Rap e Terrorismo, è un’informazione questa?

Il nesso tra rap e jihadismo è alimentato sicuramente da alcuni dati di fatto: Jihadi John (Abdel-Majed Abdel Bary aka L Jinny o Lyricist Jinny), il boia comparso più volte nei video di ISIS e infine probabilmente ucciso in Siria nel novembre 2015, era un ex rapper londinese. Molto simile la vicenda del rapper tedesco Denis Mamadou Cuspert, in arte Deso Dogg, che una volta convertitosi all’Islam, nel 2010, aveva preso il nome di Abu Talha al-Almani. Anche per quanto riguarda l’Italia, il marocchino Anas El Abboubi (in arte ArAbboubi — Mc Khalifh), che da Brescia si è recato a combattere in Siria, si era inizialmente cimentato con il rap partecipando anche a un programma su MTV. Senza dimenticare naturalmente che Chérif Kouachi, uno degli attentatori di Charlie Hebdo, era un ex rapper.

La stessa Wikipedia ha aperto una pagina in lingua inglese su “Jihadism and hip hop” dove si legge:

While many Islamist jihadists view hip-hop negatively, due to its Western origins, there have also been examples of hip-hop songs with pro-jihadist lyrics, and of jihadists embracing hip-hop and gangsta culture as a way of attracting Westerners to join their organizations. The phenomenon is sometimes known as “Jihad Cool” and includes music, clothing, magazine, videos and other media[1].

Nonostante questi dati, la relazione sembra però troppo spesso forzata e dovuta, da una parte, a una scarsa conoscenza dei fenomeni e dall’altra, per dirla con David Foster Wallace e Mark Costello, al «fascino che l’aspetto vagamente minaccioso del rap — e del jihad potremmo aggiungere — porta con sé»[2]. La breve rassegna di articoli usciti sul tema non presenta, infatti, uno scenario molto diverso da quello raccontato da Wallace e Costello, quando dichiaravano polemicamente:

Dei 513 articoli sul rap/hip-hop catalogati in un database su CD-ROM nel maggio 1989, soltanto un terzo circa sono recensioni o critiche di singoli album, e meno di una dozzina sono tentativi di interpretazione critica del genere musicale in sé. Il resto si raccoglie sotto titoli che hanno a che fare con il rapporto fra il rap e le gang, il rap e la violenza sessuale, il rap e il crack, il rap e certe “generazioni perdute” che Noi comunque non avevamo mai trovato […] Finora i critici e gli scrittori hanno fatto la stronzata di considerare il più importante e influente movimento pop di questo decennio come niente più che un vetrino sotto il telescopio invertito della “socio-criminologia”[3].

A parte alcune interviste a veri esperti di jihad e/o rap[4], se c’è una costante che emerge negli articoli dedicati al tema sembra proprio essere la messa in luce, spesso forzata e inappropriata, del legame tra criminalità/terrorismo e rap che fa considerare i moderni rapper gli eredi della tradizione dell’hip-hop americano.

E così che su Repubblica, nei giorni immediatamente successivi all’attentato di Charlie Hebdo, Adriano Sofri presenta le sue riflessioni sui fatti, cominciando col definirsi «un ascoltatore cauto di rap» e più avanti commentando

ne sono ignorante ma ammiro il talento che vi si profonde — il rap è il genere letterario prima che musicale che più si avvicina all’idea sballata che “siamo tutti poeti”.

E tuttavia Sofri dichiara:

che la progenie di più antica immigrazione, come in Francia, cresce in un ambiente famigliare o sociale musulmano, di un Islam “normale”, più o meno praticante ma abitudinario, sicché l’incontro col creduto “vero Islam” è per loro una scoperta, di più: una conversione. Il passaggio da quello che gli si rivela ora come un Islam compromissorio e tradito a una fede esigente che investe e travolge la loro intera vita. Un tramite dei più importanti, se non il principale, di questa “conversione” dal “banale” al “totale” Islam, autoindulgente il primo, esigente fino alla morte il secondo, è il rap[5].

Anche Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post apre il suo pezzo con una certezza:

Cosa unisce Cherif Kouachi, uno dei tre terroristi franco-algerini autori della strage al “Charlie Hebdo”, con “Jihadi John”, il boia con accento londinese assunto alla cronaca per aver decapitato ostaggi occidentali in mano all’Isis? E ancora: quale affinità esiste tra Cherif e “Jihadi John” con Tamerlan Tsarnaev, uno dei due fratelli ceceni con passaporto americano, autori del massacro alla maratona di Boston? A legarli è l’amore per il rap.

Fatto che lo porta poi a sentenziare che la modernità comunicativa dello Stato Islamico e di al-Qaida 3.0 stia nell’uso del rap come forma di comunicazione e proselitismo, facendo confusione tra gli strumenti direttamente usati dallo Stato Islamico come i video di combattimenti ed esecuzioni, i videogiochi e le “serie televisive” e i brani rap di singoli lupi solitari che trovano il loro pubblico sul web.

Anche su gli Stati Generali[6] il pezzo di Umberto Cherubini che esamina la relazione tra rap e terrorismo si apre con questa frase:

Sembrerà senz’altro strano, ma mentre tutti i commentatori si focalizzano sul rapporto tra violenza e Islam, io che sono felicemente ateo (…) sono colpito da giorni dalla forte relazione tra questi atti di violenza e il rap: una musica che per ragioni anagrafiche conosco poco, e che non mi piace, ma che rispetto come tutte le musiche, in particolare le musiche che smuovono nei giovani di oggi quello che smuovevano in me da giovane.

All’estero, alcuni giornalisti e commentatori si muovono sulla stessa linea: Matt Lewis sul Daily Beast scrive:

Cherif Kouachi was an aspiring rapper. A German rapper joined ISIS. One of the Tsarnaevs was heavy into rap. That’s three; it’s a pattern! [7]

Nell’articolo Lewis, che dichiara, come alcuni suoi colleghi italiani, di avere poca famigliarità col genere musicale, si chiede se la predilezione che alcuni recenti jihadisti mostrano per il rap evidenzi un collegamento tra tali scelte di intrattenimento e la radicalizzazione. Lewis precisa che non parla dell’uso del rap come strumento di propaganda da parte di gruppi islamisti, ma piuttosto di un trend per cui la musica rap americana o occidentale servirebbe come una droga o porta d’accesso al terrorismo. Le tesi di Lewis troverebbero, inoltre, conferma nell’intervista condotta da Terry Gross (National Public Radio) a Maajid Nawaz, autore del libro di memorie Radical: My Journey Out of Islamist Extremism. Nawaz, infatti, pakistano britannico ed ex jihadista, ha vissuto varie tappe nel suo processo di radicalizzazione, ma sostiene che la musica rap abbia favorito “un senso di percepito risentimento”. E qui starebbero dunque le affinità tra Islam radicale e rap. Entrambi, infatti, parlano a giovani discriminati e disillusi, offrendo loro la possibilità di vivere una vita emozionante al di fuori delle costrizioni della società normale, dando loro voce e identità. Li trasformano da vittime in uomini d’azione che saranno ricompensati nell’aldiquà o nell’aldilà con fama, denaro, e altri premi.

Anche sul Washington Post[8] Ishaan Tharoor si interroga sul legame tra rap e jihad arrivando però a una conclusione ben diversa:

There’s of course no link between rap and the intolerance and fanaticism of the jihadists. After all, when the Arab Spring was at its height, attention fell on the role of local Arab rappers who sang powerfully about the injustices of their authoritarian societies. A rap song was even considered to be the unofficial anthem of the democracy uprising in Tunisia.

E, come brillantemente illustra Richard Smirke[9], sulla base delle ricerche di Peter Neumann del ICRS del King’s College di Londra, affermare che tutti o anche una percentuale significativa dei jihadisti occidentali siano appassionati di hip-hop sarebbe una menzogna enorme. Secondo Smirke, infatti

vengono tutti da esperienze diverse, e l’atto di ascoltare la musica è, dopo tutto, vietato nelle più rigorose interpretazioni dell’Islam. Tuttavia, questo non ha fermato una piccola ma significativa minoranza di estremisti e simpatizzanti jihadisti che hanno abbracciato, nella maggior parte dei casi prima della conversione, la cultura hip-hop, o, più comunemente, la retorica politicizzata di gangsta rap.

Neumann, precisa inoltre che il rap jihadista esisteva già prima del conflitto in Siria, ma l’afflusso di combattenti occidentali a supporto dei gruppi jihadisti ha portato la questione sotto i riflettori.

Nel suo articolo per PoliticoMagazine, Amil Khan, ex giornalista per Reuters e BBC e oggi consulente per la comunicazione, spiega che la chiave per capire il rapporto tra rap e jihad sia l’idea di controcultura. Le persone spesso si avvicinano all’hip-hop come forma di protesta e ribellione contro una situazione in cui si sentono marginalizzati dalla società. E questo è esattamente lo stesso tipo di sentimento che è sfruttato dai jihadisti. Khan identificava infatti già nel 2008 alcuni tratti comuni a giovani appartenenti alle frange più radicali dell’Islam urbano londinese: erano personalità borderline, avevano tutti precedenti penali per crimini comuni, sognavano di diventare “gangsta rapper” e guardavano con ammirazione ad al-Qaida. In questo contesto, la musica, utilizzando un codice diretto e familiare ai giovani del ghetto, diventa un potente collettore per la propaganda e il Califfato offre l’orizzonte globale che mancava[10]. Secondo l’autore

L’hip-hop e l’Islam aiutano le persone a trovare la direzione della comunità in un mondo confuso. Questi erano già soldati in un conflitto urbano a cui il jihad locale ha dato ora un’aura di soldati in un’epica battaglia globale [11].

E ugualmente Gaetano Gasparini, nel suo reportage per Converso Magazine, riporta il pensiero di un educatore della Cité, quartiere di Parigi da cui provenivano i fratelli Chaouki:

Il discorso fondamentalista attecchisce fra coloro con una bassa autostima. Si tratta di sostituire il sentimento di disagio con il sentimento di onnipotenza. È un modo per rivalorizzare la propria identità in un contesto sotto tutti i punti di vista sfavorevole allo sviluppo individuale[12].

Per Renzo Guolo, infine, l’adesione al radicalismo islamico da parte di molti giovani delle periferie europee, va a coprire dei vuoti di senso e di identità tipici della gioventù:

È nel corto circuito dell’integrazione che i predicatori radicali hanno buon gioco offrendo alla sottocultura da ghetto che è parte dell’occidente un’alternativa di totale rifiuto ed estraneità, una causa giusta. (…) Non sentirsi più appartenere completamente né alla cultura occidentale, avendone vissuto solo i sottoprodotti o le tecnologie, né alla cultura islamica che con regole rigide dà senso ad ogni cosa. Il risultato è un vuoto di identità che alcuni cercano di colmare con l’Islam radicale[13].

Il fatto che rap e hip-hop siano le forme popolari della musica di protesta sociale e che siano relativamente facili da auto-produrre e distribuire on-line le rende il genere più diffuso nelle periferie deprivate di molte città del mondo. Come sostiene Zanko, infatti, il rap è «l’unico genere musicale in cui si può essere veramente autodidatti, non c’è bisogno che i tuoi genitori ti paghino un corso, e questo è un incentivo fondamentale per chi spesso vive in condizioni economiche non troppo floride»[14]. Il rap non ha bisogno di strumenti costosi, si può praticare dappertutto e usa un linguaggio quotidiano e comprensibile, lo slang che rappresenta e delimita l’appartenenza al gruppo dei pari. In tal modo diventa per molti giovani uno strumento per esprimere il proprio disagio o desideri di vendetta, rivincita o provocazioni che quindi possono anche avvicinarsi al messaggio del jihad armato. I jihadisti di Charlie Hebdo, ad esempio, avevano in comune il fatto di essere nati e cresciuti ai margini della società francese, di avere storie famigliari complesse e rendimenti scolastici scarsi e di essere, come Chérif stesso aveva dichiarato quando venne arrestato poco prima del suo imbarco per la Siria, dei Ghetto Muslim che avevano trovato nell’integralismo islamico, un modo ideale attraverso cui contestare il presente. Ma, come spiega Jochen Muller,

Quando, per esempio, un rapper si paragona a Osama Bin Laden, questo non sempre ha a che fare con convinzioni fondamentaliste, ma soprattutto ha lo scopo di provocare e di scioccare. Il modo in cui questi giovani posano per la videocamera ha poco a che fare con il costume islamico e più a che fare con atteggiamenti e stili di vita da rapper nelle grandi città, e a Londra, ad esempio, si vedono strane sovrapposizioni[15].

In conclusione il fatto di far leva sugli stessi sentimenti e sullo stesso target di popolazione appare essere l’unica cosa che questi due movimenti, nella loro forma “dal basso”, hanno in comune. Su Cicerone Magazine Hisham Aidi, autore del libro Rebel Music: Race, Empire, and the New Muslim Youth Culture, fa però notare che l’hip-hop è sia un sintomo del problema più ampio di alienazione culturale sia una parte della soluzione, se governi, media e diplomazie decideranno di investire in una hip-hop policy che trasmetta una narrazione diversa, per contrastare l’ideologia violenta a cui i giovani sono esposti in patria e all’estero. Questo richiede di smettere di stereotipizzare il genere, considerandolo, al pari di altri, come uno strumento che può avere usi e trattare temi diversi. Come sostiene Zanko, «il rap dipende da chi lo scrive: c’è chi è più impegnato, chi fa canzonette, chi parla di fanatismo religioso. Il problema non è il rap, che è uno strumento, sono le persone che si esprimono attraverso il rap»[16].

Sembra dunque dubbio parlare di legame intrinseco tra rap e jihad e deboli appaiono anche le prove che il reclutamento ufficiale o la propaganda di ISIS, e del fondamentalismo islamico in generale, passino attraverso il rap e i rapper. È vero che jihadisti o aspiranti tali possono aver ascoltato (o continuare ad ascoltare) il rap o averlo praticato, ma il passato da rapper è quasi sempre dimenticato da chi si arruola per ISIS o abbraccia l’integralismo islamico. Jihadi Jhon/Abdel-Majed Abdel Bary/L Jinny, infatti, ha rigettato il suo passato da rapper dopo la conversione all’Islam e come lui ha fatto anche il rapper tedesco Deso Dogg/Abu Talha al-Almani che, una volta convertitosi, ha ripudiato la sua carriera musicale e preteso da YouTube che i suoi video fossero cancellati[17]. Il rap come genere musicale, con l’immaginario lussurioso che spesso lo accompagna, non è certo ben visto dai fondamentalisti islamici[18]. Anche il cinema fornisce del resto interessanti esempi di questi percorsi e del passaggio, o meglio della rinuncia, al rap in nome dell’islamismo radicale. Nel film Timbuktu, diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako, ad esempio, gruppi armati jihadisti occupano un villaggio nei pressi di Timbuktu, imponendo la Sharî‘a e mettendo al bando la musica e il calcio. Diverse sono le figure di jihadisti presentati nel film e tra loro compare anche un giovane aspirante jihadista, ex-rapper pentito che dichiara in un video la propria conversione e quindi il proprio rifiuto e pentimento per essere stato un rapper, usando espressioni religiose che gli vengono suggerite dal compagno miliziano che filma.

Non bisogna infine dimenticare che alla motivazione socio-economica (combinazione tra discriminazione e disagio sociale) che spinge molti giovani a unirsi alle file del jihad armato e su cui il messaggio di violenza e ribellione veicolato da alcuni rapper sembra fare più effetto, oggi se ne affianca un’altra, forse più importante e a cui si dovrebbe prestare maggior attenzione a tutti i livelli. Essa tocca giovani cresciuti in famiglie benestanti (e spesso atee) alla ricerca di valori e motivazioni forti che il marketing terrorista di ISIS cerca di offrire loro.

Questa linea di ricerca che parte dalla mancanza di senso è stata sviluppata in particolare dall’antropologa francese Dounia Bouzar, che ha analizzato i casi di 400 famiglie che hanno avuto un figlio jihadista. L’indagine della Bouzar mette il dito in una forma di disagio e marginalità non principalmente economica o sociale, come quella che si esprime nella musica rap, ma legata piuttosto alla dimensione del senso. E in quest’ottica costituisce un invito alla cautela nell’accostare fenomeni diversi.

L’articolo è un estratto dell’e-book Il tablet e la mezzaluna. Islam e media al tempo del meticciato

[1] https://en.m.wikipedia.org/wiki/Jihadism_and_hip-hop

[2] David Foster Wallace e Mark Costello, Il rap spiegato ai bianchi, Edizioni Minimum fax, Roma 2000, p. 50.

[3] Ibi, pp. 62–63.

[4] Marta Serafini, Iperconnessi e rapper, chi sono i jihadisti italiani, 13 aprile 2014, http://www.corriere.it/esteri/14_aprile_13/iperconnessi-rapper-chi-sono-jihadisti-italiani-682a86dc-c307-11e3-a3de-4531ca6bc782.shtml?refresh_rum

[5] Adriano Sofri, I giovani rapper tra Islam e violenza diventati eroi delle banlieue, 9 gennaio 2015, http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/01/09/i-giovani-rapper-tra-islam-e-violenza-diventati-eroi-delle-banlieue08.html

[6] Umberto Cherubini, Ma che c’entra il rap con l’Islam? E con il terrorismo?, 10 gennaio 2015, http://www.glistatigenerali.com/criminalita_musica_religione/ma-che-centra-il-rap-con-lislam/

[7] http://www.thedailybeast.com/articles/2015/01/17/it-s-undeniable-the-rap-jihadi-connection.html

[8] Ishaan Tharoor, The strange role of rappers in the Islamic State’s jihad, «Washington Post», 25 agosto 2014, https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2014/08/25/the-strange-role-of-rappers-in-the-islamic-states-jihad/

[9]Richard Smirke, Jihadi Rap: Understanding the Subculture, «Billboard», 10 ottobre 2014

http://www.billboard.com/articles/news/6273809/jihadi-rap-l-jinny-abdel-majed-abdel-bary

[10] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/21/rap-jihad-terrorismo-figlio-delle-nostre-periferie/1353867/

[11] Amil Khan, Al Qaeda’s New Front: Jihadi Rap, 31 agosto 2014, http://www.politico.com/magazine/story/2014/08/al-qaedas-new-front-jihadi-rap-110481#ixzz3oMKToKYD

[12] Gaetano Gasparini, Le strade che portano al jihad, 6 febbraio 2015, http://www.conversomag.com/le-strade-che-portano-al-jihad/

[13] Eleonora Martini, Renzo Guolo: il «vuoto» del rapper col kalashnikov, «Il Manifesto», 10 gennaio 2015, http://ilmanifesto.info/renzo-guolo-il-vuoto-del-rapper-col-kalashnikov/

[14] Intervista realizzata dall’autrice, 23 marzo 2015.

[15] Matthias Becker, Rapping for the Holy War?, «qantara.de» 2008, http://en.qantara.de/content/hip-hop-and-islamism-in-britain-rapping-for-the-holy-war

[16] Intervista a cura dell’autrice, 23 marzo 2015.

[17] Sembra che i Nasheed di Deso Dogg abbiano ispirato Arid Uka, un islamista albanese-tedesco, che nel marzo 2011 ha ucciso due militari dell’aviazione americani e feriti altri due all’aeroporto di Francoforte. Questo incidente è considerato il primo assassinio riuscito in Germania a sfondo islamista.

[18] Claudia Galal, Rap e jihad, c’è un legame?, «La città nuova», 24 febbraio 2015, http://lacittanuova.milano.corriere.it/2015/02/24/rap-e-jihad-nessun-rapporto/?refresh_ce-cp

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