Bradley: il vero underrated(?)

Avery Bradley al tiro contestato da Kyrie Irving

Kawhi Leonard oggi è uno dei migliori giocatori a calcare i parquet NBA; pochi dubbi a riguardo. La sua capacità di fare la differenza su entrambi i lati del campo e la sua struttura fisica lo rendono un essere quasi mitologico. Quello che però lo rende uno degli esempi più lampanti di come dovrebbe essere un vero campione ed un esempio per chiunque, è la sua progressione anno dopo anno sotto ogni aspetto del gioco (sono sicuro che in questo suo professionismo Tim Duncan abbia avuto un ruolo non marginale). Ogni singolo anno ha aggiunto un nuovo aspetto al suo gioco, diventando letale anche come ala piccola. Miglioramenti che lo hanno portato a vincere un titolo di MVP delle finals, nonostante la sua esistenza fosse sconosciuta ai babbani.

Alle spalle di Kawhi però c’è un altro giocatore che da quando è entrato nella lega ha fatto passi da gigante e sembra non volersi fermare. Può essere sconosciuto ai più distratti, ma è senza dubbio uno dei pezzi pregiati dei Boston Celtics: il suo nome è Avery Bradley. AB è stato scelto nell’ormai lontano 2010 con la 19sima scelta ed un coro di critiche da parte dei tifosi biancoverdi. Entra a far parte di una squadra ben diversa da quella in cui si trova oggi. Il gruppo era costruito attorno ai Big Three (Pierce, Garnett ed Allen) ed era uno dei top team della lega, sempre in ballo per un posto nelle finals. Considerato uno specialista difensivo, il primo anno, come ci si può aspettare da un rookie inserito in una squadra di alta classifica, stenta a trovare spazio, ed a metà anno viene spedito nella lega di sviluppo. Chiude la stagione con 5.2 minuti giocati e 1.7 punti segnati. Non proprio un inizio da ricordare. Nonostante ciò, non demorde e durante la pausa estiva lavora duro sul suo gioco. L’anno successivo, sfruttando l’assenza per infortunio di Allen, entra a far parte del quintetto base, e anche quando RayRay ritorna, AB continua comunque ad essere la guardia titolare in più di un’occasione. Quell’anno la sua produzione raggiunge i 7.6 punti a partita con quasi il 50% dal campo in 21 minuti di media. Purtroppo a fine stagione è costretto ad un intervento alla spalla che gli farà saltare le finali di conference contro i Miami Heat. Rientra a Gennaio dell’anno successivo e la sua produzione aumenta ancora raggiungendo i 9.2 punti. Una delle cose che più si notarono nel suo terzo anno, fu l’apparizione di un tiro da 3 ancora grezzo, ma che faceva ben sperare per il futuro. Inoltre, l’assenza durante la prima parte di campionato non gli negarono la gioia di essere nominato nel secondo quintetto difensivo NBA.

Il campionato 13–14 è un anno di svolta. La squadra intorno a lui cambia radicalmente con la cessione del trio Pierce, Garnett, Terry e il cambio di allenatore, ruolo affidato all’esordiente Brad Stevens. Da contender si ritrovano ad essere una squadra cuscinetto. Bradley inizia le prime 4 partite da playmaker, con risultati a dir poco scandalosi, ma quando viene spostato in posizione di guardia le cose cambiano radicalmente. Nonostante sia costretto a saltare più di 20 partite per un doppio infortunio alla stessa caviglia, chiude la stagione migliorando tutte le statistiche. Segna 14.9 punti, con quasi il 40% da 3, 3.8 rimbalzi e 30.9 minuti giocati. Da qui, a parte l’anno di passaggio 14–15 in cui la squadra ha visto cambiare qualcosa come 13 giocatori, le sue statistiche sono costantemente aumentate.

A tutt’oggi sta viaggiando a 17.9 punti di media rendendolo il secondo terminale offensivo dei Celtics. Ha una media al tiro di oltre il 47% e una percentuale da 3 punti di quasi il 43% su 5.2 tiri tentati a partita. Oltre alla produzione offensiva, sta tirando giù qualcosa come 7.5 rimbalzi e smazzando 2.5 assist. Guardandolo giocare però, quello che colpisce di più è la sua capacità di crearsi lo spazio per il tiro dal palleggio. Fino all’anno scorso, Bradley era un giocatore che basava la sua produzione sulla ricezione dagli scarichi e sui tagli. Nella stagione in corso, invece, sempre di più parte dal palleggio per crearsi da solo lo spazio per poter far partire il tiro. Bradley è riuscito a trovare la quadratura del cerchio anche per diventare un portatore (sano) di palla. Dopo la disastrosa esperienza del primo periodo di Stevens, AB non si è perso d’animo e quest’anno, seppur per brevi tratti di partita, lo si può ammirare anche nel ruolo di playmaker. A tutto ciò aggiungete che l’anno scorso è stato un giocatore da primo quintetto difensivo (cosa che per lo scrivente sarebbe dovuta avvenire già l’anno prima). Ciò significa che è stato eletto tra i migliori 5 difensori della lega. Fatto non indifferente considerando che in oltre 30 minuti giocati a partita, AB non si risparmia mai, mettendoci tutto l’impegno necessario su entrambi i fronti del campo.

All’interno dei Celtics, squadra ancora in divenire e alla disperata ricerca di una stella per fargli fare il salto di qualità, Bradley è uno dei veterani e uno dei (se non il) leader. Brad Stevens e Danny Ainge (allenatore e GM) sono ben consci di questo e non sono per nulla riluttanti a investirlo di maggiori responsabilità. In una squadra priva di un capitano ufficiale, Bradley è sicuramente uno degli esempi per i compagni, nonostante non sia un leader vocale, com’era il suo ex compagno di squadra Kevin Garnett, è sicuramente un leader per comportamento. Ruolo che si è guadagnato mettendoci sempre il massimo dell’impegno dentro e fuori dal campo, volendo sempre migliorarsi senza mai accontentarsi. Bradley è in un contratto (molto favorevole ai Celtics) che scadrà a fine stagione 2017–18 e con il nuovo contratto cercherà sicuramente di massimizzare tutti i miglioramenti messi in mostra fino ad oggi. Attualmente prende circa 8mln di dollari a stagione, ma con il nuovo contratto televisivo e il conseguente aumento del cap salariale, non è difficile aspettarsi che Bradley ottenga un contratto non lontano dai 20mln, una cifra che quando entrò nella lega era riservata alle superstar.

Obiettivamente Avery Bradley non è un giocatore paragonabile a Leonard e non raggiungerà lo stesso livello di successo. Però, per i difensori di elite che riescono a produrre anche un discreto numero di punti in questa lega ci sarà sempre posto. Che voglia legarsi a vita con i Celtics (sempre che loro vogliano farlo), o che voglia cambiare aria per andare a fare il comprimario di lusso in una squadra da titolo, continuando così l’unico limite che Bradley può incontrare è dato da sé stesso. A tutt’oggi però, a 26 anni appena compiuti, questo limite non si è ancora visto.