Mi servi le tue debolezze su un piatto d’argento con atteggiamento umile e timoroso. Un uomo come te, la cui grandezza getta ombra in qualsiasi terreno calpesti, che si fa minuto e inerme, per me.

Sembri urlarmi: «Guardami! Oltre la facciata! Guarda ME!». Lo fai cercando il mio sguardo, che provo sempre a rendere accogliente. Lo sai che io ho sempre guardato oltre la maschera. Lo sai che fisso i tuoi occhi e non il tuo viso. Lo sai. Lo vedi. E il timore scompare.

Ti apri in un sorriso fiducioso. Il sorriso di chi si può lasciar andare, sapendo di essere accettato per ciò che è, senza nulla dimostrare. Sembri improvvisamente libero.

Mi dai potere. Il potere di conoscerti, ma anche di rifiutarti, di ferirti. Perché lo fai? Non hai paura di me? Non temi ciò che potrei fare, con questo potere?

Io ho paura di te. Sai ergermi e distruggermi in un battito di ciglia. In tua presenza cammino costantemente sull’orlo di un precipizio. Ogni tua parola può aiutarmi ad aggrapparmi al suolo o può strapparmi da esso, facendomi volare via investita dal ciclone. La tua voce è una morbida carezza, i tuoi silenzi schegge di vetro taglienti. Il controllo mi sfugge.

Ma nonostante tutto, anch’io ti do potere. Mi apro. Mi faccio conoscere. Mi rendo vulnerabile. Rischio.

È tutto un gioco di potere il nostro. Del potere che ti do, del potere che mi dai. Cosa se ne farà il vincitore di tutto questo potere?

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