Dive with me —

Mattina inoltrata, tra poco i miei occhi si schiuderanno e lasceranno fuori i due noccioli castani che purtroppo non possono far altro che trasmettere immagini opache di un soffitto fatto di un legno senza particolari venature, così come del mondo fuori e della mia stessa stanza. Certo, potrei comunque affondare le tempie tra i due lati del cuscino, e forse convincermi che non sia successo, ma purtroppo il rumore secco e preciso dell’ascia che taglia i ceppi di legna mi ha già spaccato la testa in due, trasformandosi in una viscida cefalea. Questa notte ha nevicato, e continuerà a farlo per i prossimi giorni, stando alle improbabili previsioni di una donna vestita in modo troppo succinto per parlare di piogge torrenziali e possibili frane in tivù.
Alzandomi ho potuto scorgere l’ombra di mio padre fuori dalla finestra, e quasi mi mette di buon umore riflettere sul fatto che puntualmente lui faccia un cenno con la mano, pur sapendo che la vista annebbiata non mi permetterà mai di rispondergli. Fortunatamente, ritrovo i contorni indossando gli occhiali. Li avevo lasciati sul lato sinistro del mio tavolo da lavoro, come se fossero parte di un’assurda triade, a cui prendono parte anche il computer e una tazza da caffè dai colori sbiaditi. Intanto, i fogli si accumulano e non so più come farmi spazio.
L’ultimo documento segna le ore 4.00, devo aver perso il controllo, o forse avevo tanto da dire.
In cucina mia madre prepara il pranzo, la guardo appassire come i fiori seppelliti dai fiocchi di neve, assassini silenziosi che privano la terra del suo profumo e del colore, così la vita stava facendo con mia madre. Aveva la schiena incurvata, le rughe ai lati degli occhi si facevano più fitte e i capelli stavano lentamente perdendo le sfumature dorate, lasciando il posto al grigio, colonizzatore tiranno delle piccole ciocche nelle tempie.
Quanto vorrei non doverla lasciare ogni lunedì.
Mi chiede il perché della mia presenza in casa, visto che dovrei essere all’Università. Le rispondo vagamente, cominciando a blaterare su delle commissioni in città, non potrei mai rivelarle che in tutto sto casino mi ci hai trascinato. Faccio per sedermi a tavola che subito mi squilla l’Iphone tra le mani, intravedo le cifre del tuo numero, insieme al messaggio che mi comunica il luogo e l’orario per vedersi.
“Alle 15.30 al laghetto che sta alla fine del sentiero” .
Si, perché da qualche annetto i miei avevano deciso di lasciare il centro abitato, per trasferirsi in una specie di baita alle soglie di una fitta boschiglia. Non so, forse credevano che così facendo avrebbero in qualche modo rimesso assieme i pezzi.
Ma così non è stato.
Tornando alla mia storia, dopo quel breve colloquio con quel che restava della donna che venticinque anni fa mi aveva dato alla luce, mi vesto in fretta con le prime cose che trovo ed esco dalla porta sul retro, e con fare stizzito m’incammino verso il sentiero.
Era strano e al contempo inquietante guardare tutta quella vegetazione corrodersi al contatto con il freddo, quasi come se al posto degli alberi ci fossero corpi lasciati nudi, con i denti che battono e la pelle indurita dalla temperatura sicuramente troppo bassa.
In men che non si dica arrivo a destinazione. Sei già lì che aspetti, i tuoi occhi scrutano ogni mio passo, ma non rivelano la ragione del nostro incontro. Perché hai deciso di tornare, perché proprio oggi?
Ti avvicini,accenni ad un abbraccio che però mi fa ritrarre e quasi scappare via dalle tue grinfie. Non parli, non vuoi permettermi di ascoltare la tua voce, non ne hai intenzione. E’ come se fossi al cospetto di un mostro creato dal mio inconscio, rappresentazione fittizia di tutto il casino dei pensieri che mi porto nelle tasche della mente e che con puntualità spunta durante le poche ora in cui vorrei trovare pace.
Vorrei interpretare, sforzarmi di trovare un collegamento, ma purtroppo non ne ho la possibilità.
Tutto ad un tratto, le tue labbra si aprono in un sorriso che però assomiglia di più ad un ghigno, e confesso che la cosa mi rende davvero diffidente nei tuoi confronti. Alzo lo sguardo, e vedo altre persone. Faccio fatica a distinguerli sulle prime, ma poi riconosco ogni singolo tratto del viso e ogni singola andatura.
Tutti i pezzi dell’insoluto puzzle che è il mio passato stavano tornando da me, come se volessero assistere alla mia morte. E così fu.
Lei, mente malata di questo assurdo piano, mi spinge con forza verso il laghetto, facendomi scivolare sul ghiaccio, che non riuscendo a sostenere il mio peso, si spacca in un secondo.
Annego, ho le gambe e le braccia che rimangono intorpidite in un tepore che piano le avvolge, rendendo ancora una volta la situazione precaria. Boccheggio, vorrei urlare a qualcuno di salvarmi, ma resto muto di fronte alla crudeltà dei miei aguzzini, che intanto assaggiano il sapore metallico della vendetta.