Vince il razzismo agli Oscar?

È la polemica del momento: tra i candidati agli Oscar 2016 non figurano professionisti di colore in nessuna categoria, similmente a quanto avvenuto l’anno passato, in cui non c’erano attori di colore nominati. Un anno fa, David Oyelowo (Martin Luther King in Selma — La strada per la libertà) fu escluso dalla corsa per il migliore attore protagonista, mentre fu inserito Bradley Cooper per American sniper; anche la regista di Selma Ava DuVernay fu ignorata, mentre il suo film apparve nel listone dei candidati al premio principale, senza però riuscire a vincere. Quest’anno sono stati messi preventivamente fuori gioco Creed — Nato per combattere (dall’ottima regia dell’emergente Ryan Coogler alle interpretazioni dei suoi protagonisti Micael B. Jordan e Tessa Thompson) e Straight Outta Compton (che, paradossalmente, risulta candidato solo per la sceneggiatura originale, opera di due autori bianchi, tralaltro escludendo a sorpresa il vincitore del Golden Globe Aaron Sorkin, autore dello script di Steve Jobs, e The Hateful Eight, dopo che il regista Quentin Tarantino ha sfilato in protesta -casualmente assieme alla comunità afroamericana- contro le violenze della polizia), mentre non sono stati minimamente considerati Idris Elba, possibile miglior attore non protagonista per Beasts of no nation, e Will Smith, molto acclamato per il suo ruolo in Concussion. Anche di Chi-Raq, il nuovo film di Spike Lee, non c’è traccia.
La critica si fonda su solide basi: per gli Oscar concorrono candidati quasi esclusivamente bianchi e molto spesso maschi perchè l’Academy (che nomina i candidati ed elegge i vincitori) è composta per la stragrande maggioranza da uomini bianchi. Nel 2013, faceva notare il Los Angeles Times, il 93% dei membri era bianco e il 76% erano uomini; nel 2015 sono stati invitati nuovi membri donne e non-bianchi, ma si tratta di appena 332 su un totale di 6mila votanti (ovvero il 5%). Nella storia degli Oscar, dal 1927 al 2015, prendendo in considerazione le quattro categorie degli attori, ci sono stati solamente 66 candidati neri, mai più di due candidati neri nella stessa categoria e solo in quattro casi su 87 il premio al miglior attore protagonista è andato a un nero (il primo fu Sidney Poitier nel 1964, per I gigli del campo), mentre una sola donna di colore è stata premiata come miglior attrice protagonista (Halle Berry nel 2002, per Monster’s Ball). Per avere un’idea più completa della questione, bisogna considerare che circa il 40% della popolazione statunitense non è bianca, e che di recente i film con protagonisti appartenenti ad una minoranza etnica sono andati sempre piuttosto bene in sala. La polemica è montata in fretta sui social network -in particolare su Twitter con l’hashtag #OscarsSoWhite- e ha coinvolto diverse personalità del mondo dello spettacolo, come le attrici Jada Pinkett Smith e Lupita Nyong’o, ma anche l’attore bianco Mark Ruffalo (presente alla cerimonia del 28 febbraio con Il caso Spotlight), che ha dichiarato: “Non sono solo gli Academy Awards. È l’intero sistema Americano che è impregnato di razzismo e privilegio nei confronti dei bianchi. Arriva fino al nostro sistema giudiziario”.
Va detto, però, che quest’anno il livello dei film usciti è stato piuttosto alto, il che rende ancora più difficile e serrata la corsa agli Oscar. Valutando i candidati, riesce comunque difficile immaginare uno spazio per attori più meritevoli tra quelli citati, ad eccezione forse di Elba, che però ha interpretato un ruolo in un progetto particolare (un film di Netflix, quindi uscito contemporaneamente nei cinema e in tv); sulla regia forse Coogler avrebbe meritato la nomination, ma se l’è dovuta vedere con mostri sacri come George Miller (Mad Max: Fury Road), Ridley Scott (The Martian) e Iñárritu (Revenant — Redivivo), oltre a due emergenti di valore come Adam McKay (La grande scommessa) e Lenny Abrahamson (Room). The Hollywood Reporter, quest’anno, ha organizzato un’intervista con le migliori attrici dell’anno e tra di esse non c’era nessuna afroamericana, ma Stephen Galloway ha spiegato che il vero problema è che non ci fosse alcuna attrice di colore che avesse interpretato un ruolo veramente rilevante in uno dei principali film dell’ultima stagione. Aggiungiamo che, se il razzismo serpreggiasse davvero in seno all’Academy, probabilmente il record di nomination non l’avrebbe ricevuto il film di un regista messicano (Revenant — Redivivo di Alejandro Gonzalez Iñárritu). La cerimonia sarà presentata, inoltre, dal comico afroamericano Chris Rock, e prevede la consegna di un premio onorario al regista afroamericano Spike Lee (che però ha già annunciato che boicotterà la premiazione), e il presidente dell’Academy è Cheryl Boone Isaacs, una donna di colore.
Quindi gli Oscar non hanno un problema di razzismo? Diciamo non proprio, la faccenda è più complessa. Il problema c’è, è evidente, ma coinvolge diversi fattori. Prima di tutto, un problema storico-culturale: nella Storia della società occidentale i bianchi sono sempre stati la razza dominante (i neri per lungo tempo quella dominata, gli schiavi), e questo comporta che siamo portati a immaginare meglio (e talvolta anche ad accettare come pubblico) eroi bianchi rispetto ad eroi neri o asiatici (per intenderci, non ci sono candidati asiatici agli Oscar e l’unico concorrente orientale nelle categorie principali è il film d’animazione giapponese Quando c’era Marnie di Hiromasa Yonebayashi, ma su questo nessuna polemica). Si tratta di un problema che investe il nostro immaginario, una sorta di razzismo involontario che potrebbe influire sulle scelte dei produttori (notoriamente bianchi: Spike Lee qualche tempo affermò che per un nero è più facile diventare Presidente degli Stati Uniti che di uno studio cinematografico), dei registi e anche dei critici. In questo modo vengono inoltre esclusi ruoli per attori di colore da una grande fetta di film prodotti negli Stati Uniti, tra cui i grandi kolossal storici ambientati prima degli anni Cinquanta del Novecento (cioè prima della nascita dei grandi movimenti per i diritti civili, e prima che gli afroamericani iniziassero a diventare parte attiva della società americana).
C’è poi una questione che riguarda più direttamente il sistema cinematografico americano e occidentale: quanti film di valore vengono affidati annualmente alle mani di un regista o di attori di colore? Molto spesso gli autori afroamericani devono ricorrere a produzioni indipendenti o semi-indipendenti per vedere realizzati i propri progetti (Selma fu realizzato grazie all’impegno produttivo di Oprah Winfrey e Brad Pitt, che sostenne il film in prima persona attraverso la sua Plan B, già produttrice di 12 anni schiavo) e raramente hanno accesso ai fondi delle major. Se elencando i registi bianchi potremmo riempire numerosi articoli solo di nomi senza bisogno di essere degli esperti cinefili, per i colleghi di colore la cosa si fa più complicata: difficilmente lo spettatore medio sarebbe in grado di citarne molti altri oltre a Spike Lee e Steve McQueen. E quanti ruoli di rilievo vengono assegnati ad attori di colore? Ancora oggi l’inserimento di un interprete afroamericano in un film non afroamericano è fatto spesso per mera “quota razziale”, messo solitamente a occupare una parte secondaria o comunque a fare da contraltare ad attori bianchi. Rare sono le infrazioni alla regola (e si tratta quasi sempre di ruoli interpretati da Morgan Freeman); molto più di frequente, gli attori neri sono chiamati a fare il Danny Glover di Arma letale, la controparte del protagonista bianco, che resta comunque il personaggio di spicco. Pensate a The Martian di Ridley Scott: il protagonista interpretato da Matt Damon (peraltro candidato come miglior attore agli Oscar) sarebbe anche potuto essere nero, e niente sarebbe cambiato; invece l’unico personaggio di colore rilevante nel film è un banalissimo Chiwetel Ejiofor (già protagonista di 12 anni schiavo). Della questione produtiva ha parlato anche George Clooney, attore e regista molto noto per il suo impegno nei diritti civili, riconoscendola come reale causa della mancanza di concorrenti di colore agli Oscar.
Da ciò discende un altro problema: essendo comunque ai margini dell’industria cinematografica, gli afroamericani hanno sviluppato un cinema personale incentrato sulle tematiche sociali e sul razzismo, allo scopo di far sentire la propria voce e arrivare a concorrere con i grandi film “bianchi” agli Oscar. Il già citato 12 anni schiavo (caso più unico che raro, se consideriamo che è anche un film storico-biografico, genere da sempre dominato dai bianchi per i motivi di cui sopra) conquistò nel 2014 il titolo di miglior film, quello per la migliore sceneggiatura non originale e quello alla miglior attrice non protagonista a Lupita Nyong’o. Ma l’anno scorso a concorrere agli Academy Awards c’era Selma, e andando indietro nel tempo troviamo altri loro simili: Django Unchained nel 2013, The Help nel 2012, Precious nel 2010 (i casi di Django Unchained e di The Help sono particolari, perché pur parlando di tematiche razziali e usando intepreti di colore, sono opera di registi bianchi: Quentin Tarantino e Tate Taylor).
Quello che però era nato come una valida soluzione ha finito per tramutarsi in una prigione: oggi il cinema sociale e antirazzista sembra essere divenuto l’unica forma espressiva dei cineasti afroamericani, o almeno l’unica che riesca a farsi notare. Ogni anno arrivano agli Oscar film su questa tematica (quest’anno trattata in Straight Outta Compton, ad esempio) che sono sicuramente ancora attuali visto il comportamento della polizia nei confronti dei cittadini di colore, ma che stanno anche limitando lo sviluppo di una cinematografia. L’appiattimento della figura dell’afroamericano su ruoli legati unicamente al colore della sua pelle è il vero problema razziale di oggi, più subdolo perché riconosce l’ingiustizia del razzismo ma -volontariamente o meno- la usa per costruire una nuova segregazione culturale.
Pensiamo a due dei film più amati del 2014, Whiplash e Boyhood: cosa sarebbe cambiato se i protagonisti -tutti o alcuni- fossero stati neri? Assolutamente niente: è stata una scelta stilistica dei registi che va comunque difesa, ma è fuori discussione che si tratta di storie universali (ecco uno dei motivi del loro successo, probabilmente) ben raccontate e ben recitate. È anche vero che l’Academy ha sempre dimostrato di accorgersi del cinema afroamericano quasi sempre per i suoi film più politici e, in un certo senso, autoreferenziali: i primi due lungometraggi di Steve McQueen –Hunger e Shame– furono completamente ignorati agli Oscar nonostante avessero conquistato importanti riconoscimenti in Europa, mentre 12 anni schiavo dominò la cerimonia del 2014 con nove nomination. Quest’anno sono stati ignorati il già citato Creed (buonissimo film diretto da un afroamericano e interpretato da protagonisti afroamericani che esula dalla tematica razziale, e anzi presenta un personaggio principale nero e ricco, anche se purtroppo meno incisivo del co-protagonista Sylvester Stallone) ma anche Concussion, in cui Will Smith interpreta un medico nigeriano impegnato in una lotta contro una malattia che colpisce principalmente i giocatori di football. Hollywood è lo specchio dell’America che tende a piazzare su ogni prodotto “esotico” (proveniente cioè dall’estero o da una minoranza etnica) un’etichetta chiaramente riconoscibile: La grande bellezza di Paolo Sorrentino vinse l’Oscar al miglior film straniero nel 2014 perché raccontava ciò che gli americani volevano sentirsi raccontare dagli italiani (in quel caso, la crisi dell’idea solare e spensierata del Bel Paese), e così ci si aspetta che il cinema afroamericano debba parlare solo e unicamente di questioni razziali, sebbene le origini della blaxploitation fossero decisamente più incentrate sul cinema di genere puro. È stato così ignorato anche un prodotto fortmente underground come Tangerine di Sean Baker, in cui la protagonista non solo è afroamericana ma anche transessuale, e che non tratta mai il tema delle discriminazioni razziali o sessuali.
Di recente, registi ispanici come Alfonso Cuaròn e Alejandro Gonzalez Iñárritu hanno dimostrato di saper gestire alla grande produzioni hollywoodiane senza fare necessariamente film “ispanici” (nel senso di film con ambientazione, tematiche e protagonisti ispanici), realizzando opere come Gravity o Birdman; è indubbio che la questione razziale negli Usa sia decisamente più sentita da parte degli afroamericani che degli ispanici o degli asiatici, ma c’è un gap che va superato: il tema antirazzista non può essere l’unica forma di cinema d’autore di colore. E questo è un aspetto che va considerato da entrambi i lati della barricata.
L’Academy ha annunciato un cambiamento, come doverosa risposta alle proteste. Inizierò in primo luogo una campagna mondiale per individuare ed integrare nell’associazione nuovi membri, concentrandosi soprattutto sulle donne e sugli esponenti delle minoranze etniche, andando così a riequilibrare il voto; l’iscrizione inoltre sono sarà più permanente e durerà dieci anni, dopo i quali saranno riconfermati solo i membri che saranno rimasti attivi nell’industria cinematografica, e una volta raggiunti i trent’anni d’iscrizione essa diverrà a vita. Ma, alla luce di tutto ciò che abbiamo detto prima, questo servirà veramente a qualcosa? Il fatto che si sia dovuto attendere il 2008 per avere un presidente nero negli Stati Uniti non è stato dovuto solo alle difficoltà di accesso al voto dei cittadini di colore, ma anche a quello che era quasi impossibile trovare un nero candidato (nella storia se ne contano pochissimi prima di Obama). Quindi le modifiche al regolamento dell’Academy potrebbero sortire effetti minimi, dato che i film di registi e interpreti di colore vengono principalmente prodotti tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, dove l’industria sembra ancora fortemente attaccata ai suoi pregiudizi.
Prima di chiudere, una piccola parentesi nostrana, per non fare la parte di quelli che puntano il dito verso gli altri fingendo di non aver problemi in casa propria. In Italia la popolazione straniera (cioè di individui di cittadinanza non italiana ma residenti in Italia) è di oltre 5 milioni (dati aggiornati al gennaio 2015), di cui il 20,5% africani e il 19,3% asiatici, mentre i rumeni rappresentano la popolazione straniera più presente (il 22,6% degli stranieri, pari a oltre 1 milione di persone). Quanti film italiani avete visto al cinema, negli ultimi anni, con personaggi -non necessariamente protagonisti- appartenenti ad una minoranza etnica? Quanti attori o registi conoscete che appartengono ad una minoranza?
AGGIORNAMENTO: Se ne stanno sentendo di tutti i tipi. Tralasciando le frasi assurde di Charlotte Rampling (candidata a miglior attrice protagonista per 45 anni), prendiamo ad esempio ciò che ha detto l’attrice francese Julie Delpy, secondo cui la discriminazione verso le donne è più grande di quella verso i neri. Abbiamo già detto come non ci sia nessun candidato di colore a questi Oscar, le donne invece possono vantare dieci candidature fisse ogni anno (in due categorie: miglior attrice protagonista e non protagonista), e in questa edizione degli Academy Awards possono vantare altre nominate: una nella categoria miglior sceneggiatura originale (Andrea Berloff, co-sceneggiatrice di Straight Outta Compton), una nella categoria miglior sceneggiatura non originale (Emma Donoghue per Room), una per il miglior film straniero (Deniz Gamze Erguven, autrice di Mustang), quattro per la migliore scenografia (Rena DeAngelo per Il ponte delle spie, Lisa Thompson per Mad Max: Fury Road, Eve Stewart per The Danish Girl, e Celia Bobak per The Martian), tre per il miglior montaggio (Margeret Sixel per Mad Max: Fury Road, Maryann Brandon e Mary Jo Markey per Il risveglio della Forza), una per il miglior documentario (Liz Garbus, autrice di What happened, Miss Simone?) e diverse altre per premi minori. Cerchiamo quindi di essere obiettivi.
Articolo originariamente pubblicato su www.riplive.it.