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Manifesto — Parte Prima

#WOHD
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Aug 31, 2017 · 13 min read

E’ un tempo eccezionale per essere vivi:

il mondo è giunto ad un punto di svolta, e noi uomini siamo chiamati infine ad abbandonare l’innocenza inconsapevole della giovinezza per entrare, collettivamente, nell’era adulta della responsabilità.

Siamo pronti al grande salto?


Ad una prima occhiata, non sembrerebbe proprio.

Gli stati nazionali stanno ancora a farsi la guerra come bande di ragazzini al campetto, e gli ultimi sviluppi ci mostrano una regressione in atto, nei nostri leader ed nelle istituzioni, verso comportamenti paurosamente immaturi e irresponsabili.

Ma non sarebbe giusto scaricare tutta la colpa sul nostro sistema politico inefficiente e corrotto. La gran parte di noi è impegnata quotidianamente in una lotta esistenziale contro il mondo, con i più poveri che devono affrontare ogni giorno difficoltà tremende per provare ad uscire dalla miseria, e i più ricchi che — dopo decenni di consumismo sfrenato — sono diventati fisicamente e mentalmente fragili, ripiegati in sé stessi e ostaggi di uno stile di vita sempre più frenetico e stressante.

Da tempo immemorabile siamo prigionieri di una società che incoraggia gli aspetti peggiori della natura umana — come l’avidità, l’aggressività e il narcisismo — e che invece soffoca l’amore libero, l’onestà ed il pensiero critico.

Ora, finalmente, si avvicina il momento della resa dei conti: la comunità scientifica ci avvisa ogni giorno che passa delle imminenti minacce che incombono ormai sulla nostra specie: catastrofici cambiamenti climatici, devastazione ambientale ed estinzioni di massa ci condanneranno tutti quanti ad una fine ingloriosa e inevitabile, a meno di riuscire a cambiare radicalmente il nostro stile di vita già nei prossimi decenni.

Una cosa è certa:

Come umanità, abbiamo il bisogno urgente di una nuova direzione comune e di nuove linee guida condivise che ci permettano di affrontare tutti assieme questa grande svolta antropologica, senza lasciare indietro nessuno.

Questo è infatti ciò che il ‘WE’ si propone di diventare: una carta dei valori planetaria per il 21° secolo, una bussola morale che ci aiuti ad orientare i nostri primi passi da adulti responsabili sull’inedito cammino che ci si apre davanti!


Il nuovo paradigma diverge dal vecchio in tre punti essenziali:

1. Pace tra gli uomini Vs. Guerra permanente.

2. Armonia con la natura Vs. Sfruttamento dell’ambiente.

3. Sostenibilità per le generazioni future Vs. Consumismo irresponsabile.

1. Pace tra gli uomini

Arrivati a questo punto, nessun attivismo che miri davvero a cambiare il mondo può ragionevolmente proporsi l’uso della violenza. Dopo Hiroshima abbiamo finalmente capito che il modo tradizionale di risolvere le questioni umane, sul campo di battaglia, non è più praticabile perché minaccerebbe di distruggere l’umanità intera, lasciando tutti sconfitti. Come riconobbe Michail Gorbaciov:

L’unica via per realizzare una trasformazione radicale del nostro stile di vita e per rifondare la nostra organizzazione economica e sociale è di lavorare assieme come specie. Le vecchie barriere tra razze, culture e nazioni sono solo relitti di una fase evolutiva che ci ha preceduto e che abbiamo gradualmente abbandonato nel processo di diventare ciò che siamo oggi.

La lotta per la sopravvivenza, che ha segnato la trasformazione delle specie viventi, e la lotta per il potere che — entro la specie umana — ha guidato lo scontro tra le civiltà, ha lasciato in ciascuno di noi un residuo di aggressività la cui espressione primaria è l’affermazione di sé (e correlativamente il ripudio della morte).

L’accettazione dei propri limiti (e della propria morte) come misure congenite all’evoluzione universale della vita e della specie ha come effetto liberatorio il dissolversi dell’illusione di separatezza tra l’io individuale ed il concerto di creature che gli sta attorno, trasformando così la nostra intima paura dell’altro in sentimenti di amore e rispetto reciproco.

“La piccola silenziosa voce della coscienza” — come direbbe Gandhi — ci rivela infatti che l’unico modo di risolvere i conflitti umani è di convincersi a vicenda. Se costringo il mio avversario ad accettare le mie ragioni con la violenza, sia fisica che psicologica, io ho già perso, e nella mia umanità sono regredito;

“Se tu fai questo io ti uccido!” — ha proclamato da sempre la cultura della guerra che fa il gioco dei potenti. “Se fai questo, sono io che muoio!” — insegnavano invece gli antichi saggi e i profeti di tutto il mondo, da Buddha a Socrate a Gesù.

D’ora in poi, il farsi carico della violenza del nemico soffrendone, se necessario, fino alla morte, non può più rimanere un principio astratto riservato ai soli mistici, ma deve diventare il fondamento comune sul quale costruire la nuova cultura planetaria dell’amore. Per sostenere questa visione è necessaria una fede incrollabile nelle possibilità umane, anche là dove si manifestano nell’abbruttimento più assoluto.

2. Armonia con la natura

La mercificazione della Natura, vista come una risorsa totalmente misurabile e sfruttabile dall’uomo, è stato uno degli assiomi fondanti dell’età moderna.

Tra i più influenti sostenitori di questa prospettiva furono alcuni dei padri illuminati del metodo scientifico, come Sir Francis Bacon, Galileo Galilei e Renè Descartes.

Ai loro occhi, la natura sembrava un enorme orologio meccanico: con sufficienti dati alla mano, ogni aspetto della natura sarebbe stato spiegabile razionalmente — da qui l’equazione sapere = potere.

In alcuni passaggi tristemente famosi, Bacon sostiene che essa deve essere “rincorsa nelle sue peregrinazioni”, “costretta a servire” e “resa schiava”.

E’ così che il sapere diventa potere: perduti i suoi segreti, la natura entra sotto il dominio dell’uomo il cui ideale ultimo è quello di raggiungere un’intelligenza assoluta, quale strumento di assoluto dominio sul mondo naturale.

Ma queste erano solo illusioni della nostra mente giovane e arrogante: prima Einstein, con la teoria della relatività, poi Heisenberg, con la scoperta del principio di indeterminazione nella fisica quantistica, sfatarono definitivamente le pretese del vecchio modello meccanicistico della realtà.

Tutte le razionalizzazioni sono locali e contingenti perché, anche nel semplice atto di osservare la realtà circostante, il soggetto umano ne altera inevitabilmente la struttura più intima. La conoscenza umana, lungi dal poter essere considerata un rispecchiamento fedele del mondo esterno, deve invece essere riconosciuta per quello che è — una costruzione mentale che interpreta la realtà, e così facendo la modifica.

In tutta onestà, dobbiamo prendere atto che l’atto del conoscere è davero un ‘progettare il mondo’, anche nel caso che il soggetto si proponga il massimo distacco contemplativo possibile.

Se riconsideriamo alla luce di tutto ciò la relazione soggetto/oggetto tra l’osservatore e la realtà osservata, ci rendiamo conto innanzitutto che la nostra mente è solo una piccolissima frazione di quell’universo nel quale è stata generata ed al quale appartiene, ma che al contempo, nel suo viaggio incessante ad esplorazione del mondo, la mente ha davvero il potere di cambiare quello stesso universo, e di plasmarlo secondo le proprie necessità.

Questo potere apparentemente magico non ha in realtà alcunché di soprannaturale: è infatti radicato nella natura stessa di quel complesso fenomeno che chiamiamo Vita.

Noi vediamo l’universo come lo vediamo proprio perché siamo vivi. Questa è la condizione umana:

I problemi sono cominciati perché il vecchio paradigma si è rivelato inadeguato a comprendere l’interconnessione strutturale tra uomo e natura, che non è riducibile alle semplificazioni di un metodo puramente quantitativo.

Il collasso della natura a causa delle manipolazione a cui l’uomo, fidandosi della scienza, l’ha sottoposta, è già di per sé un’ indicazione che qualcosa di essenziale sfugge alla nostra mente nel momento in cui essa, procedendo analiticamente, costruisce una serie lineare di cause ed effetti astraendola abusivamente dal contesto dell’eco-sistema.

La verità di un dato di natura non è infatti nella sua separatezza, ma nella sua correlazione con gli altri dati. L’analisi, nel suo procedere dal complesso al semplice, lascia cadere lungo la strada il tessuto vivente delle reciprocità, un tessuto che non sarà più possibile recuperare risalendo, mediante l’associazione degli elementi semplici (ma morti), ad una sintesi artificiale.

La natura complessa della rete della vita deriva dal fatto che, in ciascuna delle sue parti, il sistema opera nella sua totalità. Questa proprietà fondamentale è chiamata olismo, per la quale ogni elemento assume il proprio significato in relazione all’intero sistema, ed il sistema stesso è costantemente ridefinito dalle interazioni tra le sue parti, in un continuum reciproco che non lascia spazio ad alcun dualismo sostanziale tra pensiero e realtà, coscienza e materia.

Ciascuno di noi è al contempo autonomo ed inter-dipendente: siamo ciò che siamo in forza dell’unicità della nostra natura individuale e siamo ciò che siamo in forza della rete di relazioni che intessiamo con gli altri.

Dire che l’evoluzione della vita sia stata determinata da una competizione che ha selezionato i più forti ed eliminato i più deboli è solo una parte della verità. Un esame più attento delle interconnessioni che stringono gli uni agli altri gli esseri viventi, dai più semplici ai più complessi, dal filo d’erba all’uomo pensante, ci persuade che a un livello più profondo di quello della lotta per la vita c’è un ubiquo scambio vitale, una specie di osmosi planetaria.

Il principio darwininiano della lotta per la vita, così omogeneo al paradigma etico-politico del capitalismo industriale, è servito a giustificare l’economia dello sfruttamento sia dell’uomo che della natura, senza tener conto che il turbamento dell’equilibrio sistemico della biosfera avrebbe causato i catastrofici effetti collaterali che oggi minacciano la sopravvivenza stessa della specie.

L’umanità si è fatta abbagliare dalla propria stessa mente, si è persa in folli ambizioni e deliri di onnipotenza, ed ha infine dimenticato da dove viene. Ma la nostra intelligenza non è qualcosa di alieno, di soprannaturale, di extra-terrestre: essa si è sviluppata qui, tra le nostre sorelle piante e i nostri fratelli animali, in questo macro-organismo planetario che chiamiamo Natura e Vita. L’intelletto umano è cresciuto, è diventato grande, e deve ora, al più presto, essere bilanciato da una coscienza consapevole della simbiosi strutturale che ci lega insieme a tutte le altre creature.

E’ in questo tessuto indivisibile che ha preso forma il fenomeno umano: l’onda psichica emersa dalle profondità della materia vivente si è ripiegata su sé stessa ed ha così brillato la coscienza, punto d’interruzione dei processi deterministici, causa non causata, specchio infinitesimo in cui la cellula organica riflette sé stessa e vi cerca il senso della vita.

Da un lato, quindi, dobbiamo riconoscere senza mezzi termini la nostra provenienza animale ed organica, ed accettare come conseguenza di essere guidati in larga parte da quei determinismi fisici, chimici e biologici che sono necessari alla vita. Dall’altro, il nostro specifico ruolo di esseri umani ci impone di coltivare nelle nostre menti una coscienza che trovi il senso di sé nell’indivisibile e complessa unità del sistema vitale che ci generato e ci mantiene, imparando così ad amarla e rispettarla nella sua diversità.

Per concludere:

3. Sostenibilità per le generazioni future

Dalla Relatività in poi, la nuova cognizione del tempo ci svela che esso non è già un contenitore esterno e indifferente alle cose viventi: il Tempo è invece la sostanza più intima della vita, la sua memoria organica proiettata in avanti col presente che contiene in sé il passato e i germi per il futuro.

Ma non dobbiamo darlo per scontato: la legge dell’entropia ci ricorda che la durata stessa della vita sulla terra è indissolubilmente legata alla quantità di energia disponibile in questo universo, e finirà quando l’energia sarà terminata del tutto. Ne deriva che le possibilità di vita dopo di noi dipendono, in tutto o in parte, dall’uso che noi oggi facciamo delle risorse energetiche della biosfera.

Le nostre azioni danno quindi forma, irreversibilmente, al nostro futuro: questo perché ogni trasformazione energetica ha un costo, per quanto infinitesimo, che viene sottratto al patrimonio di energia totale.

Il patrimonio energetico del mondo appartiene in ugual misura all’intera biosfera, presente e futura.

Date queste premesse, la nuova etica planetaria ci indica che, in ultima istanza, è bene tutto ciò che favorisce la vita, ed è male tutto ciò che accelera il declino entropico, come dire la morte.

E’ così che il futuro si dischiude come la dimensione più profonda di questa nuova responsabilità. Nella vecchia etica le scelte che rivestivano qualità morale erano quelle interne all’orizzonte percepito nel presente o nell’immediato futuro e cioè nello spazio prevedibile degli effetti della nostra azione.

Ma ora sappiamo che le nostre azioni, incidendo sul ritmo dell’entropia, sono in grado di determinare le condizioni di vita delle generazioni future, anzi la durata stessa della storia.

Di qui una conseguenza di grande suggestione: un vero amore per l’umanità riguarda anche (e soprattutto) le generazioni che verranno. L’idea di umanità implica ovviamente la serie delle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno preparato le condizioni e i contenuti materiali e spirituali della nostra vita: le città che abitiamo, i prati, i boschi, gli animali e le piante che ci nutrono. Dobbiamo essere grati ai nostri antenati per averci lasciato tutto questo, ma dobbiamo anche imparare dai loro errori perché questo è l’unico modo che abbiamo per continuare ad evolvere.

Oggi — spiega Jurgen Moltmann — il diritto di rigenerazione della terra e del suo mondo di vita viene costantemente abusato. I fertilizzanti chimici e i pesticidi costringono il nostro pianeta ad una fecondità incessante e innaturale, preparando il terreno ad inevitabili e catastrofiche conseguenze.

Chi non rispetta i diritti della terra rappresenta una minaccia per le future generazioni e compromette la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Ogni forma di aggressione alla natura introduce infatti un elemento di incertezza e precarietà per il futuro della specie: di qui la necessità dell’autolimitazione.

La nuova direttiva etica per un’umanità finalmente adulta e responsabile potrebbe essere espressa così:

Noi esseri umani dobbiamo riconoscere di essere animati tutti quanti dal medesimo soffio vitale. Il nostro impulso fondamentale in questo universo è di perpetuare la nostra specie e la vita nel suo complesso. Da un punto di vista strettamente evolutivo, questo è ciò per cui siamo nati.

L’umanità è solo un ramo dell’albero della vita, e anche un ramo piuttosto giovane. Invece di contemplare passivamente il nostro suicidio collettivo, dovremmo imparare a maturare e portare frutto. Il nostro potenziale, e non solo quello distruttivo, è enorme. Dobbiamo spostare il fulcro della nostra esistenza dalla paura all’amore, e costruire così un mondo di pace e libertà che funzioni per tutti, comprese le generazioni future.

Non prendiamoci in giro: “L’amore libero” non è amore opportunistico dove ciascuno pensa innanzitutto a sé stesso. L’amore libero è amore che trascende l’interesse egoistico, amore per la vita senza condizioni, senza chiedere una ricompensa, come l’amore di una madre per i suoi figli.

Questa è la nostra chiamata: crediamo sia nostro dovere comportarci da grandi, e assumerci la responsabilità per tutto quello che sta accadendo e accadrà dentro e intorno a noi.

Se siamo tutti d’accordo, è ora di capire come questi valori nuovi possano essere messi in pratica.

Per coloro interessati a passare dalle parole ai fatti, dedichiamo il prossimo capitolo a proporre un compendio di linee guida e strumenti condivisi che ci aiutino ad applicare tutti questi concetti nel nostro vivere quotidiano. ;-)

>>Part 2 — Guidelines>>

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