Perdita o investimento? L’emigrazione dei “nuovi italiani”

Stiamo diventando grandi, stiamo crescendo per cui non è vera quella realtà che stavamo immaginando che saremmo stati sempre vicini e insieme… (R., nata in Italia, di origine egiziana, ora residente in Egitto).

Erano quattro amici, non si trovavano al bar, ma nelle aule studio del Politecnico di Torino. I loro genitori venivano dal Marocco, dalla Tunisia e dall’Egitto. Ho cominciato a intervistarli nel 2011, quando mi occupavo di Nord Africa. Alcuni di loro stavano finendo le scuole superiori, mentre altri erano già all’Università. Oggi, a qualche anno di distanza, vivono in Francia, Belgio, Regno Unito ed Egitto. Come loro sono moltissimi gli italiani di origine straniera che stanno piano piano lasciando il nostro Paese. Le motivazioni che li spingono sono molteplici: c’è chi parte per volontà chi per necessità, chi per studio, chi per lavoro, chi solo, chi con la famiglia, (che siano i genitori, o il proprio marito o la propria moglie). Ci sono figli che seguono i genitori e nuovi, giovani, genitori che migrano per dare un’opportunità in più ai propri figli, che sia una lingua più spendibile sul mercato o una formazione internazionalmente riconosciuta. C’è chi decide di tornare nel paese di origine dei genitori e chi decide di “trasferirsi in una patria riconosciuta” come la geografa Anastasia Christou definisce questo tipo di migrazione verso il paese di origine dei genitori quando si è nati e vissuti in Italia. C’è chi parte perché ha ottenuto la cittadinanza italiana con la quale è più facile trasferirsi in una serie di paesi, soprattutto europei, e chi parte perché non ha avuto il rinnovo del permesso del soggiorno e trova altrove una possibilità di lavoro o studio e, quindi, un nuovo permesso.

Difficili da quantificare e da localizzare, ma sempre di più

Nonostante gli italiani all’estero debbano cancellare i loro nomi dall’anagrafe municipale di residenza in Italia e registrarsi all’AIRE, mostrando di avere l’intenzione di risiedere nel paese per almeno un anno, molti non compiono la registrazione per la mancanza di sanzioni e il rischio di perdita dei vantaggi del sistema di welfare in Italia di cui possono godere se residenti: le stime indicano che solo il 50% degli italiani all’estero compie questo dovere. Come fa notare l’ISTAT, tra quelli che si registrano è possibile, però, notare l’aumento del numero di coloro che sono in possesso della cittadinanza italiana, ma sono nati all’estero: nel 2015 se ne contavano oltre 23 mila, 3 mila in più rispetto al 2014 e 11 mila in più rispetto al 2005. Si tratta, prevalentemente, di cittadini di origine straniera che emigrano in un paese terzo (il 45%) o fanno rientro nel paese d’origine (circa il 55% del totale) dopo aver trascorso un periodo in Italia ed aver acquisito la cittadinanza italiana. Tra coloro che si dirigono verso i paesi dell’Unione Europea si può osservare che coloro che sono nati in Africa sono originari del Marocco nel 61% dei casi e nel 59% dei casi scelgono la Francia come loro meta, mentre i cittadini italiani nati in Asia sono soprattutto nativi del Bangladesh (45%), del Pakistan (23%) e dell’India (21%) e l’89% di essi predilige il Regno Unito. La scelta del Regno Unito, così come della Francia e del Belgio, si può ricondurre, oltre all’esistenza di possibili network etnici, legami con famigliari, amici e conoscenti già da tempo residenti in quei paesi, anche all’idea che siano nazioni che, avendo sperimentato da più tempo l’immigrazione, siano più abituate alla diversità e maggiormente aperte e tolleranti. Le statistiche disponibili non riescono però a darci il quadro completo perché, oltre a coloro che non si registrano all’AIRE, non compaiono neanche coloro che non hanno mai avuto neanche la carta di soggiorno e che, dunque, risultano migranti da paesi extra UE, al pari dei nuovi arrivati in Europa, anche se hanno vissuto tutta o parte della loro vita in Italia.

Il rapporto ISTAT, L’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni, ha provato a considerare i progetti futuri dei giovani italiani e di origine straniera, riscontrando una quota considerevole di ragazzi che volevano vivere all’estero, rispettivamente 46,5% e 42,6%. Il 45,4% si dichiarava molto d’accordo nel considerare l’emigrazione come un’opportunità di vita e di lavoro e il 47% era abbastanza d’accordo. Ugualmente il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo del 2016 riportava come l’88,3% dei giovani intervistati fosse disposto ad emigrare stabilmente pur di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro e come, oltre il 60%, fosse disposto anche a farlo all’estero, il 43%, inoltre, considerava l’emigrazione come l’unica opportunità di realizzazione.

Qualche anno fa, una ricerca condotta dal Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione (FIERI), Futuro, dove? sulla propensione alla mobilità dei giovani italiani e dei giovani di origine straniera (alla fine della scuola superiore e della laurea triennale) metteva in luce il fatto che per quei giovani per i quali l’integrazione era stata più difficile, anche il radicamento era più solido e per questo l’idea di partire appariva più improbabile. A qualche anno di distanza, non essendo sopravvenuti miglioramenti nella situazione economica del nostro Paese e terminando gli studi molti giovani, la situazione sembra essere diventata purtroppo più grave (o più realistica), spingendo a considerare prospettive di mobilità anche tra chi sembrava più restio, «rappresentando un segno di impoverimento del nostro Paese piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze», come commentato anche dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo a ottobre del 2016 .

Italia mia, ti amo, ma ti lascio. Non sei tu, ma sono io o non sono io, ma sei tu?

Come abbiamo visto, le motivazioni della migrazione per i giovani di origine straniera sono le più diverse. Come per tanti italiani, la principale è, generalmente, trovare un lavoro che hanno poche possibilità di ottenere in Italia, alle condizioni e nei settori in cui aspirano. Spesso questa non è solo un desiderata ma la realtà che fa decidere di partire dopo una serie di colloqui deludenti o diversi tirocini o contratti a progetto poco o per nulla retribuiti. Insieme alla teoria della scelta razionale, se così possiamo considerare la migrazione con finalità professionali, però, altre ragioni appaiono ugualmente importanti nel guidare le scelte di mobilità di questi giovani: il desiderio di acquisire esperienze, di mettersi alla prova, di andare in paesi più abituati alla diversità (che sia riferita al colore della pelle, alla religione o all’orientamento sessuale) o dove ci sono migliori politiche di sostegno alla gioventù o che supportano la transizione all’età adulta (conciliazione famiglia-lavoro, sussidi di disoccupazione, ecc.) . Inoltre queste nuove forme di mobilità sono anche più complesse perché sono caratterizzate da tappe o progetti temporanei e i periodi all’estero possono avere delle scadenze e servire come “collezione” di esperienze e competenze da aggiungere al CV curriculum vitae, più che essere pianificate come veri e stabili trasferimenti in un’altra nazione.

La migrazione di questi giovani è generalmente self-oriented piuttosto che family-oriented, nel senso di legame con la famiglia di origine e, in particolare, i genitori. La migrazione, infatti, non è un progetto per migliorare le condizioni economiche della famiglia, ma uno strumento per assicurarsi un processo di soddisfazione personale sia in campo professionale sia affettivo, quando la scelta è quella di trasferirsi per seguire il marito, nella maggior parte dei casi, o la moglie, che hanno un lavoro fisso con un tipo di contratto a tempo indeterminato (o simile). Ci sono, però, contatti che possono essere utili, specialmente con amici o amici di amici che hanno già vissuto l’esperienza della migrazione o che già si sono trasferiti nel posto dove si andrà a vivere. Sono quei “legami sociali deboli” che possono, però, offrire quelle informazioni e risultare fondamentali nella prima fase della migrazione provvedendo ad offrire sostegno per quanto riguarda soluzioni abitative e opportunità di inserimento lavorativo. Oggi Internet e, in particolare, i social network così come la facilità (ovviamente in presenza di determinate condizioni economiche) di viaggiare da un paese all’altro permettono a questi giovani di sperimentare una nuova condizione “di mezzo”. Attraverso internet, i social network e i sistemi di messaggistica istantanea, infatti, ci si tiene in contatto con amici e parenti residenti in Italia o altri Paesi, condividendo esperienze e pensieri rispetto alle proprie nuove esistenze, mentre, specialmente per coloro che hanno creato una nuova famiglia nel Paese in cui vivono, andare e tornare tra questo e l’Italia può rafforzare il sentimento di appartenenza ad entrambi e i legami famigliari e sociali, per la certezza che “c’è sempre qualcuno che mi aspetta dall’altra parte”. Si passa, quindi, da quella che Sayad chiamava una “doppia assenza” a nuove forme e riflessioni su una “doppia presenza”, ricca di possibilità.

Molto è stato scritto sui giovani di origine straniera che stanno crescendo in Italia, sulla ricchezza che avrebbero potuto essere per il nostro Paese se messi nelle condizioni di sentirsi pienamente cittadini, grazie ad una ormai necessaria e improrogabile riforma della legge sulla cittadinanza, e sul contributo sociale ed economico che avrebbero potuto dare grazie al loro bagaglio culturale e linguistico. Avrebbero potuto essere ponti tra l’Italia e i paesi di origine dei loro genitori o tra l’Italia e il paese dove avrebbero scelto di vivere. Forse stiamo perdendo un’occasione, forse l’abbiamo già persa, forse, invece, queste partenze possono ancora trasformarsi in un’occasione di sviluppo per loro e per l’Italia, se saremo in grado di offrire loro una piena cittadinanza, fatta di diritti e opportunità, e il riconoscimento che si meritano che possa costruire un senso di appartenenza non basato solo sulla convenienza. Il momento, però, è adesso.

Questo articolo è parte di un più ampio contributo realizzato per Rapporto Italiani Nel Mondo 2016 a cura di Fondazione Migrantes di prossima pubblicazione.