Otium et negotium: “Non c’è vero ozio senza lavoro” (Jerome K. Jerome). Buon riposo!

Tuttavia queste condizioni vanno mescolate e alternate, la solitudine e la compagnia: quella genererà in noi nostalgia degli uomini, questa di noi stessi, e l’una sarà rimedio dell’altra; la solitudine guarirà l’insofferenza della folla, la folla la noia della solitudine. Nemmeno bisogna tenere la mente uniformemente nella stessa applicazione, ma occorre richiamarla agli svaghi. Socrate non si vergognava di giocare coi fanciulli, Catone rilassava col vino l’animo provato dalle fatiche politiche e Scipione muoveva a tempo di musica quel corpo avvezzo ai trionfi e alle fatiche di guerra, non snervandosi in mollezze, ma come quegli antichi uomini erano soliti tra lo svago e i giorni di festa danzare in modo virile. Occorre concedere una pausa agli animi: riposati, rinasceranno migliori e più combattivi. Come non si deve essere impositivi coi campi fertili? Infatti una produttività mai interrotta li esaurirà in fretta. Così una fatica continua indebolirà gli slanci degli animi, e questi riacquisteranno le forze se per un po’ risparmiati e lasciati a riposo; dal protrarsi delle fatiche nascono un certo qual torpore e un infiacchimento degli animi. E a ciò non tenderebbe un tanto grande desiderio degli uomini, se lo svago e il gioco non possedessero un certo naturale piacere; però il ricorso frequente a questi toglierà ogni gravità e ogni forza agli animi; infatti, anche il sonno è necessario a ridare forse, tuttavia qualora tu lo continui giorno e notte, diventerà la morte.
(Seneca)

Sono giorni di festa. Eppure le vetrine si sono spente per pochi istanti. Dopo un rapido brindisi, molti tornano alle proprie attività, per non perdere quel tempo, che è denaro.

Lo svago (otium) con il lavoro (negotium) ha a che fare — però — come la vita con la morte. Una cosa non può esistere senza il suo contrario ed è dal suo contrario definita e connotata.

Lo sanno bene i latini: Seneca, con il “De brevitate vitae”, il “De otio” e il “De tranquillitate animi” invita ai piaceri intellettuali, per discostarsi dall’affaticamento della vita pubblica, della conquista del potere e degli intrighi per la sua conservazione. Descrive figure affaccendate, tribolanti, appesantite dall’ambizione e dalle occupazioni quotidiane, tanto da essere dimentiche di se stesse, impegnate nell’attrezzare una vita tesa al raggiungimento di scopi, che il vivere non sono. Se ben gestita, l’esperienza su questa terra può essere lunga: il tempo, diviso in tre parti (ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà) potrà essere usato con sapienza. Il passato, scrigno dei ricordi, non dovrà essere imbruttito da rimorsi e pentimenti. Il presente, seppur fugace, sarà utilizzato nella costruzione delle virtù. Il futuro troverà anticipazione nella visione libera e serena di ciò che verrà.

Cicerone definisce l’ozio come una caratteristica dell’uomo libero, descrivendo se stesso“semiliber” per via di un consolato “non sine causa sed sine fine laudato”.

Augusto augura a se stesso un felice ritiro a vita privata, impotente nel tentativo di svincolarsi dai meccanismi del potere.

Orazio esorta l’uomo a godere del presente (“carpe diem”), rubando un giorno al tempo, senza ansia per un futuro che nessuno è in grado di prevedere.

Nel 1661, a Napoli, viene fondata l’Accademia degli Oziosi.

Nel 1883, Paul Lafargue scrive “Il diritto alla pigrizia”, rimproverando l’uomo per la degenerazione determinata dal lavoro in ottica capitalistica, causa di alienazione, imbruttimento e follia.

Nel 1889, Jerome K. Jerome presenta “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)”, a cui segue “Tre uomini a zonzo” (1990). Scrive inoltre “I pensieri oziosi di un ozioso: libro per un’oziosa vacanza” (1886), dedicato alla sua pipa, inseparabile compagna di svago. Fonda “The Idler”, “Il fannullone”, rivista dedicata alla positività dell’ozio.

Bertrand Russell, con l’“Elogio dell’ozio” (1935), tratta dell’importanza dell’inutilità del sapere, di quelle scienze superflue (filosofia, letteratura etc.) fondatrici della storia del pensiero dell’uomo.

E ancora, Paul Lafargue (“Il diritto alla pigrizia”), Tom Hodgkinson (“L’ozio come stile di vita”), Milan Kundera (“La lentezza”): l’ozio è la sapienza della lentezza, il “conoscere a meraviglia la tecnica del rallendando”.
Lo stesso Petrarca interviene sul tema, proponendo il “De vita solitaria”.

In un meraviglioso articolo di Stefano Paolo per il Corriere della Sera, Kundera, Virginia Woolf e De Masi prendono voce:

“Lo dice magnificamente Kundera nel libro citato: «C’ è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’ intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’ intensità dell’oblio».

È più o meno ciò che pensa Virginia Woolf quando afferma che «nell’ozio la verità sommersa viene qualche volta a galla». Ha ragione, Virginia Woolf. Intanto perché — lo dice Domenico De Masi in un libro intervista con Maria Serena Palieri, l’«ozio creativo» è un girare apparentemente a vuoto, in attesa dell’idea, dell’estro, della voglia, della cosiddetta ispirazione che può produrre capolavori. «Oziare — aggiunge De Masi — non significa non pensare. Significa non pensare secondo regole obbligatorie, non avere l’assillo del cronometro, non seguire i percorsi angusti della razionalità, tutte quelle cose che Taylor e Ford si erano inventati per imbrigliare il lavoro esecutivo e renderlo efficiente»”.

Ancora Stefano Paolo:

“L’ inattività è molto più produttiva dell’azione. Basti pensare a Ulrich, l’uomo senza qualità (e inconcludente) di Musil, agli inetti di Svevo (autore di pagine, intitolate Il mio ozio, che dovevano appartenere a un romanzo rimasto incompiuto) perennemente a passeggio per la città, ai tempi perduti e ritrovati di Proust: dove la memoria, il sapore della vita e della morte emergono nel momento massimo del relax, inzuppando una madeleine in una tazza di tè. Per non dire di quel che affiora nell’ozio più paradossale, angoscioso e assurdo della letteratura, quello di Vladimiro ed Estragone, in Aspettando Godot. Il tempo della vita viene annullato e la verità la si cerca altrove. Quando l’ozio aveva un valore esistenziale, anche i narratori ne tenevano conto e condivano i loro romanzi di dilatazioni, rallentamenti, digressioni e descrizioni, al punto che nel secolo scorso queste hanno preso il sopravvento fino a diventare il cuore della narrazione. Le cose importanti accadevano nei tempi morti anche in letteratura. Ma la fretta incalzante delle nostre «vite di corsa» (titolo di un libretto del sociologo Zygmunt Bauman) ha prodotto, negli ultimi anni, romanzi di corsa: il trionfo della trama non è altro che il riflesso (automatico?) narrativo di un mondo che si regge sulla velocità-tutta-cose, sull’iperattività (una sindrome di cui, non a caso, sempre più soffrono i nostri figli sin dall’infanzia). Non è ammesso ozio neanche nei romanzi: il genere — giallo, noir, eccetera — va subito al sodo, è il trionfo del ritmo, dell’azione senza tanti giri, senza perdite di tempo. È probabile che un nuovo Proust oggi scriverebbe «Alla ricerca del tempo perso perduto».”

In questi giorni, a conclusione dell’anno passato e in apertura del nuovo, auguriamo a tutti il meritato riposo e il godimento di inutili piaceri.