Le sfide ai piani di riarmo navale di Trump

Il presidente Trump si rivolge all’equipaggio della Gerald Ford

Nel programma elettorale con cui Donald Trump ha vinto le presidenziali Usa dello scorso novembre c’era posto anche per un impegno al riarmo navale degli Stati Uniti. Stando agli annunci del tycoon repubblicano, negli anni a venire la flotta americana dovrà crescere fino a 350 unità combattenti dalle attuali 275 per essere in grado di ribadire la primazia globale della talassocrazia a stelle e strisce in un’era di ritrovata competizione fra le grandi potenze. I dettagli di un progetto tanto ambizioso, in realtà, sono ancora molto poco chiari: non si conoscono le tempistiche, né tantomeno la struttura, di un’ipotetica Marina a 350 navi. 
L’apertura di una riflessione ufficiale sul futuro delle proprie forze navali è una necessità presente da tempo presso ambienti militari e circoli strategici statunitensi, soprattutto oggi che il nuovo contesto internazionale e le contromosse dei potenziali avversari possono mettere in discussione alcuni degli assunti su cui si regge lo strapotere marittimo di Washington. Forse non a caso, lo scorso dicembre il Congresso ha autorizzato la formulazione di appositi studi per prepararsi a un’ipotetica ristrutturazione della flotta americana. Dalle risposte del Center for Strategic and Budgetary Assessments, della stessa Marina e della Mitre Corporation, emerge come l’imperativo debba essere la redistribuzione fra più assetti del potenziale offensivo della flotta, a oggi concentrato in pochi e costosissimi gruppi da battaglia costruiti attorno alle superportaerei che scontano il fatto di rappresentare sia in termini operativi che simbolici il bersaglio ideale per un eventuale attacco nemico. Fra le soluzioni c’è il ricorso a nuove portaerei leggere da 45–50 mila tonnellate da affiancare alle attuali grandi unità nucleari da 100 mila tonnellate per rafforzare le capacità offensive dei gruppi da sbarco dei Marines; il riassetto delle formazioni di superficie combinando fra loro nuove cacciatorpediniere, navi anfibie e altre unità minori; lo sviluppo di una piena interconnessione fra le diverse imbarcazioni per avere un quadro dettagliato e aggiornato del campo di battaglia; quello di armi a lunga gittata capaci di sopravvivere in ambienti ostili e distruggere il nemico. 
In attesa di capire come e se si concretizzeranno i progetti di rilancio della flotta — di recente lo stesso Trump ha invocato il ritorno a una forza incentrata su 12 portaerei nucleari dalle attuali 10 e questo nonostante gli allarmi di quanti ritengano ormai conclusa l’era della portaerei — è bene tenere presente che per raggiungere la fatidica quota-350 non sarà sufficiente “aggiungere” 75 nuove unità all’organico della Marina. Secondo un rapporto diffuso a febbraio a firma del Congressional Budget Office (agenzia federale che si occupa di produrre analisi economico-finanziarie per i decisori di Washington), lo sforzo dovrà essere ben maggiore: di qui al 2046 i cantieri navali americani dovranno sfornare almeno 321 nuove navi per far crescere la flotta tenendo conto delle unità che verranno ritirate dal servizio nello stesso lasso di tempo. Altrettanto imponente lo sforzo finanziario: 690 miliardi di dollari spalmati in un arco di trent’anni, con un incremento di circa il 60% rispetto al budget stanziato nelle ultime tre decadi per la costruzione di nuove unità. 
Le sfide più grandi saranno due: convincere il Congresso ad allentare i cordoni della borsa e disporre di una base industriale sufficientemente ampia da sostenere il riarmo. Il che può essere un problema se si considera che la forza lavoro attiva nei cantieri navali statunitensi ha sperimentato una considerevole contrazione a partire dagli anni Ottanta (da 176mila a 100mila operai circa), tanto che oggi i due più grandi costruttori del paese — General Dynamics Corp. e Huntington Ingalls Industries — hanno in progetto di assumere fino a seimila nuovi operai soltanto per non perdere il passo con gli ordinativi già in essere. Per procedere a uno sforzo ulteriore, però, non potranno che attendere i nuovi ordini della Marina, il tutto mentre si calcola che occorrono in media fino a 5 anni di tempo per formare gli operai altamente specializzati impiegati nei vari cantieri. Le variabili sono dunque molteplici e passano anche per la capacità di crescita dei fornitori privati che, negli ultimi anni, hanno adattato la loro produzione a ritmi e richieste nettamente inferiori rispetto a quelli che si avrebbero con il piano di riarmo navale enunciato — fino a oggi soltanto a parole — dal presidente Trump.

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