Transligureana - Capitolo 5

Segue dal Capitolo 4.
Ninotchka camminava nel sole. Era la sua caratteristica principale -distintiva, oserei dire- mediterranea dal naso arricciato e sempre avvolta dalla luce, che pescava tra i riverberi annuvolati con la precisione di un girasole. L’avevo conosciuta sulla strada, nel senso metaforico del termine: gli incontri avvengono solo in movimento, e non restando fermi (almeno così è sempre accaduto a me); e in movimento, sulla strada, c’eravamo incrociati un giorno, un anno prima. Frequentati senza ambizione ma per puro gusto di frequentarsi e autoalimentare le reciproche immaginazioni. Il momento in cui presi la decisione di partire per il mio viaggio, lei era davanti a me. Sorseggiava un caffè, indecisa se berlo finché era ancora caldo o evitare di scottarsi le labbra sottili; io, la mia folle idea ligure l’avevo già in testa da un po’, ma fu solo quando lei estrasse di tasca il portafogli per pagare il conto -favore che ci facevamo una volta a testa- che per caso notai un biglietto da visita spuntarne fuori. Non ricordo di cosa fosse, solo un nome scritto sopra: “Spezia”. Capii che doveva essere un segno del destino: era il nome del luogo d’origine della mia famiglia, l’ipotetica tappa d’arrivo del viaggio.

Pensavo a lei, mentre mi trovavo sul treno che mi portava a Milano e costeggiava l’Expo. Sarei riuscito a tornare da Ninotchka? A raccontarle di quel viaggio di cui era e sarebbe stata inconsapevole musa? Nella mia testa, i Mumford and Sons pregavano per una speranza nell’oscurità che potesse concedere loro la visione della luce, imploravano la promessa che tutto sarebbe andato bene. Oltre il mio finestrino, le robuste recinzioni attorno ai padiglioni di Rho Fiera culminavano in un’alta ringhiera d’acciaio che permetteva di vedere oltre: il mondo era lì, era bellissimo, potevi vederlo -sembravano dire- ma non tutti avevano il permesso di toccarlo. Scesi alla stazione centrale, incontrando Ahmed, che era stato bloccato fuori dai tornelli perché senza biglietto (li avevo presi io per entrambi) e forse perché la sicurezza aveva frainteso il suo aspetto fintamente mediorientale. Eravamo entrambi ansiosi di lasciarci alle spalle tutta quella foga, quei controlli, quelle limitazioni.
Non sospettavamo che non sarebbe stato così facile. Una volta sbarcati a Ventimiglia, in attesa del treno che in un quarto d’ora ci avrebbe condotti oltre confine, ci spostammo in piazza per mangiare un boccone dai nostri panini; eravamo circondati da uomini di colore dalle facce stanche, molti di loro con degli zainetti più magri dei nostri. Ero abituato agli africani attorno alle stazioni, ma questi avevano qualcosa di diverso: non davano l’impressione di vivere lì, perché erano troppo seri e distaccati, e neppure quella di andare da qualche parte, perché non avevano il misurato nervosismo del pendolare; sembravano, anzi, bloccati in mezzo a qualcosa. Li osservammo perplessi, contemplando quella apatica aria di frontiera, resa ancora più immobile e indecisa dal cielo leggermente annuvolato, che tingeva di ocra slavato tutta la scena. Ahmed si avvicinò ad uno di loro. — Che succede? — gli domandò. Quello restituì lo sguardo ed estrasse di tasca un ritaglio di giornale che recava la data in corso, senza aggiungere altro. Mi avvicinai anch’io; dal carattere del titolo era lecito presumere che la notizia fosse sepolta nelle pagine interne. La Francia, secondo quanto scritto, aveva chiuso la frontiera di Mentone agli extracomunitari, dopo la recente ondata migratoria.

Il treno su cui salimmo era quasi vuoto, probabilmente perché era un sabato e di frontalieri ce n’erano ben pochi; al confine, restammo fermi diversi minuti, mentre agenti armati andavano avanti e indietro, chinandosi per controllare chi ci fosse nei vagoni. Nessuno ci chiese i documenti, nessuno ci disse nulla: cercavano gente con la faccia nera. Da italiano cresciuto in Italia, quella fu la prima volta che mi accorsi veramente del valore che aveva il colore della mia pelle: mi garantiva di essere lasciato in pace, anche se fossi stato un immigrato dall’Europa dell’Est; un nero, per quanto regolare, avrebbe come minimo dovuto dimostrarlo e subire su di sé gli sguardi sospettosi della polizia di frontiera. Ripartimmo con una sensazione di tensione nel cuore; ancora non lo sapevamo, ma la questione della frontiera di Mentone avrebbe occupato presto le prime pagine della cronaca europea nei mesi a seguire.
La condanna del viaggiatore, però, è quella di non poter indugiare troppo a lungo sulle cose: di tutto devi far tesoro ma su nulla puoi sostare per troppo tempo. Facemmo nostra quell’immagine e la mandammo a mente, mentre percorrevamo i su e giù di Mentone, chiedendoci se fosse una benedizione o una disdetta essere arrivati in Costa Azzurra -luogo mitologico dei villeggianti a cui le nostre magre finanze non avrebbero mai più concesso una visita, probabilmente- con il cielo coperto dalle nubi.
All’ufficio informazioni turistiche chiedemmo come raggiungere l’Ostello che invano avevo cercato di contattare prima di partire, ma l’impiegata parlava solo francese. Prima che io fossi costretto a cimentarmi nei rimasugli di lingua napoleonica rimastimi dal liceo, una seconda impiegata (italiana) intervenne, chiarendo i nostri dubbi: — L’Ostello non esiste più da anni.— disse, stroncandoci. — Ma al suo posto c’è il camping municipale, se avete una tenda. — Eravamo stati previdenti, ben consapevoli che non sempre avremmo potuto vantare un tetto sopra la testa. Ci segnò la strada su una mappa che ci fu lasciata per orientarci, e partimmo, zaini in spalla, verso una inaspettata ed estenuante salita di gradoni che s’inerpicava su per la collina di Mentone, passando in mezzo a case recitante e sentieri stretti da tipico paesello alpino. Scoprimmo con grande soddisfazione che il camping non offriva praticamente nessun comfort, ma che perlomeno il prezzo in quel periodo dell’anno era molto basso. Piazzammo la nostra tenda da due posti in mezzo a castelli di tela impermeabile variopinti, lottando a mani nude contro il terreno -denso di spesse radici e sassi- per ficcare i paletti in maniera salda e sicura.

Ci eravamo risparmiati sul pranzo, avanzando un panino e mezza mela a testa, ma in vista della fatica che ci aspettava l’indomani era ovvio avremmo dovuto integrare con qualcosa d’altro. Ci avventurammo così nel centro cittadino, scendendo per quei vicoli stretti che suggerivano già di trovarsi in Liguria, solo che l’odore salmastro dell’aria tipico della terra oltreconfine sapeva qui di limone e sapone di Marsiglia, che era in vendita a tocchi grandi quanto vecchie piastrelle nelle bancarelle del centro, appesi in alto come prosciutti in macelleria. Sbucammo sul mare, su una spiaggia lungo la quale giocavano un gruppo di ragazzini che non erano riusciti ad accedere ai tappeti elastici lì accanto, ancora chiusi in attesa dell’estate piena. — Non sarebbe neppure un brutto posto, non fosse per i prezzi. — commentai, sapendo di trovare pronta conferma in Ahmed, che fece cenno d’assenso con il capo. — Secondo te hanno iniziato prima a costruire lassù in cima o prima quaggiù? — domandò lui, cambiando discorso e voltandosi vero la cittadina abbarbicata sulla collina alle nostre spalle. Che poi la vera domanda era: gli uomini della costa ligure sono gente di mare o gente di montagna? O sono forse qualcosa a metà, o di diverso, semplicemente “liguri”.
Verso sera prese a piovigginare. Ci rifuggiammo per la cena vicino al punto d’accoglienza del campeggio, dove c’era un tavolino, tre sedie e una tettoia, per consumare un magro pasto al quale avevamo aggiunto una tolla a di vedura precotta e due vasetti di yogurt, le nostre uniche spese francesi. Accanto a noi, un padre e figlioletto tedeschi parlavano concitati senza che nè Ahmed nè io potessimo anche solo intuire il tema della discussione; il loro discorso si sovrappose ai ricordi delle mie vacanze quando avevo più o meno l’età del bambino e mi lamentavo sempre di qualsiasi cosa, principalmente come valvola di sfogo per il disagio di non trovarmi a casa mia. Incredibile come la mia percezione della sicurezza della casa natale fosse cambiata, negli anni. Festeggiammo l’inizio dell’avventura con una birra fresca nel bar-ristorante strapieno del campeggio, dove trovammo posto grazie alla cortese attenzione di Giuseppina, una cameriera italiana ben lieta di avere clienti con cui parlare la sua lingua invece di quei “crucchi con la voce gutturale che sembrano sempre insoddisfatti”. Tirava il vento, quella sera, e forse la birra non era stata la scelta migliore, pensai.

Fu la prima volta in cui mi ritrovai a dormire letteralmente per terra, protetto unicamente da un materassino spesso un centimetro a dire tanto. Fu una di quelle notti in cui ti svegli tanto spesso da avere la sensazione di non aver mai preso sonno. E invece sonno lo presi, se ripenso a come i miei sensi troncarono a metà il discorso in inglese dei nostri due vicini di tenda; Philippe -che per me è solo una voce, un vago accento francese molto meno suadente di quanto si possa immaginare- era un fotografo freelance e un mezzo hippie. Parlava senza affanno del lavoro che doveva fare in quei giorni nella vicina Montecarlo, dove si correva il Gran Premio di Formula 1, e della fine del capitalismo e il bisogno di tornare ad uno stile di vita semplice. Avrei voluto avere il tempo di intervenire, magari per cercare di approfondire un po’ il discorso -con il quale potevo anche trovarmi sommariamente d’accordo- andando oltre alle frasi fatte da Baci Perugina neo-marxisti. Poco più in là, a Cannes, stava arrivando a conclusione il festival di cinema più famoso al mondo. Tutto sembrava incrociarsi sotto i nostri piedi, in quel momento.