Questa mattina me la sono vista brutta. Mentre perlustravo il palmeto meridionale, una grossa e pesante noce di cocco si è staccata all’improvviso da uno degli alberi più alti, è precipitata nel vuoto accelerando alla folle velocità di 9,8 m/s2, mi ha sfiorato la testa e si è conficcata nella sabbia a pochi centimetri dai miei piedi con un tonfo sordo. Lo schianto ha sollevato polvere per aria e creato un cratere profondo. Qualora mi avesse centrato la nuca, non so se ora sarei qui a scriverne.
Ad ogni modo, ho ringraziato due volte la sorte: la prima per il dono piovuto giù dal cielo con ammirevole tempismo, la seconda per il fatto che il tempismo non è stato tale da accopparmi. Ho raccolto la noce e l’ho portata alla maison. L’ho aperta e ne ho bevuto il latte, fresco e dissetante. C’ho impiegato settimane, dopo il naufragio, per imparare ad aprire una noce di cocco senza ridurla in poltiglia. Oggi lo faccio con discreta maestria. Ho tagliato un paio di fette, quindi ho avvolto il resto della noce in uno dei panni di stoffa azzurra che ho ricavato dal sedile della capsula e l’ho riposta in fondo alla profonda buca che ho scavato sulla spiaggia vicino alla maison, tra le banane raccolte ieri e i datteri secchi della scorsa stagione.
La buca è la mia preziosa dispensa, la puntello con rami di mangrovia e assi di legno di palma man mano che scavo in profondità. la vicinanza con il bagnasciuga mantiene la sabbia compatta, fresca e umida e previene il rischio di crolli. Ci conservo la frutta, le aragoste e i pesci che riesco a catturare. L’unico problema è tenerne lontano Popper. Popper ama introdursi di soppiatto nella dispensa e piluccare qua e là ciò che più gli aggrada. Nel farlo, fa cadere le scorte di cibo dagli scaffali e mette tutto a soqquadro. Sembra quasi che gli piaccia proprio buttare tutto in aria là sotto. E’ un problema a cui non ho ancora trovato soluzione: non importa se gli ho dato da mangiare o no: se non sto attento, Popper si intrufola nella dispensa e fa casino. Per fortuna oggi non era nei paraggi, probabilmente stava nuotando nella laguna. Ama fare lunghe nuotate nella laguna nelle giornate senza vento come oggi.
John Stuart Mill e Arthur Schopenhauer invece erano ben presenti, stavano litigando rumorosamente sul ramo di una mangrovia poco più in là. Ce l’avevano con la Teoria delle Stringhe. John è un suo fervente sostenitore, dice che un’eleganza matematica del genere non può non aver riscontro nella realtà. Arthur invece la odia, sostiene che con i giochetti a base di numeri si possono costruire interi universi immaginari, ma che la verifica attraverso prove strumentali è tutt’altra cosa. Si accapigliano spesso sulla Teoria delle Stringhe, John e Arthur. Io li ascolto, rapito dalla loro erudizione. Non mi sono ancora fatto un’idea precisa a riguardo. Quand’ero alla deriva a migliaia di anni luce da qui ho visto la specie aliena dei Geni utilizzare qualcosa di simile alla Teoria per aprire dei wormhole spazio-temporali di eccezionale stabilità, ma non ho approfondito abbastanza la vicenda. L’unica cosa che so, è che non ho mai visto nessuno capace come i Geni di spalancare con precisione chirurgica wormhole spettacolari, e richiuderli subito dopo averci fatto passare milioni di individui senza che nessuno restasse fritto dai violenti lampi elettromagnetici creati dalla dilatazione spazio-temporale.
In ogni modo John e Arthur si stavano scaldando un po’ troppo: spalancavano i grossi becchi ricurvi e sbattevano rumorosamente le ali variopinte mentre litigavano, appollaiati sul ramo contorto di mangrovia sospeso sulla spiaggia. Infastidito, li ho riportati all’ordine con un fischio. Si sono voltati verso di me con aria colpevole, consci dei loro eccessi. Hanno abbassato i toni e le ali, si sono avvicinati l’uno all’altro zampettando sul ramo dondolante e hanno continuato a discutere fitto tra loro sotto voce. John mi ha lanciato un’occhiata di traverso mentre camminavo sulla spiaggia. Ho fatto finta di niente, so che domani gli è già passata.
Ristabilita la pace, sono tornato nella maison. Ho preso le fette di polpa di cocco e me le sono portate nella capsula di sopravvivenza interstellare. Ho avviato il G.M.S e ho controllato gli ultimi aggiornamenti da oltre Oweano. Ho trovato questo articolo, che inizia con la constatazione che “Neoliberalism is creating loneliness. That’s what’s wrenching society apart”.
Il pezzo non parla solo di neoliberalismo, va molto più in là. Mi sono chiesto se qualcuno, oltre Oweano, l’ha apprezzato. Magari qualcuno dell’E.L.R.I., posto che ci siano ancora soldati dell’E.L.R.I vivi, da qualche parte. L’ho letto attentamente mentre addentavo la polpa bianchissima e fresca della noce di cocco che poche ore prima mi aveva quasi fracassato il cranio.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/oct/12/neoliberalism-creating-loneliness-wrenching-society-apart

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