Sopravvivere alle bufale: Una guida

Il tema delle bufale mi sta tanto a cuore. Ho una formazione giornalistica e sono uno di quei coglioni idealisti che ancora credono che l’informazione debba essere uno dei diritti e dei doveri fondamentali dell’essere umano. No, non gestisco e credo non gestirò mai un servizio antibufala; il mio metodo è semplice: vedo una notizia che mi puzza di bufala, se ho voglia cerco online qualche articolo che confermi la mia teoria, e se lo trovo lo linko a chi l’ha pubblicato; se non lo trovo pace fatta, mi terrò il dubbio e mi ricorderò della storia che probabilmente era falsa. Ma in questi giorni devo ammettere che mi sono trovato davanti a un caso degno di nota, quello di un delfino ucciso da dei turisti solo per dei selfie. Avevo fiutato subito la cazzata ed ero passato oltre, ma a ventiquattr’ore di distanza ho notato che alcuni miei amici -persone intelligenti e stimate- l’avevano ricondivisa; come se non bastasse ci sono cascate anche alcune persone pagate per verificare le fonti (facciamo i nomi di alcuni di questi balordi: Ansa, la Repubblica, la Stampa, il Corriere della Sera, per restare ai più noti).

Il Presidente della Camera Laura Boldrini è stata vittima di numerose bufale fasciste, seconda forse solo all’ex-ministro Cècile Kyenge.

La domanda sorge spontanea: perché abbocchiamo sempre a queste cazzate? Ma un minimo di spirito critico? Perché sarebbe bastato poco per capire che questa del delfino morto di selfie era una bufala (io ci sono arrivato all’istante, quindi immagino potessero riuscirci tutti, no?): viviamo in un’epoca in cui l’opinione pubblica è fortemente animalista (come confermano i numerosi commenti indignati e condivisioni a manetta della notizia di cui sopra), ma vi pare possibile che un gruppo -qualche decina di persone, a giudicare dalle immagini- si sia ritrovato a caso su una spiaggia, abbia tirato fuori a forza dall’acqua un delfino (che poi, cosa ci faceva così vicino alla riva?) e lo abbia portato sulla sabbia per scattare delle foto ricordo? Senza che tra di loro nessuno si facesse venire un poco di scrupolo? Ma dove credete di essere, sul set di Cannibal Holocaust?

Le bufale animaliste sono tra le più diffuse (e quelle a cui si crede più facilmente: come non credere a una povera creatura che soffre?)

Andiamo con ordine: che sono ‘ste bufale? Etimologicamente l’origine è dibattuta, ma credo che prenderò per buona la proposta della Crusca, secondo cui derivi dal detto “menare per il naso come una bufala”, cioè prendere l’interlocutore per il naso e portarlo in giro come si fa coi buoi (perché è questo che succede, si viene presi per il naso da degli idioti, neppure da dei geni del crimine). Wikipedia ci insegna che le bufale non sono perversioni dell’era di internet ma una ricorrenza storica che risale almeno alla Donazione di Costantino, scoperta per falsa solo nel 1440 dopo oltre cinque secoli di fama. All’epoca, questo documento fu spesso utilizzato dalla Chiesa di Roma -che probabilmente lo aveva anche creato- per rivendicare il proprio potere e i propri possedimenti.

Oggi non ci vogliono più secoli per smascherare una bufala, ma più spesso pochi giorni, se non addirittura qualche ora. Esistono diversi siti che se ne occupano (un Nobel per la pace o un Premio Pulitzer lo meriterebbero, almeno ad honorem) e che linkerò, per sicurezza, a fine articolo. Dando un’occhiata a questi siti, possiamo farci un’idea di quali siano i generi di bufale più diffusi: il sito Bufale Un Tanto Al Chilo ha in highlights due sottosezioni dedicate ai vaccini e ai complotti dell’11 settembre, segno che i gestori del sito hanno smentito numerose notizie legate a questi due argomenti; statisticamente più interessante è Bufalopedia di Paolo Attivissimo ed Elena Albertini, secondo cui le bufale più diffuse in rete in Italia sarebbero quelle legate alla salute (35 già smascherate), seguite da quelle relative a telefonia-tv-tecnologia (33), appelli e allarmi personali e umanitari (27), informatica (25), spazio, allarmi per truffe, profezie e annunci di catastrofi, ambiente e animali (24). Va però precisato che, per via della sua personale specializzazione Attivissimo tende a concentrarsi molto sul settore informatico e tecnologico, che risulta così logicamente in sovrannumero.

C’è chi ha fatto interrogazioni parlamentari sui vaccini che causano malattie nei bambini, perché tanto sulla salute si può pure scherzare no?

Una domanda che mi ha sempre tormentato è “chi e perché crea le bufale”, dato che nella mia idilliaca condizione di vita ho sempre faticato a realizzare l’esistenza di individui che possano davvero provare piacere nello scatenare isterie di massa a partire dal nulla. Ebbene, su questo tema non ho trovato né condotto studi approfonditi, ma mi sento di poter dire che queste abiette creature si dividano in due categorie: gli ignoranti che leggono una notizia -magari già faziosa di per sé- la fraintendono e la riportano erroneamente, e quelli che invece la mistificano volontariamente, ben consapevoli della potenziale viralità della suddetta (che quindi significa un alto tasso di visualizzazioni per il loro sito, e quindi pubblicità, e quindi soldi…cioè capito? Ci facciamo abbindolare per arricchire dei cretini, che ci vendono solo indignazione a buon mercato). Gravissimo, poi, quando si verifica un’intersezione dei due insiemi. Facile capire il tipo medio che le ricondivide: il gonzo, privo di senso critico e spesso in cerca solamente della conferma di teorie che già sa essere vere (che siano esse complotti terrestri o extraterrestri, nefandezze dei soliti politici arraffoni, violenze ripetute sui “deboli della società” -donne, bambini, vecchi, animali-, soprusi da parte dei maledetti immigrati, eccetera), e che spesso si sofferma giusto sul titolo dell’articolo.

Il caso delle due cooperanti italiane in Siria, Greta e Vanessa, è uno dei più vergognosi avvenuti in Italia, con bufale ricondivise e alimentate anche dal Giornale

Negli ultimi tempi, la bufala ha trovato dignità prima politica -grazie a partiti germogliati sulla disinformazione, come la Lega Nord (nata dalla summa bufala della Padania e, nell’epoca salviniana, alimentatasi grazie alle bufale sugli immigrati) e il Movimento 5 Stelle (il cui collante è sempre stato l’antipolitica a tutti i costi, spesso sfociata in bufale su sprechi e crimini commessi dai parlamentari; ma non mancano mai altre bufale più rarefatte, dai vaccini ai rettiliani, fino a misteriosi complotti che li vorrebbero vincitori delle elezioni)- e poi anche giornalistica, grazie alla svolta recente del Giornale e, in ultimo, la clamorosa cantonata presa dai nostri quotidiani sulla storia del delfino morto di selfie (che, se fossimo in paese serio, dovrebbe far saltare per aria più teste del Terrore francese).

Paradossalmente, il modo migliore per creare una bufala è l’iperbole. Ovvero, più la spari grossa e più la gente ci crederà e la diffonderà, contro ogni principio logico. In un’epoca di profonda confusione sociale e disillusione, la gente sembra ormai convinta di vivere in un mondo di lupi in cui loro sono gli agnelli (anche se, più spesso, sono alleati dei lupi stessi) e tutto complotti contro di loro. In quest’ottica, tutto è legittimato, tutto è giustificato. La bufala si autoalimenta, perché una volta che credi a una, essa modificherà la tua percezione del mondo: il trucco per l’assuefazione è farci credere che siamo parte di una minoranza o una maggioranza seriamente minacciata (ondate di immigrati non-ariani o, peggio, musulmani che minacciano la società occidentale, democratica e cristiana di cui facciamo parte; un complotto gay per rovesciare l’ordine naturale e portarci all’estinzione; un sofisticato piano della massoneria, degli ebrei e/o degli alieni per mantenere assoggettata la popolazione terrestre, eccetera).

Chissà chi era poi quello della foto? Il vicino che ti stava sulle palle?

Diffondere una bufala è facile, basta spingere al massimo sul cazzatometro e scagliare il pugnale in mezzo alla ridda litigiosa: qualcuno lo raccoglierà e, mosso dalla foga e dalla furia, darà il via al massacro intellettuale. È importante la rapidità, l’immediatezza: se scrivi un articolo, dev’essere breve, semplice e caratterizzato da frasi forti (chi lo deve condividere lo deve fare di fretta, senza pensarci su troppo, o salta il banco); altrimenti, ci vuole un meme, un’immagine simbolica e -apparentemente- inequivocabile legata ad una o due frasi che spieghino lo scandalo in atto. La differenza tra le due cose dipende principalmente dal mezzo di diffusione: l’articolo se hai un sito, il meme se hai un profilo social. Ne discende che il primo caso è maggiormente indicato da chi si vuole arricchire in maniera diretta, il secondo è più ideologico e politico, più indicato alla fidelizzazione di una massa (ma nulla vieta che si usi un profilo social per creare la massa che poi confluirà in un sito apposito). Ma fondamentale è l’immagine: ci dev’essere una fotografia o un grafico, perché le parole -anche quelle scritte- non restano, ma se associate a un’immagine diventano una bomba atomica, ti si stampano nella testa e non se ne vanno più. Non è una scoperta dei cazzari di internet, è una vecchia regola del giornalismo: per questo ci sono sempre foto sui giornali, perché diventano simboli, si ricordano meglio degli articoli.

Ma quindi, come fare a riconoscerle? Prima cosa, come detto all’inizio, spirito critico. Le bufale si basano sul coinvolgimento emotivo, quindi quando troviamo un articolo con una notizia scandalosa, aspettiamo di sbollire prima di condividerla. Poi apriamo l’articolo e leggiamolo tutto, cercando di restare e freddi e partendo dal presupposto che potrebbe non essere vero (come che potrebbe esserlo). Tempo fa credevo fosse superfluo dire queste cose, che sembra di fare lezione ad un branco di scimmie idiote, ma a quanto pare mi sbagliavo.

Il nazionalismo sfrutta le bufale dall’alba dei tempi, Hitler ne sa qualcosa.

Secondariamente, riflettiamo su ciò che abbiamo letto, analizziamo. Su quale sito ho letto la notizia? No perché dai nomi dei siti si capisce molto, a volte sembrano quelli di importanti quotidiani (Lercio, Rebubblica, Il Corriere del Mattino, il Fallo Quotidiano, Liberogiornale, Panorana), altre sono talmente strani e anonimi che dovreste chiedervi che tipo di attendibilità possano avere (Notizie Spericolate, Anno 3000). Poi riflettete sul rapporto tra nome del sito e tipo di notizie che riporta: sarà mai possibile che ImolaOggi scriva notizie riguardanti tutta Italia e spesso il mondo intero?

Leggete cosa c’è scritto: ci sono fonti citate? Se sì, verificatele (se c’è un link cliccateci sopra, se non c’è cercate online: posso scrivere che il Guardian ha detto una cosa, ma non vuol dire l’abbia detta davvero). Riprendete la vostra lista mentale di siti inattendibili: controllate che la fonte citata non venga da quelli. E poi, riflettete sulla credibilità di quello che leggete: se un gruppo di immigrati ha massacrato dei poveri cittadini in pieno centro a Roma, sarà mai possibile che non ne avevo sentito parlare in tv o alla radio? Se la vostra risposta è “certo che è possibile: c’è un complotto del governo e dei mezzi d’informazione per aiutare gli immigrati a spazzarci via” allora siete degli inguaribili coglioni e state perdendo tempo a leggere queste righe.

Dopodiché, cerchiamo fonti che confermino la notizia. Il che non vuol dire scrivere le parole chiave su Google e contare quanti riscontri troviamo, significa anche aprire almeno tutti i riscontri trovati nella prima pagina di ricerca e leggere gli articoli. Primo, perché spesso una bufala diffusa da un sito viene ripresa e riscritta pari pari su altri (quindi, se il testo è uguale e nessuno dei siti in questione è affidabile, probabilmente la notizia è falsa); secondo, perché spesso le bufale sono notizie vere modificate o addirittura mischiate assieme e snaturate. Se la notizia non è riportata da nessuna fonte attendibile e comprovata, allora probabilmente è falsa; anzi, più è grossa e scandalosa e più dovreste aspettarvi di trovare riscontri sulla stampa internazionale. Se invece è riportata altrove, allora potrebbe anche essere vera (ma non è automatico, come dimostra il recente caso del delfino morto di selfie).

In Italia il giornalismo scientifico praticamente non esiste, di solito si prendono giornalisti che si occupano d’altro e gli si fa scrivere di scienza. Questo ha causato e continua a causare frequenti disastri.

Fate un salto su principali siti antibufala, cercate se la nostra notizia si trova lì. Se proprio avete voglia, scrivete una mail a uno o più di questi siti linkando loro l’articolo in questione e chiedendo se hanno informazioni a riguardo. Non gli state chiedendo un lavoro pagato, quindi vi risponderanno di sicuro.

Siate pignoli, controllate anche le virgole, ponetevi continuamente la domanda “ma sarebbe possibile?”. E state attenti alla Sindrome delle Bufale Pregresse: se in passato ci siamo imbattuti in una bufala non svelata, probabilmente la prendiamo ancora per vera. È comportamento comune, nei boccaloni, giustificare una notizia falsa con altre notizie false lette in passato: “vabbene, questa volta la storia dei rifugiati che rifiutano il cibo italiano sarà anche falsa, ma questi immigrati hanno rotto il cazzo, come quella volta che hanno preteso l’hotel a cinque stelle vista mare e il taxi pagato dallo Stato”. No ciccio, era una cazzata anche quella.

Bene, siete arrivati alla fine. Solitamente io, seguendo tutti questi passaggi riesco ragionevolmente a capire se si tratta di una bufala o meno. C’è solo un’ultima cosa: se non siete sicuri, se qualcosa in questo percorso non torna, magari evitate di pubblicare il meme o l’articolo (di certo non fatelo con commenti tipo “Scandalo!!!1!!!1!1111!!”, ma se possibile neppure lasciandolo senza commento, perché qualcuno potrebbe prenderlo lo stesso per vero; se proprio dovete, commentate dicendo che non sapete se sia una bufala o meno, e avvertite i vostri amici di prenderla con le pinze o di aiutarvi a capirci di più…e ovviamente riprendete tutti i passaggi di cui sopra per rapportarvi alle eventuali risposte che riceverete).

Alcune delle bufale più fantasiose sono quelle contro i politici (come se non ci fossero già abbastanza motivi reali per prendersela con loro).

Ma soprattutto, non colpevolizzatevi. Ricondividere una bufala è un po’ come subire uno stupro intellettuale, solo che non ve ne accorgete subito, a volte non ce ne si accorge mai. Ma quando succede ti senti stupido, ti senti violato, ti senti un cretino che si è fatto prendere in giro (almeno, così dovreste sentirvi, se avete una coscienza); ma ricordatevi che può succedere -eravate stanchi, esasperati, disattenti; siete giovani e avventati o vecchi e rincoglioniti- e l’importante è riconoscerlo e imparare dall’esperienza, per non farsi fregare più. Come credete che sia diventato così metodico?

I principali siti antibufala in italiano:
- Bufalopedia (Paolo Attivissimo)
- Bufale.net
- Bufale un tanto al chilo
- Wired

AGGIORNAMENTO #1: La bufala del delfino e dei selfie si va espandendo, tanto che sono comparse foto di due ragazzi che giocano con il delfino sulla spiaggia. Ovviamente è anche questa una bufala: spiagge diverse, persone diverse, anni diversi, delfini diversi e soprattutto anche questo delfino era già morto al momento delle foto. Si tratta quindi di una doppia bufala, ma dato che molti l’associano alla prima forse avrei dovuto dedicare parte della guida al debunking delle immagini delle bufale, oltre che dei testi: diverse condizioni atmosferiche (guardate la luce, o per lo meno il cielo), diverse le dimensioni del delfino. Non ci voleva tanto.

AGGIORNAMENTO #2: Non l’ho detto prima -mea culpa- ma un altro accorgimento utile per evitare di farsi raggirare e condividere delle bufale, sarebbe quello di controllare innanzitutto la data di pubblicazione dell’articolo. Non quando è stato condiviso da quella pagina o da quel vostro amico di Facebook, ma proprio quando è stato pubblicato sul sito (basta cliccare sul link e leggere, eh). Perché molto spesso vengono spacciate per attuali notizie (false, ma talvolta anche vere) che risalgono a mesi, più spesso ad anni fa.

Ho parlato di bufale, ampliando questo discorso in altri due articoli: qui si riflette sul processo che porta alla nascita della bufala, studiando quindi il percorso opposto a quello di cui tratta questo articolo; qui, invece, si trattano le regole della ricondivisione rituale, ovvero quel fenomeno che ci porta a condividere qualcosa visto sui social senza pensarci sopra un secondo che sia uno, che ovviamente è un meccanismo basilare del successo delle bufale online.

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