I più grandi calciatori italiani (secondo me)

Calciatori, antifascisti, comunisti e anarchici: un calcio italiano di cui non si parla spesso ma che è, a suo modo, lo stesso “grande”.

Un anno fa la Gazzetta dello Sport aveva pubblicato una classifica dei 20 più grandi calciatori italiani della storia, votata dai membri della redazione. Una classifica praticamente ineccepibile, con campioni indiscutibili che hanno vinto titoli in Italia e all’estero, Mondiali e Palloni d’Oro; eppure, leggendola, sento che quella non è del tutto la mia classifica, in qualche modo non la trovo completa. Il punto è il concetto di “più grande”: per la maggior parte delle persone si rapporta unicamente all’aspetto sportivo, per cui un grande calciatore è un talento assoluto che ha portato la sua squadra a vincere numerosi titoli. Ma che ne è di tutto quello che sta attorno allo sportivo, al di fuori del rettangolo di gioco che fa emergere solo una parte del valore dell’uomo-atleta?

Da persona di sinistra, non è che mi sia mai sentito proprio a mio agio a tifare per gente che si è riciclata in politica (Boniperti è stato eurodeputato per Forza Italia; Rivera è passato dalla Dc a Segni, al centrosinistra via Margherita, poi al sostegno alla Moratti a Milano, quindi al Centro Democratico di Tabacci; Tardelli è stato in lista per le europee con il Pd di Renzi), omofobi (Fabio Cannavaro, che rivelò a Chi di essere contro le nozze gay, nella stessa intervista in cui diceva che film come Gomorra rovinano l’immagine dell’Italia nel mondo; ma anche il già citato Rivera, secondo cui i gay potrebbero anche evitare di sbandierarlo in giro, che “gli eterosessuali mica lo vanno a dire in pubblico”), e fascisti per convenienza (come Piola e il “Balilla” Meazza, che vissero quell’epoca da protagonisti del pallone e simboli nazionali) o per scelta (Buffon e il suo “boia chi molla”).

Se anche voi, come me, credete che il calcio sia qualcosa di più di un numero da circo, di una palla che s’infila sotto il sette, di una serpentina e di gente che solleva trofei in mezzo ai coriandoli, allora forse questa classifica fa per voi. Lo dico subito: è una classifica di parte, è una classifica politica, è una classifica per chi non si accontenta dei campioni a una dimensione e non crede che sport e società siano due mondi sempre distinti.

Aldo Olivieri

Il “Gatto Magico” esordì a diciannove anni a Verona, nel 1929, in serie B, per passare poi nella massima categoria al Padova, ma la sua storia come calciatore stava già per finire lì: si frattura una spalla dopo otto partite, rientra in amichevole e si rompe il cranio in uno scontro di gioco; gli rimettono assieme la testa con trapano e placche di metallo, lui torna a giocare contro il parere dei medici e trova spazio nella leggendaria Lucchese antifascista allenata da Erbstein, con la quale si rivela uno dei migliori portieri in circolazione e diventa titolare della nazionale campione del mondo nel 1938, per poi approdare al Torino. Aldo Olivieri non prese mai la tessera del Partito Fascista, era uno di quei giocatori che non condividevano ma stavano zitti per quieto vivere, perché dovevano pur lavorare. “ Sì, eravamo obbligati a fare il saluto, a recitare, e io recitavo. Ma mai ho preso la tessera: se si ama la libertà, non si può essere fascisti” disse in seguito in un’intervista a Marco Bonetto.

Franco Baresi

L’unico dei miei favoriti che compare anche nella classifica della Gazzetta: un difensore immenso, simbolo del Milan degli anni Ottanta e Novanta, quello di Berlusconi, di Sacchi prima e di Capello poi. Non so praticamente nulla delle idee politiche di Baresi, so di quel fattaccio della condanna per truffa in una vendita di quadri (nel quale però finì in mezzo per via della moglie), ma so anche che da tempo si impegna per aiutare i carcerati, in un paese in cui le condizioni delle prigioni sono pessime, tra pulizia, sovraffollamento e suicidi: Baresi collabora con il Banco Alimentare, assieme al quale raccoglie prodotti per le mense del carcere di Opera e li consegna di persona; è un uomo che sa vedere al di là, meritava un posto in una classifica che vuole vedere lontano.

Henry Molinari

Portiere dell’epoca pionieristica del calcio italiano, attivo in campionato dal 1913, prima con la AC Milanese e poi con il Genoa, per poi ritirarsi nel 1924 e diventare chimico come suo padre. Già, il babbo: Ettore Molinari, anarchico di quelli tutti d’un pezzo, tra i fondatori dell’Unione Comunista Anarchica Italiana. E anarchici erano anche Henry e i suoi fratelli, come Vittorio, anche lui calciatore nella Milanese e anche lui chimico. Henry fu l’unico professore del Politecnico di Milano a non aderire al Fascismo, attirandosi non poche antipatie; nel 1928, lui, i suoi fratelli e la loro istitutrice Nella Giacomelli furono arrestati con l’accusa di complicità nell’attentato a Mussolini, essendo amici di Camillo Berneri. Dopo la guerra, fu deputato della Consulta per il Partito Socialista (quando ancora poteva dirsi a ragione “socialista”).

Alessandro Lucarelli

Ma come, Alessandro e non Cristiano? Più forte -ma soprattutto più appariscente- Cristiano, senza dubbio: idolo delle folle livornesi con il suo pugno chiuso, ma una cosa come quella di suo fratello minore non l’ha mai fatta. Quando il Parma, nel 2014–2015, va a puttane per via dei soliti mercanti del pallone, Alessandro Lucarelli potrebbe starsene lì ad attendere lo stipendio che in qualche modo arriverà, e poi a fine stagione cambiare squadra tranquillamente; e invece si mette in prima fila, attacca i manigoldi che hanno trascinato il club al fallimento, parla con le tv e riesce a convincere la Federazione ad approvare nuove regole per un calcio più pulito. Alessandro Lucarelli fa il sindacalista, dice chiaramente nomi e cognomi dei colpevoli del crac (il direttore sportivo Leonardi, il presidente Ghirardi) e, quando il club iene spedito nei dilettanti, non se ne va: rinuncia ai soldi, resta a Parma. “Quando la situazione è precipitata, senza una società alle spalle, ho sentito il peso delle responsabilità e non mi sono tirato indietro. Purtroppo non sono riuscito a evitare il fallimento del Parma, perché il danno era troppo grande. Però ci ho provato fino all’ultimo” ha poi spiegato al Fatto Quotidiano.

Emiliano Mondonico

Calciatore onesto e niente più, il “Mondo”: una carriera passata nella provincia degli anni Sessanta e Settanta, soprattutto alla Cremonese. Allenatore sublime e operaio, e mica per ridere, una volta appesi gli scarpini al chiodo: le sue piccole imprese sportive sono note a tutti a Torino e Bergamo (e purtroppo glien’è mancata una, nella mia Novara). Poi la malattia, e un’altra battaglia vinta. E dopo una carriera stupenda passata tra i campi del “calcio che conta” (che conta i soldi, ovviamente), la sua cascina dove va a lavorare la terra, il campetto dell’oratorio dove allena i bambini ed educa i genitori a comportarsi civilmente anche sugli spalti. Nel 2014 ha accettato di allenare l’Equipe Lombardia, una squadra composta da calciatori che non hanno trovato un contratto per la nuova stagione (non i megamiliardari di cui si parla di solito, ma gente che gioca nelle retrovie, che prende il minimo sindacale e che rischia di trovarsi senza lavoro da un anno all’altro), e di farlo gratis, perché convinto dal progetto. Uomini come lui se ne trovano pochi.

Dino Pagliari

Chi l’ha detto che i “grandi” sono tutti campioni? Dino Pagliari non si è mai neppure avvicinato ad esser campione: maceratese classe 1957, arrivato giovanissimo nella Fiorentina e mandato in giro in prestito per un po’, poi tornato alla base, ma senza mai convincere. Gli allenatori, almeno, perché nonostante le poche partite disputate in viola, Pagliari è stato un idolo del Franchi: capelli e barba lunghi, atteggiamento hippy, va agli allenamenti in Ciao e, quando fa freddo, gira con l’eskimo (qualcuno l’ha visto pure a zonzo per Firenze con una gallina al guinzaglio, una volta). È marxista, ama bere e forse si concede anche qualche canna; solo due anni alla Fiorentina, ma il coro ricorrente della surva Fiesole in quegli anni è “Dino drogaci! Dino, Dino drogaci!”. Era un attaccante di fatico e corsa, sgraziato ma che ci metteva il cuore; “ci mettevo tanta buona volontà, ma ero un pelandrone! Alla fine, quello che conta è essere se stessi”.

Dario Hubner

Qui la politica centra poco: Dario Hubner è l’unico vero calciatore operaio famoso della storia italiana. Triestino del ’67, molla le scuole dopo il diploma delle medie per andare a lavorare come fornaio, pochi anni dopo è in un’azienda di serramenti, ma quando può va a giocare a calcio (Alessandro Bezzi di Zona Cesarini dice giustamente che “di giorno costruisce porte, la sera le sfonda”). Beve grappa, lavora tutto il giorno (“certo che sono sgraziato: vorrei vedere voi dopo dieci ore di lavoro” dice a chi lo critica) e segna sempre, tantissimo, in tutte le categorie. A 21 anni lo chiamano “il vecchio mulo”, ma poco dopo diverrà “Tatanka” (“bisonte” in lingua lakota); trova la serie A solo a 30 anni, nel Brescia allenato da Mazzone e guidato in campo da Roberto Baggio (“ma io i gol li facevo anche prima di giocare con lui” ci tiene a precisare Hubner), e lì vince addirittura la classica cannonieri nel 2002, a pari merito di un campione come David Trezeguet della Juventus. Mi pare ora gestisca un bar, là dalle sue parti; di lui Corioni -presidente del Brescia- disse che se non avesse avuto grappa e sigarette sarebbe stato il più grande di tutti. E posso quasi essere d’accordo.

Ezio Vendrame

Cosa ci fa qui, così in alto, un giocatore che si è barcamenato tra le leghe minori, con la Spal, il Lanerossi Vicenza e il Padova? Uno che si è fatto odiare all’istante da praticamente tutti gli allenatori che ha avuto? Ezio Vendrame trascende il calcio, ecco perché: nel 1975, quando giocava in C al Padova, gli capitò una delle numerose partite combinate, che procedeva scialba verso lo 0–0; Vendrame, allora, decise di salvare almeno lo spettacolo, così prese la palla e puntò la sua porta, fintanto il tiro sul portiere terrorizzato, per poi fare dietro front e tornare verso la porta giusta. Un signore sugli spalti morì d’infarto, e Vendrame commentò che quella era stata colpa del morto: “non si viene a vedermi giocare se si è deboli di cuore”. Gli capitò pure che un dirigente dell’Udinese gli offrisse 7 milioni (all’epoca Vendrame prendeva giusto 44mila lire di stipendio) per giocare male contro di loro; lui accettò, poi scese in campo e si beccò i tifosi avversari che lo insultavano, e allora affanculo i 7 milioni: 3–2 per il Padova, doppietta di Vendrame.

Riccardo Zampagna

Figlio di operai delle acciaierie ternane, centravanti alto e robusto, perennemente con una fiera pancia sporgente che non gli impedisce di fare gol dall’estetica assurdamente perfetta. Una carriera densa di gavetta, su e giù per l’Italia, da Trieste a Messina, passando ovviamente per la sua Terni; in Sicilia ci arriva per giocare la serie A, nell’anno in cui ritornò alla Lazio Paolo Di Canio con il suo braccio teso e le sue scuse pindariche. Zampagna poco dopo doveva giocare a Livorno con la sua squadra, e così ne approfittò per una capatina sotto la curva per salutare col pugno chiuso. Logico, per un uomo che è sempre stato contro tutti gli stereotipi del pallone, che porta Che Guevara tatuato sulla gamba e che, a fine carriera, decide di diventare allenatore di un’associazione sportiva dilettantistica di ispirazione comunista.

Luigi Meroni

La “farfalla granata”, o forse il “quinto Beatles italiano”: Gigi Meroni, ala destra del Torino di innata classe, è stato un grandissimo a prescindere da tutto quello che si può dire su di lui, e il fatto che non sia conosciutissimo è dovuto solo a quell’assurda morte avvenuta nel 1967, a soli 24 anni. Sembrava il sosia di Ringo Star, viveva in una mansarda con la ex-moglie di un regista cinematografico (negli anni Sessanta!) e con un teschio portafortuna sul tavolo; si disegnava da solo i vestiti e poi se li faceva confezionare da un sarto; e anche lui, prima di Pagliari, si portava una gallina a passeggio. All’esordio in nazionale, il ct gli disse di tagliarsi i capelli e lui rifiutò: “Non è una questione di capelli o di gusti musicali -spiegò- è questione di libertà”. Non sarà stato politicamente impegnato, ma una simile personalità con dei piedi del genere non poteva essere lasciata nelle riserve.

Bruno Scher

Centromediano metodista, di quelli dei bei tempi andati. Belli mica tanto: c’era il Fascismo, all’epoca, e a Scher non bastava essere un bravissimo calciatore del Bari per ritagliarsi il suo posto nel panorama calcistico italiano. Marxista dichiarato, e per di più con un nome straniero -istriano, per la precisione- che si era rifiutato di italianizzare in “Scheri”, a 26 anni si ritrova già a fine carriera. E allora scende in C, alla Lucchese di Erbstein e degli antifascisti, che in tre anni risale in serie A e scrive una favola stupenda del calcio italiano. Ma gli chiedono ancora di cambiare quel dannato nome e lui, ancora, non vuole saperne; molla tutto e torna in C, dove chiuderà la carriera. Diversi anni dopo, a Fascismo caduto, ritroverà l’amico Aldo Olivieri, che lo tirerà fuori dai guai economici per farne il suo vice alla Triestina. Bruno Scher, che volle restare Bruno Scher ad ogni costo.

Vittorio Staccione

La storia del calcio è piena di promesse non mantenute, ma poche hanno una storia tragica come quella di Vittorio Staccione, un centrocampista che fece sognare e sperare i tifosi di Torino, Fiorentina e Cosenza, ma che non riuscì più a continuare a giocare dopo essere passato dalla morte della figlia appena nata e dalla conseguente morte dell’amata moglie, dovuta alle complicazioni del parto. Nel 1935, a soli 31 anni, Staccione mollò tutto per andare a fare l’operaio alla Fiat, dove si producevano auto ma anche armi per il regime fascista; e a Staccione quel regime non andava proprio giù: nei nove anni successivi fu più volte arrestato per propaganda antifascista; l’ultima, il 13 marzo 1944, ad opera delle SS, che lo deportarono assieme al fratello maggiore Francesco nel campo di concentramento di Mauthausen, dove morì un anno dopo. Nel 2015, all’interno dello stadio di Cremona -dove giocò ad inizio carriera- gli è stato dedicato un monumento, come simbolo di tutti quegli atleti che sono morti lottando contro il Fascismo.

Igor Protti

Ancora oggi qualcuno ci ride su all’idea di considerare Protti tra i grandi del calcio italiano. In fondo, è solo il primo ad aver vinto la classifica cannonieri in tutte le categorie professionistiche del nostro paese. Che Igor Protti sia comunista lo si potrebbe intuire già dal nome russo, di quelli che piacciono ai romagnoli come lui, lo si potrebbe quasi dire con certezza quando si scopre che il suo soprannome era “lo Zar”. Ma alla fine, conta che non lo hai mai nascosto. Messina, Bari, Lazio e Livorno, e infine la carriera da allenatore, iniziata nelle leghe minori con il Tuttocuoio; nel 2015, quando le polemiche sugli stranieri in Italia erano già belle accese, in un’intervista prendeva la solita domanda banale sulla rivalità tra Pisa e Livorno per dire che “siamo tutti uguali: da Livorno a Pisa, fino al Kenya. Siamo esseri unici e in questa unicità siamo identici”. Perché a domande stupide si replica con risposte intelligenti.

Paolo Sollier

Il più famoso tra i calciatori italiani di sinistra: il centrocampista del pugno chiuso -prima di Cristiano Lucarelli- il saluto che faceva sempre, ogni domenica, all’inizio di ogni partita. Quando era ancora un ragazzetto, Paolo Sollier studiava, giocava a calcio e faceva l’attivista per Mani Tese, una Ong che puntava già in quegli anni Sessanta allo sviluppo sostenibile. Nel 1968 si iscrisse a Scienze Politiche, ma dovette abbandonare per andare a lavorare in fabbrica, vista la difficile situazione economica famigliare. E giocava a calcio, ovviamente, perché quello sarebbe stato il suo futuro: il momento migliore della sua carriera è a Perugia, con cui ottenne anche la promozione in serie A nel 1975, quando già militava in Avanguardia Operaia; un anno dopo, pubblicò il libro Calci e sputi e colpi in testa, raccontando a suo modo il mondo del calcio e venendo deferito dalla Figc. D’altronde, lui era quello che in un’intervista prima di un Lazio-Perugia aveva confessato di sperare di battere “la squadra di Mussolini”. Non si è mai sentito un privilegiato per lo stipendio, che ai suoi livelli non era poi così alto, ma piuttosto perché “facevo il lavoro dei miei sogni, il calciatore. Una fortuna che capita a pochi”. E del ricorrente pugno chiuso ha poi detto che “ non era propaganda. Non era un gesto indirizzato ai tifosi ma a me stesso, per ricordarmi ogni volta chi fossi e da dove venivo. E per far sapere ai miei amici che restavo quello di sempre. Il ragazzo che al campetto, tanti anni prima, così si rivolgeva a loro. Con quello che per noi era un segno di riconoscimento”.

Libero Marchini

Ricordate cosa diceva Olivieri a proposito del saluto romano, del fatto che si chiedeva loro di recitare e, quindi, recitavano? Ecco, Libero Marchini non recitava mai: lui era quello che, nelle foto, mentre gli altri tendevano il braccio verso il Duce, stava sempre facendo altro. “Sono Libero di nome e di fatto” ha sempre detto, lui che, come il padre -un architetto della Val di Magra- era ovviamente anarchico. La sua carriera è legata soprattutto alla nazionale, che ha portato allo storico oro olimpico di Berlino 1936, e a due club: la Carrarese e, ovviamente, la Lucchese. Sì, quella Lucchese.

Marchini, terzo da sinistra: quello che non saluta.

Bruno Neri

Semplicemente, il più grande di questi grandi di cui nessuno parla mai. Bruno Neri, detto “Berni”; non dai tifosi, non dai compagni di squadra, ma da quelli d’arme: perché Bruno Neri è stato prima calciatore, e poi partigiano. Mediano faentino classe 1910, Neri si fa notare quando arriva alla Fiorentina nel 1929; due anni dopo, nel match inaugurale del nuovo stadio, è l’unico che non fa il saluto romano, ma tiene le braccia giù lungo il corpo e guarda fisso davanti a sé. Giocherà poi nella Lucchese di Erbstein e seguirà il tecnico ebreo al Torino, prima di ritirarsi e tornare a casa a fare l’allenatore. E ovviamente a continuare a collaborare con gli antifascisti fino a che, nel 1943, decide di ritirarsi sui monti per fare il partigiano, e diventa il Berni, vicecomandante del Battaglione Ravenna, a ridosso della Linea Gotica. Fu ucciso dai nazisti il 10 luglio 1944 sull’eremo di Gamogna, nell’Appennino Tosco-Emiliano. Bruno Neri fu un mediano, e come diceva Ligabue stava lì nel mezzo, finché ce ne aveva, perché il compito del mediano è sempre quello di opporsi. Viva Bruno Neri!

P.S. Qualcuno mi dirà che sì bene, ma ne manca qualcuno. Ad esempio, non c’è Cristiano Lucarelli, perché era troppo facile e perché, come detto, ho sempre preferito il fratello. Non c’è Damiano Tommasi, molto attivo sul fronte sindacale e sociale, che però non rientra proprio nella mia idea di “grande”. Manca Luciano De Paola, quello che ebbe il coraggio di andare a giocare alla Lazio e dirsi comunista, ma che di recente ha spiegato che poi proprio comunista non era, che si trattava solo dello sfogo di una delusione sociale. Manca Lamberto Boranga, anche lui comunista e plurilaureato, che di recente è passato alla Lega Nord, giustificandosi dicendo che, in fondo, per lui è un po’ la stessa cosa. E poi Luciano Zecchini, che fu coinvolto in uno scandalo di scommesse e squalificato per tre anni; Fabrizio Miccoli, il “Maradona del Salento” con il tatuaggio del Che e gli amici mafiosi; Massimo Mauro, che della politica ha fatto un mestiere e, per quanto sia sempre stato tra la sinistra e il centrosinistra, è troppo lontano dal mondo del calcio che piace a me. Poi sicuramente ne mancheranno alcuni che non conoscevo e che mi piacerebbe fossero segnalati: la classifica non è un classifica, ma solo un elenco, quindi è ancora aggiornabile.

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