Oltre il mito: Bernie Sanders e gli F-35

Le cose che non si dicono del candidato alla presidenza degli Stati Uniti più amato d’Europa

Un fotomontaggio di Bernie Sanders a cavallo di un caccia F-35, che fa tanto “Dottor Stranamore”.

Apprezzo Bernie Sanders, questo l’ho già detto. La sua visione politica -lui stesso si definisce “socialista”, termine per lungo tempo rimasto tabù negli Stati Uniti- è una ventata d’aria fresca nella corsa alla presidenza americana e anche all’interno dello stesso Partito Democratico, al di là che si possa concludere in vittoria o meno. L’unico problema è che non viviamo in America ma in Europa, e quindi sappiamo di lui prevalentemente grazie ad articoli della stampa italiana, filtrati dall’occhio di un giornalista italiano che magari ha letto articoli americani (quindi non di prima mano, ma a loro volta filtrati da altri occhi e altre penne): il risultato è quasi certamente una visione distorta, con i bordi rifiniti dal pregiudizio -positivo o negativo- che finisce per allontanarsi dalla realtà, edulcorandone la figura e negando ogni ombra. Non è una novità, per il nostro paese e la nostra stampa: era già successo con John Kennedy (per saperne di più, leggete Alla corte di re Artù di Noam Chomsky e confrontatelo con quello che sapete su JFK).

Poi mi sono imbattuto in una parte della storia di Bernie Sanders che non conoscevo e che, avendo presente le sue idee sulla politica estera americana e sulla riduzione delle spese pubbliche inutili, avevo dato per scontata. Siamo a Burlington, nel Vermont, lo Stato di cui Sanders è senatore e la città di cui è stato sindaco; appena fuori Burlington c’è un’importante aeroporto militare, e lì vengono assemblati i caccia Lockheed F-35.

“Combatterò tutte le spese governative inutili.. ad eccezione degli F-35. Quello è un disastro da 1,5 miliardi di dollari al quale non rinunceò mai.”

L’argomento lo conosco bene: a Cameri, a pochi chilometri da dove abito io, c’è un aeroporto omologo, e pure lì si assemblano caccia F-35. Se n’è parlato molto, in passato: un progetto americano con diversi partner europei, estremamente costoso e controverso, date le problematiche strutturali del velivolo, che hanno comportato diverse critiche. Il costo, appunto, in periodo di ristrettezze economiche; l’inaffidabilità del progetto e l’imposizione della Lockheed di non coinvolgere direttamente ingegneri dei paesi partner nel progetto; la scarsa ricaduta in termini di posti di lavoro; l’inquinamento acustico; i sospetti di mazzette (l’azienda americana non sarebbe nuova a mosse di questo tipo); la subordinazione dell’industria militare italiana a quella americana; e ovviamente il più importante di tutti -secondo il sottoscritto- il fatto di costruire un’arma da guerra e unicamente a scopo d’attacco.

La posizione di Sanders sugli F-35 contraddice totalmente l’idea che ci potremmo essere fatti di lui e anche le sue stesse proposte riguardo gli sprechi del governo americano: già nel 2014, ad una precisa domanda di Carl Gibson di Reader Supported News, Bernie Sanders rispose che il programma F-35 non era incluso nel suo discorso riguardo i tagli delle spese militari. “È l’aereo dell’Aviazione, della Marina Militare e della NATO” disse all’epoca il senatore, confermando l’elevato costo del progetto ma aggiungendo che non avesse senso fermarlo. Questa posizione è stata ribadita nell’ottobre 2015 da Huck Gutman, capo dello staff del senatore democratico, all’International Business Times, ma era già nota fin dal 2012, durante un dibattito per la carica di senatore dello Stato del Vermont che lo vedeva opposto al repubblicano John MacGovern (che invece si opponeva alla realizzazione dei caccia nella base di Burlington).

In quell’occasione, come riporta il Boston Globe, il dibattito era incentrato principalmente sull’eccessivo rumore dei caccia e il disturbo che avrebbero arrecato ai cittadini; Sanders ammise di comprendere il problema e che si sarebbe impegnato al massimo per limitare il più possibile il fastidio. Disse di essere orgoglioso della base della Vermont Air National Guard di Burlington, e aggiunse: “Se gli F-35 non finiranno per essere assemblati qui, lo saranno nelle basi della National Guard in Florida o in South Carolina. Io preferirei fossero realizzati qui.”

Da queste dichiarazioni si capisce come la posizione di Sanders si curi ben poco della questione antimilitarista o del contenimento delle spese, perfino dell’impatto ambientale; a lui sta a cuore il tema dei posti di lavoro, come evidenziato anche da Gibson. La presenza del progetto Joint Strike Fighter a Burlington significa lavoro, tanto che nella città del Vermont esiste un comitato di supporto agli F-35 (i Green Ribbons, cioè i Nastri Verdi, il simbolo del gruppo). Schierarsi contro gli F-35 significherebbe perdere il sostegno di una importante fetta del suo elettorato nella città di cui è stato sindaco e a cui è maggiormente legato. Avendo seguito la vicendo degli F-35 di Cameri da vicino, tutto questo non mi è nuovo: ho visto politici diversi cambiare idea in breve tempo, ho visto il Partito Democratico (quello italiano, stavolta) inizialmente contrario al progetto e poi divenutone strenuo sostenitore, e ho visto Sinistra Ecologia e Libertà schierarsi contro a livello nazionale e poi disertare sistematicamente le manifestazioni per non inquinare il proprio bacino di voti eventuali. Tutto con la motivazione principale della tutela dei posti di lavoro (che, di fatto, sono stati praticamente inesistenti).

Protesta contro gli F-35 a Burlington (Vermont).

Tutto questo, però, fa ancora più male pensando alla figura di Bernie Sanders che la stampa ci ha fatto conoscere. Kristen Martin, che inizialmente ne ha sostenuto le campagne politiche, racconta degli elettori preoccupati che venivano periodicamente ad esprimere i propri dubbi sugli esiti del progetto Joint Strike Fighter in Vermont e sul prezzo delle loro abitazioni che andava crollando, e tutti venivano semplicemente ignorati e bollati come “anarchici incapaci ci comprendere l’arte della politica”.

Trovate tutto molto strano? Beh, nel 1985 Sanders era sindaco di Burlington; all’epoca si verificarono diverse proteste davanti allo stabilimento locale della General Electric, dove venivano costruite le armi con cui venivano combattuti i socialisti in Centro America. I manifestanti si incatenarono ai cancelli della fabbrica per impedirne l’apertura, ma la General Electric era uno dei principali datori di lavoro della città -se non addirittura dell’intero Stato- e il sindaco Sanders fece presto intervenire la polizia per farli arrestare e far riaprire i battenti. Non molto socialista, e di sicuro non molto da politico che combatte le corporations.

La stampa italiana -e probabilmente europea- ce lo descrive usando le sue stesse parole: “socialista”. In realtà, la sinistra americana non sembra vedere di buon occhio Bernie Sanders: Patrick Martin su World Socialist Web Site lo definisce “un silenzioso alleato del militarismo americano”; “si comporta più come un tecno-fascista mascherato da liberale” secondo Thomas H. Naylor di Counterpunch; viene accusato per aver sostenuto la guerra in Kosovo e in Afghanistan e per aver fatto arrestare degli attivisti pacifisti che avevano occupato il suo ufficio.

La sinistra americana rimprovera a Sanders anche una posizione poco chiara sulla questione Israele-Palestina.

E quindi, chi è Bernie Sanders? È sicuramente meglio della marmaglia che si da mesi si va ammassando nelle primarie dei Repubblicani, è probabilmente preferibile e più “innovativo”, come visione politica, di Hillary Clinton, ma non è perfetto. Ognuno è libero di giudicarlo come preferisce e di dare alla questione F-35 il peso che pensa meriti, ma per un buon giudizio sarebbe bene avere a disposizione tutti le informazioni necessarie e andare al di là del mito che la stampa continua a rimbalzarci addosso.

P.S. Gli articoli linkati sono tutti in inglese perché non ne sono stati trovati in italiano. Se doveste trovarne voi di buoni e interessanti, segnalateli pure nei commenti o nelle note.