“Genitori etero o genitori gay, che differenza fa? Siamo tutti figli di un atavico dramma familiare”

Gruesbeck Studio: Austin Baby + Toddler photograspher

In seguito al referendum irlandese sul matrimonio gay, anche in Italia si è riaperto il dibattito su unioni civili, inseminazione artificiale e adozione per le coppie omosessuali, temi che da sempre dividono l’opinione pubblica tra chi è a favore e chi contro. Di là dalla retorica del dibattito permanente, sono convinta che questo sia uno dei tanti fenomeni della modernità con cui, presto o tardi, dovremo per forza scendere a patti, così come è già accaduto in molti paesi più avanzati del nostro, solamente ci metteremo un po’ più degli altri per il solo motivo che sul nostro territorio è ospitata la Santa sede del Vaticano. Personalmente, sono a favore della libertà di unione, di riproduzione e di adozione, ma trovo che, nel caso dei bambini, tema che su tutti mi sta più a cuore, gli argomenti portati avanti nel dibattito, siano in alcuni casi fuorvianti o di nessuna utilità.

Quando si parla di bambini, non ci sarebbe neppure bisogno di tirare in ballo gli esperti, poiché basterebbe il buon senso per capire che gli unici fattori veramente importanti, per la crescita armoniosa e lo sviluppo cognitivo ottimale di un bambino, sono l’amore incondizionato e l’attenzione dei genitori, l’essere circondati da un ambiente il più possibile sicuro, sereno e stimolante, a prescindere dal fatto che la coppia genitoriale sia etero o gay.

Del resto, abbiamo notizie certe di oltre una settantina di casi documentati su bambini allevati amorevolmente da animali: lupi, cani, scimmie, orsi, gazzelle, ed è conosciuto persino il caso di una femmina di leopardo, sono i così detti Enfant Sauvage. Dunque, non si capisce per quale motivo due esseri umani civilizzati ed evoluti, seppure dello stesso sesso, non potrebbero fare altrettanto e farlo meglio!

A smentire anche i più scettici esistono ormai numerose ricerche scientifiche portate avanti da esimi sociologi e psicologi in tutto il mondo. Non esiste, pertanto, un solo valido motivo contrario che non sia identificabile nella fede religiosa o nella bigotteria tipica di una cultura d’altri tempi. Per questo motivo trovo che il dibattito in corso sia tedioso, particolarmente negli argomenti degli oppositori, mentre si parla poco e male dei veri motivi in grado di minare il processo di crescita nei bambini e di cosa si potrebbe fare per evitarli, unico tema che merita di essere approfondito in un consesso umano e civile.

Il grande male in grado di destabilizzare l’essere umano sono le ferite traumatiche, grandi e piccole, inferte da piccoli e mal cicatrizzate, che ci portiamo dentro per tutta la vita: violenze fisiche e psicologiche, abusi sessuali, soprusi, lutti, aggressioni, catastrofi, incidenti, abbandoni, tradimenti, divorzi, separazioni, deprivazioni, trascuratezza, anaffettività, fissazioni e proiezioni, fame e sete, abuso di sostanze, e chi più ne ha più ne metta. E’ difficile stilare un elenco completo degli scheletri, presenti e passati, nascosti negli armadi di ogni famiglia del pianeta Terra. Il vero problema, è che siamo vittime di una cultura che ci insegna a non dare importanza a questi mali, a sottovalutarli, o ancora peggio a nasconderli. Molti pensano che i bambini “non capiscano” o che siano meno sensibili degli adulti alle esperienze traumatiche. In realtà, è vero il contrario: i bambini e gli adolescenti sono più sensibili degli adulti e possono riportare conseguenze anche molto gravi dall’avere vissuto o assistito a esperienze spaventose che la loro mente fa fatica a elaborare.

Altri, invece, si rendono conto di produrre, volontariamente o involontariamente, traumi nei loro bambini, ma sono talmente presi dal proprio egoismo interiore da tendere a darvi poca importanza, poiché loro stessi da piccoli hanno subito traumi a cui sono bene o male sopravvissuti, pertanto, sono convinti che se il dolore non ha ucciso loro, sicuramente non potrà danneggiare gravemente neppure i loro piccoli. Ed è così che si vengono a creare vere e proprie catene di dolore perpetuate sotto silenzio, di generazione in generazione, in soluzione di continuità.

Quando i bambini diventano adulti, questi sentimenti atavici sepolti nell’infanzia possono riemergere in modo più o meno violento di fronte ad una perdita o ad altri eventi traumatici, oppure, essi potrebbero cadere vittime di una nevrosi che li spinge a cercare inconsapevolmente di riprodurre la stessa esperienza più volte, forse nel tentativo di comprenderla, ma rievocando al tempo stesso un analogo senso di vuoto e l’angoscia in cui precipitavano da piccoli. Tutto ciò potrebbe fare venire a galla inaspettati aspetti nascosti della personalità: attacchi di panico, depressione o addirittura far esplodere la follia, nel migliore dei casi, sarebbe una vita spesa nel ricreare continuamente le stesse condizioni dolorose.

Sullo sfondo di questo triste scenario familiare, in cui sono certa nessun lettore avrà mai sufficiente coraggio per riconoscersi, nè come vittima nè come carnefice, c’è sempre e solo una ricerca della felicità improntata alla scarsa consapevolezza, al non riconoscimento del valore dell’altro, neppure quando si tratta di un bambino innocente a cui si potrebbero risparmiare grandi e piccoli dolori, e quando non fosse possibile, per lo meno si dovrebbe aiutarli ad elaborare e superare il problema, soprattutto non si dovrebbe mai trascurarli o abbandonarli prematuramente al loro destino.

A questo punto, un solo fatto risulta estremamente chiaro, gay o etero non fa nessuna differenza, ma fino a che questa catena di dolore atavico non sarà spezzata da un’evoluzione culturale, qualunque “genere” di famiglia sarà sempre destinata a tradursi in un fallimento.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.