Oggi piove.

All’alba, ho visto la linea di temporali all’orizzonte avvicinarsi da nord, e ho capito che sarebbe stata una giornata di pioggia. Succede sempre, quando la linea di temporali arriva da nord. Il boato delle onde che si infrangevano sul reef è stato intenso per tutto il giorno. Brutta roba, trovarsi là fuori, nell’Oweano, in una giornata così.

L’unica cosa da fare per me, in giornate come questa, è rifugiarsi nella capsula di sopravvivenza interstellare. Il modulo base dell’astronave che mi ha trasportato lontano, nello spazio profondo, molto tempo fa, e dentro al quale sono ammarato nell’Oweano, è giunto sull’isola poco tempo dopo il mio naufragio. Si è incagliato tra le radici delle mangrovie nella parte est. Un fottuto colpo di fortuna. L’ho trascinato a fatica accanto alla maison — così ho chiamato la capanna fatta di legno di mangrovia e foglie di palma e banano — e ho incominciato a lavorarci. Quasi tutti gli apparecchi elettronici erano distrutti, divorati dalla salsedine, ma qualcosa si era salvato. Ho piazzato i pannelli solari sul tetto della maison, ho utilizzato i cavi integri per fornire alimentazione agli unici due schermi rimasti intatti e alla radio. Infine ho riciclato una delle parabole satellitari esterne, l’ho puntata utilizzando il gps — che ho spento subito dopo — ho creato una rete con il router, con una delle schede madri del sistema operativo rimasta miracolosamente asciutta e con un paio di hard disk. Ovviamente non ha funzionato tutto subito, ho passato giorni ad imprecare. La cassetta degli attrezzi si era aperta in mezzo alle onde e mancavano le cacciaviti della misura giusta. Alla prima accensione ho esultato, ma all’inizio il sistema andava spesso in crash. Ora, dopo numerosi interventi, è abbastanza stabile. La sera in cui finalmente sono riuscito a navigare su Internet in maniera fluida, ho festeggiato ascoltando per ore London Calling dei Clash ed ubriacandomi di sciroppo di dattero fermentato allungato con latte di cocco. Sa vagamente di Amaretto di Saronno, non è male. Dovreste provare, ovunque voi siate.

Oggi, come dicevo, ho trascorso la giornata all’interno della capsula di sopravvivenza interstellare mentre fuori pioveva forte e tirava vento. Ho seguito in diretta il gran casino scoppiato oltre Oweano in seguito alla pubblicazione di un vecchio video abbastanza imbarazzante del candidato repubblicano. Ora, non so quanti di voi l’abbiano notato, ma quel video è del 2005. Casualmente tirato fuori adesso, a un mese dalle elezioni. Vecchie volpi, i discendenti delle tredici colonie. Alexis de Tocqueville, oggi, sarebbe stato orgoglioso di loro. L’impressione è che da qui alla data del voto uscirà altro. Magari uscirà anche di peggio. Come dar loro torto, del resto. Per quanto siano colpi bassi, sono colpi sacrosanti. L’avrei fatto anch’io, l’avreste fatto anche voi.

Però. C’è un però. Il grassone plutocratico razzista misogino perderà, com’è giusto che sia. Non è questo il punto. Il punto è che un grassone plutocratico razzista misogino come lui è arrivato fin lì, a un passo dall’elezione. A un passo dall’elezione per diventare quello che i media, in modo un po’ stupido, grossolano e in fin dei conti falso, definiscono l’uomo più potente del mondo.
Il Presidente.
Di questo, oggi, Alexis de Tocqueville sarebbe un po’ meno contento.

Lunga vita all’E.L.R.I.

P.S.
Ho trascorso il resto della giornata intrecciando due collanine di conchiglie. Una di conchiglie bianche, l’altra di conchiglie nere. La prima l’ho messa al collo di John Stuart Mill, l’altra al collo di Arthur Schopenhauer. Sembrano entrambi abbastanza soddisfatti. Mentre accadeva tutto questo, Popper ci guardava divertito mentre si portava ritmicamente alla bocca con le chele chissà cosa, irto sulle zampe in un angolo della maison.

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