“We comin’ rougher everytime”: di rabbia e ius soli (temperato)

Viviana Premazzi
Jun 25, 2017 · 4 min read

Il dibattito sullo ius soli ha raggiunto in questi giorni toni accesissimi. Online si è scatenato chiunque: protetti dallo schermo, come su molti altri temi, praticamente tutti i giorni, ci si è sentiti in diritto, in nome del sacrosanto e sovrastimato diritto di opinione ed espressione, di scrivere qualunque cosa e di attaccare chiunque. Purtroppo lo spettacolo più triste l’hanno dato, ancora una volta, i nostri politici che da attacchi verbali hanno cercato di portare la contestazione anche sul piano fisico.

Scorrendo i post si percepisce davvero tanta rabbia e frustrazione che trova, ancora una volta, l’ennesimo apparente appiglio per essere sfogata.

C’è però una rabbia e una frustrazione, che sono meno evidenti, che non possono essere sfogate, ma che rimangono sullo sfondo, perché a loro tocca fare la parte dei buoni, dei bravi (o alla peggio dei “poverini”), di coloro che rispettano le regole, che sono “come noi”, che vogliono essere “come noi”. Coloro che devono andare nei dibattiti televisivi dove vengono derisi e insultati e devono essere educati, devono reggere le quotidiane battutine, l’“allora oggi non ti farai esplodere”, col sorriso.

I Gogol Bordello, gipsy punk band newyorkese i cui componenti hanno tutti alle spalle esperienze di immigrazione, in “Immigraniada”, una delle loro migliori canzoni (a umile parere di chi scrive), pezzo forte di quasi tutti i concerti, cantavano alla fine “We comin’ rougher everytime”, diventiamo più ruvidi, più duri, più arrabbiati ogni volta… ogni volta che il dibattito perde il suo focus, ogni volta che si perde l’occasione di una discussione seria e sana, ogni volta che bisogna ripartire da zero, che bisogna spiegare che #noiussoli e #siiussoli sono entrambi slogan senza senso perchè quello di cui ci sta discutendo è di uno ius soli temperato e uno ius culturae, tutto questo fa diventare ogni volta più ruvidi, più duri, più arrabbiati.

https://www.youtube.com/watch?v=aKpgb2WrGo0

A costo di essere pedante, ha senso ancora una volta ripetere che quando parliamo di seconde generazioni parliamo di giovani (o ormai anche meno giovani) che non sono mai immigrati, ma che sono nati qui, che crescono con “i nostri ragazzi e ragazze italiani”, hanno i loro stessi problemi, vivono gli stessi drammi e le stesse gioie, ma quello che li differenzia, e allora sì parliamo di immigrazione e sicurezza (e non purtroppo a sproposito come nella maggior parte dei casi), è che se a 18 anni non riescono ad ottenere per mille motivi diversi, nella maggior parte dei casi burocratici e discrezionali, nell’anno di tempo concesso loro, la cittadinanza, allora devono ricominciare da zero, devono assolutamente avere un permesso di soggiorno per studio o per lavoro. E in quanti mi hanno detto che quello è il momento del crollo, delle speranze frustrate, quando ti ritrovi in questura “con gli immigrati” e ti chiedi cosa ci fai lì, cosa hai da spartire con quella gente dato che tu non sei mai arrivato in Italia, tu in Italia ci sei nato.

E, ancora, cos’è che differenzia l’Italia dal Belgio, dalla Francia e dall’Inghilterra? Quando parliamo di seconde generazioni ciò che li differenzia è che, in Italia, la maggior parte delle seconde generazioni, vista la più recente immigrazione dei loro genitori in Italia, sta diventando adulta ora, e cominciamo ad avere ora i grossi numeri di chi si scontra con la mancanza della cittadinanza e delle opportunità ad essa correlate. E allora sì che senza una riforma della cittadinanza ci troveremo a breve con un problema di sicurezza, perché chi gestirà questa rabbia? Chi gestirà questa frustrazione? Che sfoghi troverà?

L’opzione migliore e che già sta avvenendo è una nuova migrazione, spesso a seguito, dopo anni dalla presentazione della domanda, dell’ottenimento della cittadinanza, verso altri Paesi europei. Alcuni direbbero che questo è un bene “che se ne vadano come se ne vanno i nostri figli”. In realtà, in entrambi i casi, che si parli di italiani per nascita o di seconde generazioni, si tratta di una grossa perdita, di investimenti persi e di un disequilibrio che si potrebbe creare tra chi rimane, che è generalmente meno istruito e più a rischio di cadere in una situazione di svantaggio sociale ed economico, e chi parte e quindi, ancora una volta, un aumento di rischi per la sicurezza e la coesione sociale.

L’opzione peggiore è lo sviluppo di forme di identità reattive che possono arrivare fino all’attivazione di processi di radicalizzazione e all’adesione al terrorismo (di diversa matrice).

Due ultimi punti in chiusura:

1. A scanso di equivoci quando si parla di seconde generazioni e cittadinanza non si parla solo di musulmani e la rabbia e la frustrazione sono fenomeni purtroppo diffusi che riguardano tanto ragazzi e ragazze russi, cinesi, filippini e latinoamericani.

2. Associare il fenomeno delle “recenti” migrazioni del Mediterraneo e “la crisi dei rifugiati” con le seconde generazioni è un altro errore da evitare. Ma, ancora una volta, c’è una questione da considerare che riguarda, la rabbia e la frustrazione per certi doppi standard ed è il fatto che chi ottiene lo status di rifugiato può ottenere la cittadinanza italiana dopo 5 anni di residenza legale in Italia, mentre per gli altri (e questo vale anche per chi in Italia non è nato ma ci è arrivato da piccolo, a meno che i suoi genitori non riescano ad ottenerla e a passargliela) il tempo è 10 anni. Anche su questo, la mia esperienza su campo mi riporta un senso di disagio e quasi di sconfitta, nonostante si riconosca la titolarità di diritti a chi scappa da guerre e persecuzioni, il peso del doppio standard, ancora una volta, potrebbe prima o poi esplodere in forme che potremmo non voler vedere.

Negli ultimi giorni, a cominciare dal Guardian, giornali e giornalisti si stanno interrogando, come accade ormai ciclicamente, sul perché in Italia non ci siano ancora stati attentati, quello che ho letto è tutto vero, giusto e condivisibile… è importante però riconoscere che c’è qualcuno che, senza una riforma della legge sulla cittadinanza al più presto, potrebbe diventare “rougher everytime”.

Viviana Premazzi

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Diversity management trainer and consultant; previously @MigrationPolicy @WorldBank @UNmigration; @garagErasmus board member