del confessore: nelle chiese evangeliche non c’è il prete a cui raccontare i propri peccati. Certo, se un membro della chiesa sente la necessità di confrontarsi con il pastore (dov’è previsto) e/o con gli anziani, mettendoli a conoscenza di un proprio problema, fragilità, “caduta”, è liberissimo di farlo, ma non è tenuto. Non sono i pastori/gli anziani che determinano l’assoluzione di un credente, come avviene per il cattolicesimo con il prelato nel confessionale.

A ciò si lega il secondo aspetto: anche il fatto, appunto, di non dover passare attraverso una figura umana per quanto concerne i propri peccati, le proprie debolezze, le proprie mancanze, può essere fatto rientrare nella regola del “non giudicare”, in quanto il giudizio spetta solo e soltanto a Dio.

Ovvio, una persona che pecca commettendo un reato, in principio ne risponderà alle leggi terrene in vigore nello Stato di cui è cittadino, e quando sarà il momento anche al Signore.

Ma quando il peccato commesso non riguarda la legalità ma la moralità?
Facciamo un esempio mainstream, quello legato all’omosessualità. Dimentichiamo per un attimo che, in alcune parti del mondo, questa è ancora un reato (e qui, chiaramente, non vi alcun interesse a entrare nel merito di ciò. Tuttavia, per essere chiari, chi scrive ritiene sia assolutamente inumano che comportamenti che attengono alle propensioni sessuali di una persona adulta sia oggetto di interesse e discrimine da parte del potere pubblico/politico)…rimaniamo, per dire, in Italia, dove (fortunatamente), non si va in galera per la propria omosessualità.
Ma un cristiano italiano, da un punto di vista spirituale, deve attenersi al versetto 22 del capitolo 18 del Levitico:

Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole.

In parole povere: se uno è cristiano, deve astenersi dall’avere rapporti con persone del suo stesso sesso (la questione è posta solo da un punto di vista dell’uomo non in base al presunto maschilismo che secondo alcuni trasuderebbe dalla Bibbia, ma semplicemente perché, “tecnicamente”, è l’unica “alternativa” possibile).
Ora, non voglio addentrarmi nella teoria secondo cui, a voler dare un’interpretazione strettamente letterale, non è quindi l’omosessualità in sé, ma il rapporto carnale tra omosessuali, ad essere proibito. Magari sarà il tema di una futura riflessione.
Concentriamoci sul fatto che, praticando l’omosessualità, un cristiano italiano non commette alcun reato, ma commette peccato.
Seguendo il ragionamento sul rapporto diretto e personale con Dio, e appellandosi oltretutto al “non giudicare”, il tutto si dovrebbe semplicemente risolvere in un “Tizio ne risponderà all’Eterno, quando sarà il momento”.
Ma mettiamo che l’interessato ne faccia una faccenda di “pubblico dominio”, come dovrebbe comportarsi la comunità cristiana di cui è membro?
Guardare e tacere? Intervenire?

Facciamo un altro esempio: un credente fa uso di sostanze stupefacenti. E’ reato lo spaccio o la detenzione che superi la quantità massima consentita per essere considerata per uso personale. Ma il nostro credente si fa giusto qualche canna ogni tanto, e al massimo potrebbero trovargli un pezzetto di fumo in tasca, non una serra di marijuana in giardino.
Per cui siamo ancora nel campo della legalità. Ma certo non in quello della liceità spirituale.

Ora, immaginiamoci questo fratello in Cristo che, prima di entrare in chiesa per il culto, si rolla la sua bella canna, e che finita la funzione parli con entusiasmo ai giovani della comunità del suo “passatempo”.
Chiaro, è un esempio piuttosto estremizzato, ci mancherebbe, ma proviamo egualmente a ragionare su una situazione del genere.
Anche in questo caso, chiediamoci se basta il “ne risponderà lui al Signore”, o se la comunità ha il diritto/dovere di intervenire in qualche modo, magari chiedendo a questa persona di evitare di praticare e magnificare il “vizietto” in presenza di altri fratelli e sorelle.

La questione, a mio parere, sta proprio nel concetto di comunità, di chiesa, che gli evangelici sostengono.
Nel momento in cui il locale di culto non è semplicemente il luogo in cui si va a sentire qualcuno che parla di Dio, senza un minimo di interazione personale, come magari si potrebbe — a torto o a ragione — asserire per quanto concerne le chiese cattoliche, ma il luogo che ospita una comunità, che per estensione potremmo definire famiglia (non a caso, chiamiamo fratelli e sorelle chi sta accanto a noi, e guardiamo a Dio anche come a una figura paterna), allora ecco che forse il credente non può essere un “buon selvaggio” seduto su una sedia come se attorno non ci fosse nessun altro, là per conto suo, quasi che non debba contaminarsi con le altrui faccende per restare “puro”.

In famiglia (almeno una volta era uso fare così) si affrontano i problemi, i disaccordi, le diatribe, i litigi, si cerca di capire il volto triste di uno, le lacrime di un altro e così via.
E perché, dunque, in una chiesa, in una comunità cristiana non dovrebbe essere così?

Il che, si badi bene, non significa certo che tutti devono sapere e rendere conto di ogni singolo aspetto della propria vita, ci mancherebbe!
Dopotutto, anche in una casa i membri della famiglia hanno i loro spazi, i loro momenti personali, le cose che preferiscono non raccontare, ecc.
Tutti hanno diritto a chiudersi nella propria stanza, non si vuol certo contestare questo.

Però è anche vero che se la nostra società (intesa in senso ampio, quindi non solo per i credenti) è andata sempre — moralmente — peggiorando (e su questo, penso, dovremmo essere d’accordo praticamente tutti), è anche perché i genitori alle porte di quelle stanze hanno smesso di bussare, il dialogo tra padri/madri e figli/e è andato scomparendo, idem quello tra coniugi e tra fratelli e sorelle (anagrafici, in questo caso).

Ma se vale per le mura domestiche di qualunque famiglia, credente e meno, non è che magari lo stesso principio va applicato anche alla chiesa/comunità cristiana?

Perché altrimenti, mi ripeto, quale è la differenza con l’entrare in chiesa, sedersi là, ascoltare il prete che parla, e uscirne senza che nessuno sappia chi siamo?

Se gli evangelici vogliono essere diversi (anche) in questo, devono esserlo davvero, non asserirlo e basta.

Altrimenti, se non si cerca di avere un minimo di consapevolezza di ciò che anima la tal sorella o il tal fratello, rischiamo sì di avere magari le sedie piene, ma a prezzo di cuori vuoti…