L’altro volto di Aki Kaurismäki.

Sembra un gioco di parole facile (lo è), ma vien comodo per parlare di una cosa che è anche un po’ vera. O almeno così credo.
Pensavo, al cinema, che la prima opinione letta su L’altro volto della speranza più o meno diceva “bello, ma solita cosa”. Considerando che la solita cosa alla Kaurismäki la fa solo Kaurismäki, per me andava benissimo già così. Porti e gru, angoli proletari, vecchie macchine, umorismo lontano. Chiudersi un’ora e mezza in questo mondo difficile ma gentile, stare meglio poco dopo.

Ed è vero che quelle cose lì ci sono. C’è pure il solito ristoratore che ci prova e non ci riesce e poi ci riesce e poi s’accontenta. Sale da ballo con musica finlandese da sagra del piccione. Kati Outinen, stanca, e un cuoco che tiene il mestolo come Marlon Brando teneva l’uncino. Questi personaggi costruiti a tavolino, che inseriti in contesto reale sembrano sagome di cartone appena disegnate, che faticano con la tecnologia, e usano macchine da scrivere.
Eppure, dal mare, arriva un arabo. Khaled si chiama, viene dalla Siria, e con sé non porta l’umorismo di una città del nord, né della filosofia per cassieri al supermercato. Con sé porta racconti di guerra, morte, dolore, una fede di cui non si può più fidare. E una forza, quella della realtà, che rompe il racconto, e quindi: il cinema. Kaurismäki racconta la sua storia togliendosi di mezzo, lascia spazio alla burocrazia, diventa una specie di Ken Loach e accoglie la politica. Un volto, questo qui, che non si era visto nemmeno in Le Havre, dove la forza esterna era ancora acerba, e la storia ancora sua, ottimista, felice.

Quando si concretizza, lo scontro tra i due volti passa dal montaggio brusco al didascalico pugno in faccia, e da lì ci si può aiutare, influenzandosi a vicenda. Khaled fa amicizia con un cane e diventa un po’ finlandese. Gli altri diventano complici d’immigrazione clandestina. Tra di loro, ad abbattere quel muro tra realtà e finzione, la musica. Chitarre elettriche, band al completo e una specie di liuto a manico lungo. Prima di parlare, Khaled lascia che il musicista finisca il suo pezzo. La gentilezza non ha nazionalità, tutti siamo persone, Kaurismäki è una di queste, particolarmente delicata.