Il cantiere navale di Riva Trigoso, del gruppo Fincantieri, è uno dei maggiori e più antichi cantieri navali italiani.
Lo dice wikipedia, proprio così, grassetto incluso.
Riva Trigoso sta qualche minuto a est di Sestri Levante, la baia del benessere, dall’altra parte di punta Manara.
Di lì di solito uno ci passa perché deve andare a Moneglia, altra località di villeggiatura e spiagge speciali, al di là di un’altra punta, sempre a est. Punta Baffe.
E poi è vicina a tutto e forse gli hotel costano meno.
Trigoso sta in collina. Riva sta sul mare. Hanno iniziato a chiamarla tutt’insieme quando ci hanno costruito la stazione, che per comodità hanno chiamato così. C’è scritto su wikipedia.
Come si presenta il cantiere della Fincantieri si capisce bene da questa foto marcia che ho fatto col telefono.

L’ho messa gigante così si capisce meglio.
È un bel posto, se ti piacciono i cantieri, il cemento, l’acciaio e il mare. Tutti insieme creano colate di ruggine molto belle, e in fatti mi piacciono.
Ci hanno varato diverse navi militari, ci riparano mega yacht e tutto il resto.
Quella lì dovrebbe essere una Fregata della classe Bergamini, che di solito sono numerate F590, F591 e così via, ma qui c’è solo il 59. Capace sia la F598.
Sto scoprendo tutto adesso, non sono mica un esperto.
Ad esempio, ho notato adesso che quello lì in prua è un cannone. Non era mica facile farci caso. C’era vento.
Insomma sono andato lì con due amici e abbiamo fatto due foto, due video.


Sembra che la meno, quindi non sto a spiegare perché mi piace fotografare questi posti qui e perché no, dei posti abbandonati non me ne frega niente. Mi piacciono i posti vivi in cui la gente lavora tutti i giorni, e mi piace fotografare posti belli che di solito la gente vede come brutti. Mi piacciono gli outsider, anche nelle cose.


Volevo andare lì perché le navi in costruzione sulla spiaggia, vuoi mettere che figata? Che foto spettacolari? Poi ho scoperto che ci sono dei muraglioni pazzeschi dritti sulla spiaggia, e mi sono fissato su quelli.


Mi sono anche girato un attimo verso il mare.


Ma i muri hanno avuto la meglio.


Poi mentre andavamo via un signore con cane ci ha raccontato un paio di cose, che lì una volta era tutto paese e c’era l’osteria, che il mare s’è mangiato trenta metri di spiaggia, che la sua barchetta è quella lì, la deve mettere a posto sennò la butta. Gli abbiamo detto di metterla a posto, poi ci ha detto sono cinquant’anni che sta a galla, ci ha pescato un sacco e lo ha aiutato quando c’era poco da mangiare. Le assi di pino, dice, non le ha mai cambiate, a differenza delle altre. E quei legni lì pesantissimi, africani, abbiamo provato a tirarli su e in effetti pesavano un sacco. Vanno a fondo, dice. Ci crediamo.

Ci fa anche vedere che quei grossi blocchi di cemento, ora mimetizzati tra confini del cantiere, panchine e vegetazione, li hanno messi su durante la guerra per non far passare i carrarmati. Non ci avremmo mai fatto caso, e non li abbiamo fotografati.
Siam stati lì 45 minuti e siamo andati via.
È stato carino.
