Il mio meeting

36 anni fa ho iniziato a scattare foto al Meeting di Rimini, all’epoca si chiamava “Meeting per l’amicizia fra i popoli”, ma la baldanza ingenua dei suoi protagonisti, era la stessa di oggi. Andai con la mia (poca) esperienza e la mia (scarsa) attrezzatura a fare un lavoro che avevo imparato (o così speravo) e praticato negli anni delle superiori. Il primo impatto fu il confronto con una realtà più grande di me, non calcolata, ritmi di lavoro serrati e, soprattutto, l’urgenza di rispondere a qualcuno che mi programmava la giornata, cosa che, nella vita, non ho mai imparato a farmi piacere. I servizi si susseguivano, quello che non riuscivo a fare con la tecnica lo risolvevo con i gomiti, sgusciando fra le maglie del servizio d’ordine facilitato dalla struttura fisica completamente diversa dall’attuale. Tornai altre volte a fare foto per il Meeting che, con mia sorpresa, continuava a contattarmi. E i responsabili dei fotografi continuarono a farlo anche quando la “rivoluzione digitale” fece sparire rullini e flash a torcia, lo fecero per ben 17 anni dalla mia ultima presenza in fiera. Inutilmente visto che io non avevo mai avuto la possibilità né la voglia di acquistare una macchina digitale di livello decente. Quattro anni fa, all’ennesima “chiamata alle armi” potei rispondere positivamente: forte di una reflex “entrylevel”, ritornai alla fiera e il primo scatto pubblicato (da alcuni giornali online) fu un Marco Melandri che guarda in camera come a dire “ma tu che vuoi?”

il mondo della fotografia era cambiato, da “giovane di bottega” ero diventato un ometto di mezza età di nuovo con la necessità di imparare a padroneggiare il mezzo tecnico e faticando per “portare a casa” lo scatto giusto.
Di quell’anno ricorderò sempre gli sguardi di Monica Graziana Contrafatto (prima donna medagliata dall’Esercito Italiano) e quello di Giacomo Poretti.

La prima triste, per non aver ancora trovato la sua strada dopo la gravissima ferita riportata in Afghanistan, il secondo sorpreso dall’audacia di un bimbo che, scavalcando il servizio d’ordine e contravvenendo ogni indicazione, ottenne l’autografo.
Il Meeting è anche questo: scatti, sguardi, occasioni irripetibili e io lì in mezzo che non mi posso

godere appieno lo spettacolo se non a posteriori, controllando a fine turno il mio lavoro, correggendo, sviluppando le foto che formano il catalogo che viene messo a disposizione della stampa e dei media.
Sviluppo che ho dovuto imparare nel giro di 12 ore, visto che le prime foto le avevo ritoccate con qualche app comprata al supermercato e, ovviamente, non potevano andar bene.
Apprendimento facilitato dall’avere a fianco dei giovani e bravissimi colleghi “nativi digitali” che mi hanno messo alla frusta per un corso accelerato di sviluppo tramite i più sofisticati programmi oggi sul mercato.


E così, di scatto in scatto, si arriva al 2017, lavoro aumentato, più o meno sempre gli stessi fotografi, esigenze dell’ufficio stampa, se possibile, ancora più incalzanti: in una settimana 6/7mila scatti (che per me sono tantissimi) 100 Giga di foto, praticamente tutti i politici dopo essere entrati in fiera sono passati dal mio obiettivo, tranne uno, ma non per colpa mia …
Di quest’anno ricorderò mia figlia che ha affiancato il lavoro di tutti per processare e distribuire le foto agli ospiti e ai social media del Meeting. Ricorderò lo sguardo di molti ospiti, che ho cercato di captare, come tutti,

come sempre, ricorderò qualche frase che sono riuscito a cogliere fra uno scatto e l’altro e uno degli ultimi scatti che ho fatto, quando correndo a consegnare un servizio, ho pensato: “no, questo bambino vale cinque minuti di ritardo!”
La prima foto e l’ultima di questi appunti sono la prima foto e l’ultima che ho consegnato all’archivio del Meeting.
