Ordigno —


“Frosinone, 1946
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La guerra era finita da qualche anno, le città stavano ancora smaltendo le scorie di quegli anni violenti, e negli occhi dei bambini brillava ancora la paura di esser colpiti in un momento inaspettato. Ma, quella mattina stessa, il cielo aveva un colore diverso, nei ricoveri non si avvertiva alcun respiro infantile.
Erano lì, a giocar felici tra le macerie.
In un piccolo paese in provincia di Napoli, vivevano -assieme a mio padre — le mie tre sorelle.
Passarono molti anni, prima che potessi riabbracciarle, dopo che fui chiamato a servire la patria. Ma, purtroppo, sui loro volti non potei scorgere nient’altro che lacrime per la perdita di nostro padre. Restai a casa per qualche mese. Ma non potevamo andare avanti senza qualcuno che provvedesse al sostentamento della famiglia. Così, decisi di impegnarmi ancora come soldato. Mi inviarono a Frosinone, insieme ad altri compagni. Il nostro compito era quello di liberare i campi dagli ordigni che non erano esplosi, durante i precedenti attacchi aerei. Era una missione davvero rischiosa, ma almeno portavo la “pagnotta” a casa.
Ogni sera, scrivevo una lettera per la mia famiglia; volevo che sapessero della vita che facevo qui e della donna a cui avevo promesso il mio cuore in eterno. Si, volevo sposarla subito dopo il congedo che mi era stato promesso. Ma non fu così.
Una mattina, mentre i miei passi diventavano frettolosi tra i campi e il vento soffiava forte, fui sbattuto violentemente in terra da un’esplosione a pochi passi da me. Poi, ancora un boato.

Napoli, 1948
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Era di Lunedì, quando arrivò il postino in salumeria. Portava una lettera sotto braccio, e la sua espressione non faceva pensare a nulla di buono. Raccolsi la lettera nel palmo delle mani, la poggiai sul bancone e aspettai al chiusura.
Salii a casa di Anna, la sorella minore, e insieme alle altre sorelle, sedemmo a tavola. Io, Cristina, aprii la busta — essendo l’unica in grado di leggere correttamente- e subito rimasi impietrita dal suo contenuto. L’unico errore che non potrò mai perdonare a me stessa, fu proprio quello di leggere l’ultima frase. E con lo stesso timbro con cui si pronuncia una sentenza, dissi : “La morte di Pasquale è stata un fulmine”.
La rabbia per la perdita di nostro fratello s’accese sui volti di Anna e Giuseppina, che scoppiarono entrambe in un pianto fragoroso che riuscì a svegliare l’intero rione.”

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