“Language is a virus”

William S. Burroughs

Nasci e i suoni si fanno singole parole inciampate, le parole inciampate crescono e si fanno suoni lastricati di collegamenti che valgono solo per te, proprio quei suoni che prima o poi ti faranno dire mam-ma e il mondo delle parole si apre e strabuzza gli occhi.

Parole come memoria di quel primo ti amo, prime parole e ultime parole, fotografie di parole che ti ricordano quando per la prima volta sei andato con tuo padre e tua madre sul lago ghiacciato, il profumo del legno della baita condivisa con gli amici e le parole che non ne volevano sapere di uscire in quello Scarabeo, parole incise e parole tatuate, come un sogno di cui non ricordi le prime scene perché non ti vengono le immagini e non ti vengono le parole, lo spavento di felicità, quando la gola ti si blocca e le cascate sono solo le tue lacrime che scendono fino alla bocca per inumidire le parole, parole come una vita spesa per pronunciarle oppure per starsene muti in una stanza e soltanto scriverle, scriverle finché le dita timide diventano rosse di parole, e ancora, quel conforto sussurrato quella volta, soltanto due parole, concedimi — ora — e ti regalerò una promessa, credi alle mie parole e sarai già nella terra promessa.
Parole come tagli e fendenti, parole come cerotti e cicatrici, buone notizie e buone novelle, parole per formule magiche che creano la storia a cui tuo malgrado crederai, la favola della buona notte e la filastrocca della nonna, sottintendere e far credere, svelarsi e spogliarsi con le parole, offrire il fianco, toccare con mano, dire ciao.

Siamo nati e viviamo per questo, perché attraverso le parole possiamo far crescere bisbigliando il nostro piccolo mondo e urlarlo nel futuro, perché ancora possiamo dire non lo sapevo, come ti chiami, mi sei mancata, ci sentiamo domani, per tutta la vita, mi dispiace, vuoi fare due parole con me?