Ink—


L’inverno si nasconde sul retro di un vecchio bar, magari in un cassonetto alla fine dell’isolato, oppure in uno di quei barattoli del caffè che teniamo nella credenza.
E’ pronto a fare il suo ingresso trionfale nelle nostre vite, a sconvolgere i sentimenti degli spettatori con un monologo studiato per anni e anni, il colpo di scena che nessuno si sarebbe mai aspettato.
Magari è proprio una domenica mattina, c’è il sole ad illuminare l’azzurro delle pareti e , mentre gli occhi si aprono macchinosamente, un brivido t’avvolge beffardo ed è come se la lama di un coltellino ben affilato stesse tracciando i contorni delle ossa.
Allora ti accorgi del meccanismo di difesa attuato dalla tua pallida carnagione, dell’infinità di puntini comparsi, e del modo in cui è disposta la peluria aurea delle braccia.
Dall’altra stanza provengono rumori forti, rumori che sembrano quelli provocati da finestre che sbattono per il vento che soffia con fin troppa arroganza: e ti svegli di scatto. Non l’avevo mica previsto.
La tua mano scivola sulle lenzuola, mettendosi alla ricerca della mia. Poi, dopo un po’ di fatica, te ne appropri nonostante sia gelida.
Poi, con un gesto felino ti avvicini, m’abbracci e mi guardi con sguardo ancora assonnato, poi ti lasci sfiorare il viso e ancora intontita, mi sussurri : << fa freddo, si congela!>>
Sorrido.

Ora inizia un’altra battaglia da fronteggiare, nella nostra piccola polverosa ordinarietà.