Lo chiamavano Uomo del Tempo, ma non era un uomo. E non era nemmeno figlio del Tempo. Era solo un ragazzo. Forse figlio dei tempi. Ma di certo ebbe l’attenzione di tutti gli uomini. Almeno per un po’ di tempo.

Quando nacque era un bambino come tutti gli altri. In una famiglia come tutte le altre. Il padre era già morto in guerra, forse da molti anni. Suo fratello più grande stentava ancora a camminare. Sua sorella più grande gli faceva da mamma. Sua sorella più piccola era già in fila per raggiungerlo. E sua madre gli donava con infinito amore tutti i peggiori esempi di vita che potesse. Proprio come in tutte le altre famiglie.

Ma dall’istante esatto in cui nacque, c’era anche lui. E lui era Sam.

Già da quando era piccolo le persone intorno a lui lo consideravano un bambino particolare, con dei riflessi eccezionali. Loro non sapevano ancora -e nemmeno lui lo sapeva- che non si trattava di riflessi. C’era qualcos’altro di eccezionale in lui. La verità è che lui vedeva le cose prima che accadessero. E le sentiva prima. Percepiva ogni cosa prima che accadesse. E agiva di conseguenza.

Certo, all’inizio erano solo frazioni di secondo e la differenza quasi non si notava. Ma col tempo, mentre lui cresceva, cresceva anche l’anticipo. Quando arrivò a qualche secondo, la cosa fu evidente a chiunque. E la voce iniziò a spargersi.

Iniziarono a definirlo in tutti i modi. Il ragazzo con gli occhi nel futuro. L’uomo del domani. E in mille altri modi. Ma alla fine sopravvisse solo l’Uomo del Tempo. Quasi che avesse il potere di giocarci, di piegarlo a proprio piacimento, quando invece ne era schiavo come tutti gli altri. E forse anche di più e in modo più subdolo.

Gli facevano fare ogni tipo di prova, ogni tipo di gioco. “Per la scienza” dicevano alcuni, “Per ridere insieme” dicevano altri, ma la differenza -se c’era- era minima. E le cose che gli venivano chieste erano sempre le stesse. E lui ubbidiente, anche se sempre più frastornato, indovinava la carta prima che la girassero, spegneva il fuoco prima che la carne bruciasse, sentiva i discorsi delle persone prima che aprissero bocca, leggeva le targhe delle auto prima ancora che fossero in vista.

Ma dopo questa prima fase, il tempo giocò di nuovo con lui. Forse gli fece un favore, forse un dispetto, ma l’attenzione su di lui diminuì fino a che la gente non lo considerò più che uno dei tanti. Li aveva fatti annoiare. Ormai era la solita, vecchia esibizione da circo di cui facevano volentieri a meno. Anzi, quasi iniziava ad infastidirli.

In ogni caso, fu in questo momento che lui iniziò a vivere.

Volle imparare a disegnare e quando lo faceva, sapeva già che effetto avrebbe fatto accostare quei due colori. Sapeva quanto alto sarebbe dovuto essere l’albero e quanto rossa la mela già prima di prendere in mano la matita. Mentre era lì, con il foglio bianco davanti, i suoi occhi vedevano le forme crescere, ingrassare e poi restringersi fino a scomparire in un continuo mutare di posizione, grandezza e colore in base alle decisioni che non aveva ancora preso. Era un film, un sogno psichedelico, un incubo multicolore senza punti fermi.

Dopo due minuti di disegno, in genere, crollava a terra con la testa che girava.

Allora decise di imparare anche a suonare. Suonava il piano. Il problema è che sentiva le note prima ancora di premere i tasti. E la cosa era alquanto complicata per un apprendista. Quando si esibiva finiva sempre per suonare note senza melodia, sincopate, intrecciate, sovrapposte. Nessuno applaudiva mai. Ma un giorno qualcuno lo sentì suonare, ne restò stupito e gli disse “Suonala, suonala ancora”, poi prese quelle note e le chiamò jazz.

Un altro giorno, poi, in autunno, era in un parco. Non c’era molta gente in giro. Sam passeggiava zigzagando preparandosi a prendere al volo le foglie che cadevano prima ancora che si staccassero dai loro rami. Non sapeva bene perché, ma lo aiutava a rilassarsi. Poi, all’ennesima foglia salvata da una caduta indecorosa, si sedette su una panchina. Sapeva che quella ragazza in fondo al vialetto si sarebbe seduta lì, non appena lo avesse visto. In genere se ne andava per evitare qualunque incontro, ma quella volta rimase.

Come aveva già visto, lei arrivò e si sedette. Dopo un momento, senza che la ragazza aprisse bocca, lui le rispose “Sì, sono io”. L’altra sfoderò un sorriso sincero, ma non del tutto stupito. Forse il nostro Sam ci prese gusto perché continuò a rispondere ai pensieri che lei non aveva ancora neppure formulato. “Non ti preoccupare, ci sono abituato.” Ne venne fuori una sorta di bizzarro monologo. Un po’ come quando qualcuno parla al telefono, ma non riusciamo a percepire la voce dell’interlocutore. “Il piacere è mio, Sarah. Io sono Sam.” “Già, immagino di sì.” “Davvero? Certo, mi farebbe molto piacere.”

E si avviarono lungo il vialetto uno accanto all’altra.

Poi lui disse ancora: “Sai, hai una voce bellissima.”

E risero entrambi.

Questa volta insieme.

Finalmente.