Volata finale per il sottomarino australiano mentre nei piani di riarmo navale di Canberra c’è posto anche per l’Italia
La scorsa settimana il sottomarino d’attacco giapponese JS Hakuryu è arrivato nella baia di Sydney assieme a due cacciatorpedinieri della Japanese Maritime Self Defence Force (Jmsdf) in vista dell’esercitazione congiunta ‘Nichi Gou Trident’ con le forze aeronavali dell’Australia.
Il fatto ha un’importante carica simbolica se si considera che l’ultima volta in cui un sommergibile nipponico si era spinto nelle acque di Sydney fu nel 1942, in pieno secondo conflitto mondiale: allora, tre sommergibili tascabili della Marina imperiale riuscirono a penetrare nella baia e ad affondare l’HMAS Kuttabul provocando la morte di 21 marinai australiani e britannici. Le ripercussioni dell’attacco si fecero sentire più sul piano psicologico (la guerra era arrivata anche in Australia sud-occidentale) che su quello militare, poiché in realtà le forze imperiali avevano nel mirino l’incrociatore pesante americano USS Chicago, ossia un bersaglio di ben altra caratura rispetto a una semplice unità ausiliaria come la Kuttabul. Gli attaccanti, inoltre, furono neutralizzati rapidamente.
A oltre settant’anni di distanza lo scenario è mutato radicalmente: Tokyo e Canberra lavorano alacremente al rafforzamento delle loro relazioni navali e condividono diversi obiettivi strategici nel teatro del Pacifico, quali la difesa dello status quo e delle tratte marittime o il contenimento della potenza cinese.
L’avvio delle esercitazioni Nichi Gou Trident risale al 2009, anche se quella di quest’anno ha un significato tutto speciale poiché è la prima condotta interamente nelle acque australiane. Nonostante siano state pianificate da tempo, le manovre giungono a pochi giorni di distanza dall’annuncio del vincitore della gara per la costruzione del nuovo sottomarino d’attacco dell’Australia.
La prossima settimana il governo di Canberra decreterà infatti chi, fra giapponesi, francesi e tedeschi, si sarà aggiudicato la commessa faraonica da oltre 30 miliardi di dollari Usa per realizzare le 12 unità che sostituiranno i 6 classe-Collins della propria Marina.
Il Giappone ha messo sul piatto i suoi avanzatissimi classe-Soryu, famiglia a cui appartiene lo stesso Hakuryu che si trova in questi giorni nella baia di Sydney (foto, fonte ABC). Le autorità militari dei due paesi hanno negato che la presenza del battello possa influire sull’esito della gara, benché parlando alla stampa australiana il contrammiraglio al comando della squadra giapponese non abbia fatto mistero di come il suo sottomarino sia in grado di compiere lunghissime traversate in mare senza bisogno di rifornirsi. Si tratta di un aspetto di non poco conto per una Marina come quella australiana chiamata a operare in un teatro geostrategico davvero vasto.
Ciononostante, il concorrente che fino a pochi mesi fa sembrava potersi affermare con un certo agio su francesi e tedeschi è dato in grave difficoltà ora che è scattata la volata finale.
Sulla proposta del Giappone pesano infatti l’avvicendamento in corsa Abbott-Turnbull (che ha allontanato dal governo un primo ministro come Abbott, forte di ottimi rapporti con il collega giapponese Abe) e soprattutto le elezioni generali australiane fissate per il prossimo mese di luglio in cui la difesa dei posti di lavoro legati alla cantieristica navale si sta ritagliando un ruolo di primo piano nel dibattito politico: ciò si collega alla totale inesperienza della Mitsubishi Heavy Industries in fatto di costruzione di armamenti all’estero. Infine alcune perplessità legate alla sostenibilità tecnica del progetto-Soryu su cui hanno fatto abilmente leva i concorrenti europei.
Soprattutto i francesi fanno notare come a livello strategico l’eventuale successo giapponese potrebbe danneggiare la politica cinese dell’Australia poiché avvicinerebbe il paese a una potenza (il Giappone) in aperta competizione con quello che è il primo partner commerciale di Canberra (la Cina appunto) e in tempo di crisi renderebbe più complesso mantenere una posizione equidistante fra i due colossi asiatici. D’altro canto, il Libro Bianco 2016 della Difesa australiana non ha fatto mistero di come Canberra punti al mantenimento dello status quo fondato sul rispetto del diritto internazionale e per questo motivo guardi con viva preoccupazione alla costruzione di isole artificiali cinesi nel Mar Cinese Meridionale e soprattutto al progressivo dispiegamento di assetti militari su queste stesse installazioni.
Ma non ci sono solo i sottomarini al centro del più vasto programma australiano di modernizzazione navale mai messo in campo dai tempi della seconda guerra mondiale. La britannica BAE Systems, l’italiana Fincantieri e la spagnola Navantia sono entrate nella short list per la costruzione di 9 fregate per la Marina dell’Australia.
Il vincitore, che sarà decretato nel 2018, realizzerà le navi ad Adelaide ma soprattutto potrà mettere le mani su un programma da ben 27 miliardi di dollari Usa che plasmerà la spina dorsale della flotta di superficie australiana del futuro.
A fine marzo, una delegazione della Marina australiana ha visitato a Doha la Fremm Carabiniere della Marina Militare italiana nel corso dell’esibizione internazionale Dimdex. Nonostante la forza del colosso britannico BAE e i buoni rapporti che intercorrono fra Navantia e la Marina australiana, per l’Italia si tratta di un’occasione da non perdere.
