Colorati Insuccessi

Colorata di grigio, questa mattina ho guadagnato il suono greve della voce di un’anziana signora semplicemente alzando un vasetto contenete la sua piantina, i suoi sforzi quotidiani. “Si riprenderà” mi ha rassicurato, con una calma che ritrovo nei rossi caldi dei tramonti autunnali, come se volesse rinfrancarmi di uno sforzo che in realtà ha compiuto lei. Mi ha ricondotto a ciò di cui abbiamo realmente bisogno: una serie di ingloriosi successi. Portare in alto le anime, sorvolare i cieli tersi dell’inettitudine, sperare di rivoluzionare qualcosa fendendo la coltre di schifo che si cela nelle strade di ogni giorno, nella polvere asfissiante che copre la mancanza di educazione al sentimento. E mentre procedo, ammaliato dai profili di persone di posti mai visti e dal tepore del ricordo di stamane, leggero si posa come un guanto disteso sui miei occhi il suo sguardo perso. Chissà a cosa si deve dar retta per non affogare, chissà qual è il movimento corretto. Chissà se è giusto poi che nel colore scuro della sua carnagione intraveda l’azzurro delle onde avvolgenti intorno ai suoi cari, affondati come sassi per salvarsi, o forse per salvarlo. Tra i fili rossi dei destini caduti spesso puoi inciampare, spesso puoi trascinare con te le coscienze che la paura ha trovato unite, saltellando sulle pelli d’oca, sul ferro stropicciato delle barche andate alla deriva. E allora quanto può costare saltare il burrone dell’ingordigia? Quanto può costare proiettare lo sguardo oltre il proprio giardino? Forse la fatica di dover erigere le colonne della responsabilità e del dover dare attenzione. E si sa bene, due colonne possono fare un tempio.

Eppure l’unico modo per rendersi conto a volte è distaccarsi ad alta quota, capire l’andamento dei perché.

Ma adesso scendi pilota, scendi a bassa quota e fammi vedere cosa giunge dall’eco disperato di questo tsunami di colori, cosa giunge all’udito barbaro di chi non accetta che anche gli altri possano essere felici insieme pur essendo simili, troppo simili. E’ giusto chiedersi ancora se le urla degli ultimi istanti di quei corpicini rivolti al suolo riescano a mitragliare i crani del becero opportunismo? E’ ancora giusto distruggere i possibili diamanti di quelle vite con un viaggio di speranza ormai persa? O peggio ancora, con delle granate? Ma questa fiumana di gente è veloce, non incede, strattona e calpesta pur di arrivare in tempo in ufficio. E allora la stanchezza si sedimenta nella testa, le gambe si appesantiscono ed i treni continuano a scorrere. Forse è giusto che mi distenda sul lato “sinistro” della strada mentre un’altra parata di accozzaglie umane si sfidano a colpi di leggi e di banalità. Oppure può darsi sia più giusto seguire le voci lievi che sintonizzano due teste che sperano ancora. D’altra parte ricercare l’affinità in queste paludi è più facile di quanto si possa pensare, se non altro perché i puntini colorati si distinguono nel buio. L’aquilone dell’umanità vola alto fin quando c’è vento che alimenta, fin quando puoi sperare che qualcosa brilli diversamente, magari non condito dal clic costoso di una fotocamera. In fondo, il trucco è guardare spesso il cielo, parafrasare in gesti una spassionata voglia di libertà di scelte, di libertà di amare fra uno strattone e l’altro, un calpestio, una lamentela di ritardo, l’ennesima. Anche se parlare di libertà è un eufemismo, non solo ai nostri tempi, ma un po’ in generale.

Il freddo si fa sentire sempre più, a tal punto da sentirmi in obbligo di indossare un cappuccio, spinto anche dalla vergogna di appartenere a tutto ciò. Ed invece a due passi da me, come un segno d’appartenenza fiero, svettano due drappi neri di due tizi, bada bene non persone, neri come il freddo che si dispiega dal ferro di quei fucili carichi. Fulmineo, uno stormo di proiettili a bersagliarci fra le grida di disperazione limpide e sommerse da una realtà che finzione non è più. Persone che si fanno scudo con altre persone, che arrancano nell’oblio utilizzando tecniche di sopravvivenza codarde si, ma non in questo caso. Fingere di morire pur di non morire. 
Non si può più tergiversare sulla deriva dell’uomo; eravamo destinati in quanto menti razionali a dover cambiare le cose. Ora, in quanto dementi razionali, non possiamo far altro che distruggerle.

Ma spedito, corro verso il petto di una ragazza dai lineamenti terrorizzati. Ed uno, due e poi tre fori nella schiena, ed uno due e poi tre macchie di sangue, ed uno due e poi tre finali che potevano essere diversi. Le luci soffuse come epilogo, le ombre stilizzate che scompaiono in trasparenza a fare da cornice ad un gesto di vana speranza .

Ed infine lasciare le ultime constatazioni prive di tatto come regalo ai posteri, disgraziati più di noi perché destinati a diventare carne da macello in pasto a loro stessi.


“Si sente bene?” — Rialzo lo sguardo — “Qualcosa non va?” — Continua. Nel frattempo mi trattiene forte per un braccio. E’ un sollievo vederla respirare ancora dopo così tanti proiettili. Ma credetemi, è così difficile agonizzare nell’onirico e rinvenire senza spaventare. 
- La ringrazio- le dico velocemente . Tuttavia proseguiamo insieme a piedi e ben presto ci sorridiamo reciprocamente. Ad una distanza matura del percorso curiosa mi chiede: 
-Quanto è costato salvarci?- 
Se non altro un abbraccio.

Appunti:
- Ho preferito proseguire sulla strada già solcata precedentemente dell’onirico.
- Ho inoltre lasciato grossa interpretazione al lettore nelle diverse parti, cercando di essere essenziale solo quando volevo trasmettere qualcosa.
Buona lettura.