Google, alla ricerca del senso perduto

Qualche mese fa Google ha annunciato sul suo blog un importante aggiornamento del servizio Translate che, grazie all’uso delle reti neurali, permette oggi di ottenere traduzioni molto più accurate e simili a quelle che fornirebbe un parlante reale.

Attualmente implementato su otto lingue, il Google’s Neural Machine Translation system (GNMT) traduce le frasi per intero, non più frammentandole nei loro singoli costituenti, e tenendo in considerazione elementi sintattici e di contesto. In questo modo il tool è in grado di fornire in ogni situazione la traduzione più pertinente, che viene poi ulteriormente raffinata per poter risultare più naturale possibile.

Ma cosa rende il nuovo sistema tanto innovativo e rivoluzionario?

La caratteristica più interessante di questo nuovo sistema sta nella sua capacità di apprendere dall’esperienza, migliorando progressivamente le proprie performance e creando nuova conoscenza sulla base delle informazioni ricevute inizialmente.

Grazie all’apprendimento basato sulle reti neurali, il sistema è riuscito infatti a generare in modo autonomo una propria interlingua, che gli permette di tradurre ognuna delle lingue per cui è stato implementato nelle altre, senza dover passare per l’inglese.

In fase iniziale, gli sviluppatori hanno addestrato il sistema a tradurre ognuna delle lingue disponibili da e verso l’inglese. Attraverso l’esperienza, il GNMT ha poi imparato autonomamente a tradurre frasi, ad esempio, dal coreano al giapponese in modo diretto, attraverso quello che è stato definito lo Zero-Shot Translation.

Un’innovazione, questa presentata da Google, che mostra ancora una volta le potenzialità dei sistemi basati sull’intelligenza artificiale. E l’interesse del colosso di Mountain View e degli altri big della tecnologia in questo campo.

Solo qualche giorno fa, infatti, Apple ha reso pubblica la sua adesione al progetto Partnership on Artificial Intelligence che ha l’obiettivo di favorire le migliori pratiche nel campo dell’intelligenza artificiale, diventandone un membro fondatore insieme a Google, IBM, Microsoft, Facebook e Amazon.

Un futuro fatto di androidi alla Westworld? Per ora è solo fantascienza, ma la ricerca sembra procedere proprio in questa direzione.