Dovremmo essere tutti femministi (?)

Se c’è una cosa che mi rilassa, è guardare la couture. Poche altre cose al Mondo riescono a trasportarmi così velocemente in un mondo altro, lontanissimo che per una manciata di secondi sembra a portata di mano.

Ogni stagione, osservo gli scatti di street-style per scovare quell’accessorio o capo d’abbigliamento destinato a diventare cult. È facilissimo da riconoscere: lo vedi addosso a tutte, modelle e influencer, e poche settimane dopo arriverà anche da Zara in una versione più povera e meno bella. Ma il punto è che prima o poi, nell’arco di un paio di mesi, tutte o quasi avranno quell’oggetto o un suo fac-simile.

Quest’anno è toccato alla t-shirt disegnata da Maria Grazia Chiuri per Dior con la scritta “We should all be feminists”: la stessa frase chiave del TED Talk di Chiamamanda Ngozi Adichie e il dibattito si è acceso. È giusto, in un momento delicato come quello attuale, scrivere un messaggio così importante su una maglietta da 700$?

Molti hanno parlato di strumentalizzazione: far indossare a modelle e influencer una maglietta da 700$ con un messaggio caldo come questo, porterà alla maison notevoli introiti anche solo a livello d’immagine e in un mondo competitivo come quello della moda, stare davanti a tutti è sempre fondamentale. Certo, non tutti i femministi acquisteranno una maglietta da 700$ cucita chissà dove per dimostrare da che parte stanno ma il punto è che chi potrà permetterselo, lo farà sicuramente. Perché è Dior, perché il femminismo è di moda, perché Chiara Ferragni ha indossato la stessa maglietta.

Stavo già accendendo le torce e lucidando i forconi quando mi sono chiesta: “E allora dov’è il problema? Il problema sta nel fatto che una maglietta di cotone costata al più 1$ viene venduta a 700$ non di certo nel messaggio. E che c’è di male se una ragazzina che di femminismo non sa niente l’acquista solo perché l’ha vista addosso a qualcuna?”.

Non sono riuscita a darmi una risposta chiara e sono rimasta di stucco nello scoprire che una parte di me abbia risposto che no, lei non ci vede niente di male.

Immediatamente, mi sono tornati in mente gli anni del liceo: sono stati anni funesti per la chefiah o kefia. La vendevano al mercato in mille colori diversi e praticamente tutti ce l’avevano. Anche io. Nessuno aveva la più pallida idea di cosa rappresentasse, nessuno di noi sapeva che si trattasse di un simbolo del patriottismo palestinese, che sarebbe poi diventata il simbolo di Arafat stesso. Noi la compravamo di tutti i colori senza avere la più pallida idea che in Medio Oriente il colore indichi molto spesso le idee politiche della persona che la indossa. Per un periodo ho avuto una cotta per un ragazzo che, addirittura, aveva la combo maglietta di Che Guevara rosso fuoco, parka verde militare e kefia bianca e nera.

Per me e per molti altri, la kefia era solo una sciarpa alla moda, eppure questo non mi ha impedito, a un certo punto, di andare a cercare da dove venisse e, alla fine, ho smesso di indossarla perché mi rendevo conto che non c’entravo nulla con il messaggio che rappresentava.

Com’era stato per la kefia, qui il problema non sta tanto nella motivazione della stilista che l’ha messa in produzione o delle influencer che la indossano ma nella nostra percezione. Chiuri ha celebrato il suo essere la prima donna a capo della maison con un messaggio d’impatto e se anche solo una donna avesse cercato quella frase su Google e ascoltato il discorso di Ngozi Adichie grazie a quella maglietta, sarebbe una vittoria per Chiuri, per Dior e anche per noi.

Spesso giudichiamo sbagliato un messaggio semplicemente perché ci viene da una fonte inaspettata. È un pregiudizio innato che ho anche io. Quando mi sono iscritta a Twitter, ho provato un forte bisogno di affermazione. Non volevo diventare un’influencer però mi sono chiesta per mesi cosa avrei dovuto scrivere e ho avuto la sensazione di dover scegliere: parlare di politica e contemporaneamente raccontare aneddoti divertenti mi sembrava assolutamente impraticabile e assurdo perché io stessa storco il naso quando qualcuno che seguo si allontana dalla sua solita “linea editoriale”.

Alla fine, ho scelto di tenere per me e per i miei amici quello che davvero penso su temi delicati e uso i social come uno svago per raccontare aneddoti divertenti o fare il live tweeting di programmi e eventi importanti. Nessuna delle (poche) persone che mi segue sa quanto conti per me la politica, quanto mi batto per ottenere maggiori aiuti allo sviluppo ma sanno che una volta ho dimenticato di lavarmi i denti prima di un incontro importante, che ho guardato la nuova serie di Gilmore Girls e non mi è piaciuta, che impazzisco per la couture di Elie Saab.

Sono consapevole che dietro ogni account Instagram, Twitter o Snapchat ci sia una persona reale con i suoi pensieri e opinioni, eppure ho la sensazione di essere uno spettatore che se insoddisfatto se ne va. Nella vita reale, non smetterei di uscire con un amico appassionato di moda perché improvvisamente si mette a parlare di politica; su Twitter, storcerei il naso e forse smetterei di seguirlo.

E non credo che il mio atteggiamento sia un’eccezione. È molto facile stereotipare persone che conosciamo solo attraverso i social e sono gli stessi influencer ad alimentare questa mentalità perché vengono letteralmente pagati in base a quanto ci piacciono i loro contenuti. Nessuno di noi sa veramente cosa pensi Chiara Ferragni e la verità è che non ci interessa. La seguiamo perché vogliamo vedere cosa indossa ogni giorno, cosa usa sui capelli, come si trucca, cosa mangia: storceremmo il naso se si mettesse improvvisamente a parlare di femminismo o di politica e la inviteremmo più o meno velatamente a tornare ad occuparsi di quello per cui è famosa e per cui la seguiamo, i vestiti.

La società è piena di persone senza il minimo dovere civico e la minima voglia di informarsi sulla situazione socio-politica attuale ma è stupido vedere il lavoro come una sorta di indicatore culturale. Conosco persone che lavorano nella moda perfettamente consce del mondo in cui viviamo e studenti di comunicazione che hanno l’arroganza di dare un giudizio su tutto e insistono nel dirti che la Turchia fa parte dell’Unione Europea.

La verità è che dietro molte foto di avocado toast e bicchieri di Starbcuks ci sono persone normali che si piazzano in angoli strategici della casa per non farti vedere su Snapchat la pila di panni da stirare e persone che leggono anche il giornale oltre al numero di Vogue che instragrammano puntuali ogni mese. E non spetta a noi dire che non sono all’altezza di un messaggio simile, perché in verità non sappiamo davvero chi sono e siamo noi a volerle sempre frivole, allegre e rilassate.

Ma è pur vero che l’obiettivo di una maison è quello di fare successo e non metto in dubbio che Dior abbia, almeno in parte, strumentalizzato il femminismo per raggiungerlo (altrimenti le t-shirt sarebbero vendute a 50$ e non 700). Ma spetta davvero a noi decidere se Dior e la moda in generale sono troppa frivoli per schierarsi a favore del femminismo? Non credo.

Anzi, giudicandoli, alimenteremmo gli stessi pregiudizi e le stesse regole che tanto vogliamo abbattere. Nessuna donna deve essere accusata per appoggiare un messaggio che secondo noi non le appartiene, nessuna donna dovrebbe essere giudicata per cosa indossa o cosa dice e lo stesso vale per le persone di ogni colore di pelle, per uomini e donne gay, per i transessuali.

Alla fine, non è più una questione di solo femminismo ma di pura libertà di essere chi vogliamo, quando lo vogliamo e con chi vogliamo.

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