Estratto — “Cuori vagabondi” (Capitolo 2)

(..) La mattina seguente Natalie si alzò di malavoglia. Un’incredibile tristezza le opprimeva il cuore. Sì vestì per andare al lavoro, prese le chiavi e la borsetta, aprì la porta… ma, non appena fece il primo passo, inciampò in un piccolo involucro di carta che era stato infilato sotto l’uscio. Lo prese, lo scartò e riconobbe immediatamente l’oggetto che conteneva, un piccolo ciondolo a forma di bussola.
Le mancò il respiro e dovette reggersi allo stipite per non cadere.
Solo in quel momento lo vide. Se ne stava appoggiato al muro accanto alla porta con il suo solito sorriso strafottente, ma ora le sembrava molto più affascinante.
«Che ne hai fatto del mio cuore?» chiese guardandola negli occhi.
Senza esitazione lo baciò e lui entrò nell’appartamento.
Braccia forti le cinsero la vita. Labbra appassionate catturarono le sue asciugando ad una ad una le lacrime che non volevano smettere di scendere. Natalie si aggrappò al suo collo assaporando fino in fondo il sapore della gioia più completa. Non avrebbe più voluto staccarsi da lui, ora che la teneva stretta al petto sussurrandole infinite volte all’orecchio “scusami”, ma si scostò ugualmente e gli prese il volto fra le mani, per osservarlo in tutta la sua bellezza e assicurarsi che non fosse un sogno.
Solo in quel momento si accorse che era stravolto dalla stanchezza. Pesanti occhiaie gli adombravano lo sguardo, aveva il viso emaciato e la maglietta sporca e sudata che indossava, era un po’ meno aderente di quanto lei si ricordasse.
“Ma quanto hai viaggiato…” gli chiese accarezzandogli il volto. Lui chiuse gli occhi, confortato da quel tocco. “Non ti preoccupare, sto bene”.
Natalie si spostò alle sue spalle e gli sfilò la giacca di pelle. Gli tolse anche la maglietta e lo condusse in bagno. Mentre l’acqua scorreva, gli tolse la cintura e lo spogliò completamente, seguendo con lo sguardo le linee spigolose di quel corpo solcato dalla fatica e dalle cicatrici del passato, ma capace di amore e passione incondizionati. Lo fece entrare nella vasca e con una spugna cominciò a lavare via dalla sua pelle riarsa dal sole, il ricordo di quei mesi trascorsi lontani. Accarezzò le cicatrici che aveva sulla schiena, ancora un mistero per lei, desiderando ardentemente conoscerne la storia per alleviare il senso di colpa di cui, lo sentiva, erano ancora portatrici.
Quando ebbe finito, si spogliò a sua volta ed entrò nella vasca con lui, lasciandosi trasportare dalle sue mani verso la beatitudine. Rimasero a lungo stretti in quel tepore, osservando il vapore salire verso l’alto in piccole volute di fumo bianco. Con la testa di lei reclinata sulla sua spalla e le dita a massaggiarle i capelli, Curz esordì:
“Sono stato uno stupido a lasciarti, ma dovevo cercare mio fratello”. Lei gli presa la mano e ne accarezzò il dorso.
“Curz, tu non hai niente di cui scusarti. Sapevo che saresti tornato. E se non l’avessi fatto…lo avrei capito.” Con un dito lui la spinse a voltare la testa e la guardò negli occhi. “Credi davvero che avrei potuto abbandonarti?” A quella domanda lei non rispose. Le baciò la spalla. “Sei tu la mia casa ora, Nat.”

Tratto da “Cuori Vagabondi” di Valentina G. Bazzani

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