Automazione, robotica e ridistribuzione delle ricchezze

Tony Colombo
Sep 9, 2018 · 3 min read

La recente storia ci insegna che con l’avvento dell’automazione e con l’inserimento della robotica nei processi produttivi o di servizio, il numero di posti di lavoro non è aumentato, anzi è diminuito; la produttività è invece aumentata e con essa la ricchezza dei sempre più pochi che la detengono.

Impiegare una lavoratore significa, oltre che pagare lo stipendio, sostenere anche gli oneri sociali che ne derivano (la sanità, i contributi per la pensione, etc.), viceversa utilizzare un robot significa sopportare solo i costi relativi di energia e manutenzione.

La produttività di un robot è di gran lunga maggiore di quella di un essere umano, il robot è attivo 24x7 (senza vacanze, né malattie), non si lamenta, non chiede aumenti, lavora anche in condizioni inaccettabili per l’uomo e non necessita di rappresentanza sindacale.

Il futuro spingerà molto oltre questo livello di automazione e la relativa disoccupazione dei lavoratori, anche le fasce più alte professionalmente verranno impattate da questo trend poiché queste ultime sono anche quelle più costose in termini di stipendi ed oneri e quindi quelle maggiormente da aggredire per ridurre i costi.

E’ solo questione di tempo, col progredire dell’intelligenza artificiale anche questi lavoratori con alto profilo professionale subiranno la stessa sorte degli altri: la disoccupazione (già ora l’analisi delle immagine mediche può essere svolta in un tempo di gran lunga inferiore e con una maggiore affidabilità da una macchina).

Per mantenere vivo e sostenibile il sistema capitalistico è necessario che vi siano compratori e affinché vi siano clienti è necessario che questi ultimi dispongano di un capitale da spendere, diversamente nessuno sarà più in grado di comprare i beni prodotti e quelli che ora mantengono le ricchezze non potranno arricchirsi ulteriormente.

E’ quindi necessaria una distribuzione della ricchezza prodotta con l’aumento della produttività e la compressione dei costi verso il basso garantiti dall’automazione, ma ciò può essere fatto in modi differenti. Se il capitalismo avesse un’etica il modello ridistribuirebbe la ricchezza prodotta per garantire prosperità a tutti pur mantenendo le differenze sociali come è sempre stato, ma il capitalismo non ha un’etica essendo teso, sempre e comunque, al massimo profitto e quindi può solo implementare un parziale riequilibrio: dare alle masse un reddito minimo che permetta loro di rimanere compratori, ma continuare ad accumulare la ricchezza nelle mani di pochi.

Il reddito minimo (o di inclusione o di cittadinanza che dir si voglia) permette la sopravvivenza, permette di continuare ad essere compratori di beni, ma non di essere veramente uomini liberi in grado di poter scegliere il proprio destino; darà un minimo di sostentamento mantenendo le persone comunque schiave del sistema.

Molti sostengono che con l’intelligenza artificiale si perderanno si posti di lavoro, ma se ne creeranno di altri. Nessuno però sa ancora dire quali e, in ogni caso, ad oggi questa crescita di nuovi posti di lavoro è risultata, a livello generale, inesistente.

L’intelligenza artificiale ci libererà dai lavori manuali lasciandoci molto tempo libero per svago, viaggi e tutto quello che ci piacerà fare. E’ vero, ma bisogna considerare l’imbarbarimento culturale subito negli ultimi decenni a causa di tv e social, le persone sono oggi sempre più sole e questo tempo libero, se non usato per una vera e reale socializzazione (oggi inesistente), aumenterà questa loro solitudine.

Il progresso non deve essere fermato, ma andrebbe gestito nel migliore dei modi a beneficio di tutti. Oggi non c’è sistema democratico in grado di farlo e nemmeno la consapevolezza necessaria per affrontare una sfida di queste dimensioni, considerando che a guidare questa svolta epocale sono solo pochi gruppi mondiali.

Che fare? Non servono rivoluzioni, ma serve una nuova consapevolezza, serve istillare certezze: questo modello capitalistico non produce benessere per tutti, ma solo per pochi e va cambiato.

Bisogna avere il coraggio di porre domande alla politica senza avere ancora certezze sul da farsi, perché quelle saranno il frutto di una riflessione collettiva, seria e determinata nel cambiare il futuro. La distribuzione delle ricchezze, per il bene comune, non è un’opzione ma una soluzione democratica per gestire gli eventi, come implementarla fa parte della sfera delle scelte da farsi dopo essersi interrogati ed avere condiviso i dubbi.

Ci hanno abituato a non porre domande se non si hanno le soluzioni: sbagliato, questo è il tempo delle domande.

Tony Colombo

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