Particelle

Mi hanno chiesto ultimamente di poter riassummere la mia vita in tre parole: non ce l’ho fatta. Ho intuito così il progressivo cambiamento verso una società dove tutto può essere riassunto lapidariamente in tre parole per rendere più compatti sia i tempi che le persone. Ma i casi limiti che viviamo o che costruiamo mentalmente, seppure paradossalmente lontani, sono il paradigma perfetto per proseguire secondo un modello che costruiamo ogni giorno, nella totale confusione sia dei tempi dei ricordi, che dei tempi di narrazione. Ed è ciò che ho cercato di riproporre, la versatilità della vita che ti consente di passare da riflessioni ardite sui massimi sistemi alla necessità immediata di prendere una decisione pragmatica.

Quando avviai me stesso verso la scelta d’essere, probabilmente lo feci perché mosso da un senso di vergogna verso la mia condizione. Nel profondo cosa poteva cambiarmi se non una pura richiesta di attenzione?
Avevo cercato di dare il meglio di me in obiettivi a detta di tutti “nobili”, dimenticando totalmente di assaporare il viaggio. Infatti, quando mi accostai finalmente al finestrino dell’auto, fui in grado di vedere nel profondo l’oceano di segreti che mi aveva isolato. Era come aver avuto un’intuizione, un bagliore accecante che mi faceva da linea guida. Rendersi avulsi a richieste d’aiuto è una prassi comune per chi vede nella sua persona qualcosa di sufficiente: la verità è che non è così. Avevo bisogno di cure per curarmi.

Raggiunsi quindi col fiatone la conclusione che proprio nelle montagne che delineavano sinuose le immagini intorno a me, nell’aria fresca che riuscivo a respirare ancora poteva risiedere la risposta. Risposta a cosa? Nella pratica risposta a tutto ciò che ha a che fare con la vita, l’antica domanda a cui puoi rispondere solo con un’altra domanda.
Pertanto, sceso dall’auto e ritornato sui miei passi, mosso forse da uno spirito che solo all’apparenza può essere egoista, preparai l’anima ad uscire dalla corazza pesante.
 
Sapete, lo ammetto: è difficile pensare di essere liberi senza provare amore. E più passavano le auto vicino al cavalcavia, più me ne rendevo conto, meno mi pesava un macigno insopportabile che premeva sullo sterno da giorni immemori, giorni tiepidi per intenderci. Perché il profondo senso di aver sciolto delle catene non era dovuto all’immensità sprigionata dalla grandezza di ciò che mi circondava, grandezza non solo in termini fisici. Questo senso infatti sarebbe durato per poco, se non fossi stato prima in grado di trovare la chiave giusta per aprire la serratura giusta. Fu proprio così che imparai ad accettare le mie diverse sfumature, a cucire con passione e soprattutto pazienza gli stracci delle mie inclinazioni. Fu grazie a quelle mani soffici come fiori che ho potuto riassaporare l’ingenuità del “m’ama - non m’ama” che avevo rinchiuso nello zainetto dalla spallina morbida, ormai poco curioso dell’affaccendarsi umano qui sulla Terra.

Soffiavo, soffiavo e come sul dente di leone che mi ritrovavo in mano sperando che quel flusso di polline potesse raggiungere il mio tempo. Fu così. 
Ero fuggito da me stesso per qualche ora, intraprendendo un viaggio senza meta con l’auto, spianando i caselli delle mie sinapsi. E nella pausa che mi concessi, scesi in una zona di sosta ad aspettare un po’ su una panchina. Aspettare nulla di preciso, ma aspettare tuttavia. Ed erano i richiami delle sue gambe che si stagliavano nella mente come fumose; ed erano i brividi sulla pelle che scatenavano in me le crudità più del mio ego; ed era finalmente il calore a penetrarmi dentro. Ero libero, per qualche minuto, qualche secondo, tutta la vita, ma ero libero tuttavia di poter essere raggiunto dai pensieri che desideravo.

D’improvviso uno schianto assordante, un crogiolo di lamiere a tutta velocità sulla strada ed un ultimo grido disperato sul guard rail. Persi i miei ultimi pensieri e scattai senza sapere per provare ad essere d’aiuto.

Arrivai sul posto dove si era fermata l’auto, ribaltata, distrutta, eternamente finita. Una mano spuntava inerme dalla portiera semidistrutta, un’altra mano invece si muoveva ancora. Pochi secondi per scegliere, optai per la vita. Uno, due, tre calci alla portiera e poi di corsa a stracciare la cintura di sicurezza, quanto sangue, ma non c’è tempo. Lo trascino fuori, via da tutto quell’inutile trambusto, via per qualche metro. Poi subito i rinforzi, altri passanti che si erano fermati. Lo carichiamo sulle spalle, via di lì, di corsa. E poi un bagliore accecante, l’auto in fiamme.

Tremo forte, ho il fiatone. Sento di aver concluso qualcosa di importante, lui respira. Ma di chi era l’altra mano?

E’ da un po’ di tempo che avverto la paura dell’idealità, dei discorsi intrisi di luce così intensa da offuscare il nocciolo della questione. Credo infatti che ognuno di noi agisca nella vita come un falegname: parte da un pezzo di legno puro e nel corso del tempo lo lavora per meglio adattarlo ad uno scopo. Perde purezza è vero, tuttavia acquista valore perché utilizzabile in modi diversi oltre quello di bruciare per dare calore momentaneo. E dunque scegliere, talvolta anche per gli altri, nell’immensità delle consequenze possibili, nelle forme del pezzo di legno.

Tutto così veloce, tuttò così immediato, tutto così irreversibile. In ginocchio su un cumulo di pietre, non riesco a muovermi. No, non ho il coraggio di avvicinarmi a quella ambulanza, non voglio sapere come sta perché non so chi ha perso, perché non so se l’ho salvato davvero. E non so se lui voleva, non so se lui ritornerà quello di prima.

Ho scelto tuttavia ancora una volta per la vita, passando per l’amore. 
Ho scelto la possibilità di ricominciare, anche se non sono io a doverlo fare.