Pinocchio

Ovvero una favola che non m’è mai piaciuta sulla quale speravo di cambiare idea.

http://www.artspecialday.com/9art/2015/12/23/infinito-pinocchio-una-mostra-che-vola-oltre-il-tempo/

Pinocchio, Antonio Latella, Gennaio 2017

Ho assistito a molti spettacoli di Antonio Latella il quale è, tra i registi italiani contemporanei, quello che ho seguito con più assiduità, non foss’altro che per la sua abitudine alle maratone, le quali mi permettevano di vedere tre spettacoli in una sera sola. È il regista i cui spettacoli sono stati più vicini ai miei interessi e al mio cuore almeno negli ultimi 10 anni. Pilade, Porcile, Bestia da Stile (tutti tratti da Pasolini), Veronika, C’è del pianto in queste lacrime, MA.

Tutti belli, tutti pieni di significato. Attori sempre dotati di grande talento, voci uniche, sforzo fisico. Il coro greco che, come un personaggio trasversale sia al teatro che alla vita, è comparso in quasi tutti questi spettacoli, come compagno di un percorso psicologico più che come cifra stilistica, tanto che ogni volta mi chiedevo come avrebbe fatto ad inserire il coro anche in questo testo qui, anche in questo spettacolo qui.

Eppure…eppure questa volta qualcosa è cambiato.

Teatro di parola

Un po’ prima della fine del primo atto, Latella fa fare ad un suo attore una tirata polemica contro la ‘memoria’ degli attori, contro il teatro di parola, contro l’esercizio di ‘calarsi nel personaggio’. Dice Mangiafuoco, rivolgendosi al pubblico (dal testo):

qui non si legge e non si scrive, qui da me si improvvisa.

e infatti quel che dice dopo è improvvisato:

il personaggio fa schifo, ha l’eritema, non ci si entra nella pelle del personaggio.

Le sue battute poi finiscono così (dal testo):

Nessuna memoria, memoria uguale ricordare e ricordare fa male tanto. I ricordi sono il lato patetico della memoria. Ora va’, ho detto va’ prima che ci ripensi.

Queste battute, prima dell’ultima scena del primo atto ovvero quando Pinocchio sarà impiccato dagli assassini, segna anche la fine -per me- di un teatro da seguire per ritrovarci la parola, il coro e il significato. Sembra che Latella abbia deciso — lo dice lui stesso per bocca di un suo personaggio — che la parola non è più importante, che la parola come testo, non lo è più. Che la parola ricordata (testo) è abitudine, mentre quella improvvisata è teatro.

Perché il naso si allunga

Sono stata attirata da questo spettacolo non solo perché Latella è quello che si può definire superficialmente il ‘mio regista preferito’. Ma perché sembrava che volesse proporre, ne ha parlato nell’intervista rilasciata sullo spettacolo, che si può leggere qui, una visione innovativa della favola. Abbiamo imparato che a Pinocchio gli si allunga il naso quando mente. Pinocchio è la favola che ha educato i bambini ad essere onesti e ubbidienti pena la malformazione fisica e, a suon di ricatti morali e scene horror, i bambini dovevano imparare ad essere ‘ubbidienti’ (non fare del male al babbo povero e vecchio altrimenti potrai, in ordine sparso, venire: derubato, impiccato, mangiato da una balena, lasciato solo e triste, avere anche gli amici trasformati e assassinati). A Pinocchio e -per traslazione- a tutti i bambini del mondo, accade qualcosa quando mentono, ma non è solo quello, vero? Cosa si nasconde ancora nella favola? Pinocchio ha fame, Pinocchio ha freddo. E gli si allunga il naso. Ma perché? La risposta è: non lo sappiamo. Pinocchio è di tutti — dice Latella — e dunque ciascuno di noi deve fare la sua riflessione. Ecco la mia, per lo spettacolo: in scena un attore bravissimo farfuglia a più riprese parole, frasi, grida sconnesse, come un bambino cui non sia stato insegnato niente ma che sa già tutto, Pinocchio va in giro attraversando ogni diagonale dello spazio scenico, sotto ogni tavolo, mangia segatura, parla con le monete in bocca, eppure non ci dice nient’altro di sé se non questo: sono un bambino sciocco e inconsapevole, mio padre mi ha dato forma, ma io avevo già vita (il ciocco di legno parlava già quando era solo un ciocco). Questa vita mi pesa, non sono mai stato felice nella mia allegria. Ho avuto fame e sete e freddo e sonno, e non so perché sono venuto al mondo.

Che poi è quello che ci diceva anche la triste favola di Collodi.

La sofferenza di vivere, la fatica di stare in scena

Pilade, regia A.Latella, nella foto Marco Foschi.

Come spesso succede negli spettacoli del regista campano, in scena si deve manifestare una forza fisica notevole. Pinocchio recita per tutto il tempo con un finto ciocco di legno attaccato al petto. Per Pilade la sofferenza di stare in scena è il tavolo alzato e sbattuto in terra e il suo monologo straziante mentre si piega sulle ginocchia e lentamente la sua schiena si abbassa all’indietro fino a toccare terra; per il protagonista di Bestia da stile la sfida è essere in scena ed in lacrime due minuti dopo. La forza dei corpi nudi in Porcile. Tutti a recitare in uno spazio scenico grande quando una traccia incassata in un muro per farci passare i fili dell’elettricità: C’è del pianto in queste lacrime.

Prego, guadagni l’uscita

Amo il teatro, per me ogni volta è una gioia. Non di rado sono andata a teatro più volte a vedere il medesimo spettacolo. Ma questa volta, dopo il primo tempo, sono andata via. Lo ammetto: ero annoiata e delusa, e per me andarmene è una forma di protesta. In Pinocchio c’era molto di quello che mi aspettavo: il coro, gli attori bravi, la scenografia bellissima (una neve di trucioli con cui gli attori potevano giocare, ma che per la maggior parte del tempo hanno ignorato). Ma non c’era la parola, o per meglio dire, la storia, non c’era il perché Pinocchio non è solo una favola per spaventare i bambini prima di andare a dormire, nel momento in cui sono più vulnerabili, non c’era la trasformazione. Ogni narrazione per essere tale la deve contentenere. E, per me, anche il teatro. ‘Mentre sceglie la persona è’, dice McKee nel suo libro su come raccontare le storie. E nonostante la neve, il coro, le voci sottili e le voci piene, il grillo e Mangiafuoco non ho capito cosa succedeva, non ho capito perché succedeva, nessuno sceglieva niente e Pinocchio è tornata ad essere una favola che non mi piaceva, ‘dalla profondità esoterica quasi intollerabile’.

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