Olio

Davanti al lavoro che andava fatto, si stava stranendo: “vale la pena? — si ripeteva — vale la pena spezzarsi la schiena per un paio di settimane portando cassette, tirando reti, lavando tutto a puntino fino all’estrazione dell’oro verde?”
Questo si ripeteva e puntualmente, a sera, ogni sera, si rispondeva di no. Faceva i suoi conti, era bravo a far di conto, pensava a quei quindici giorni di marzo trascorsi a potare gli olivi, con suo padre che strepitava appresso, come sempre da vent’anni, chiedendo di andarci piano, con i suoi detti antichi “sul ramo tagliato l’olio non viene!” Pensava ai giorni di caldo intenso passati a pulire un paio di volte il campo dall’erba alta, pensava alle preoccupazioni per parassiti e acciacchi vari delle piante: il conto era facile, “dovrei fare più di centotrenta litri d’olio — al prezzo corrente — per essere ripagato di quel tempo, di quel sudore”.

Eppure, una volta entrato fra gli alberi, i calcoli venivano meno: riconosceva quel taglio, quel palco di rami rimodellato in primavera, quel tronco slupato con la sgorbia e il fuoco, quella pianta risanata che ha ricominciato a produrre.
E mentre stendeva le reti per la pesca miracolosa, sbirciava lungo la strada, i vicini che avevano criticato le potature tardive e che stavano valutando quanto quelle piante fossero cariche di frutti

e promettessero bruschette in quantità a differenza dalle loro, potate prima delle gelate e poi fatalmente prive di fiori.
E così fra un calcolo e uno sguardo di invidia le cassette iniziarono a riempirsi e la schiena a indolenzirsi.
Ma a sera, in cantina, il calcolo del peso delle cassette piene e dei piantoni ancora da raccogliere cura ogni dolore.
Dopo i primi 5 giorni di raccolto, si va al frantoio, per trasferire intatti i sapori e la freschezza dei frutti raccolti, nell’olio.
E lì è un continuo salutarsi, ci si incontra con alcuni una volta l’anno, ci si racconta qualche balla sulla resa del proprio raccolto, strizzando l’occhio al frantoiano che conosce i veri numeri.
Si segue il percorso delle olive dalle casse alla pesa, alla tramoggia che le porta al vaglio e al lavaggio e poi ancora alla frangitura fin giù alle varie operazioni di centrifuga e filtratura. L’ultima cura che si può avere per il proprio lavoro, è togliere qualche foglia e qualche rametto di troppo.

E infine una cascata verde che ripaga di ogni sforzo, di ogni doloretto.
Il bidone si riempie, l’assaggio promette bene e si telefona a casa per dire di preparare il pane.
Dedicarsi alla cura del verde — di questo verde, così poco ornamentale ma così tanto proteico—dovrebbe essere disciplina obbligatoria per ogni lavoratore.
Questo, che si chiama settore primario, dovrebbe essere il punto di passaggio per ogni burocrate, per ogni politico. Non il buen retiro dei Cincinnato.
Ogni persona che impone una tassa, che chiede il pagamento di un ticket, di un pedaggio, la produzione di un certificato o la frequenza ad un corso di formazione, dovrebbe provare almeno una settimana l’anno a rompersi la schiena come quelli ai quali chiede di mollare gli attrezzi e di impugnare una penna e un modulo per poi, alla fine, magari, chiedere un assaggio di olio buono per capire il sapore della terra e il valore del sudore di chi la coltiva.
