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Esiste una tipologia di lettore che non apprezza i libri, ma le “belle pagine”.
Non sono quel tipo di lettore e spero di non diventarlo mai: mi piacciono i libri interi, oppure non mi piacciono, e non ho mai avuto un approccio così analitico alla lettura da concepire un libro come un insieme di pezzi con pregi e difetti, a meno che non dovessi scriverne una recensione.
Tra l’autunno del 2014 e la primavera del 2015 ho letto 2666 di Bolaño, ma non voglio spendere nemmeno mezza parola su un libro bellissimo di cui tutti hanno scritto tutto.
Voglio parlare invece di questa pagina, che ciclicamente rileggo e che ogni volta mi piace come fosse la prima volta. Forse, mi tocca dirlo, è una delle pagine più belle che abbia mai letto; è allo stesso tempo romantica e angosciante come tutto il libro, e la risata dell’ultima riga sembra di sentirla.

La ricopio qui, anche se credo che sottratta al contesto perda un po’ della sua potenza. Immaginate una specie di occhio di ciclone, dove il ciclone è composto dalla descrizione dettagliata di centinaia di donne stuprate e uccise vicino al confine tra Usa e Messico negli anni Novanta, ma in realtà è un ciclone molto più vasto, che copre diverse epoche e decine di personaggi sottilmente collegati tra loro.
Nell’edizione italiana Adelphi in un unico volume è a pagina 458. La traduzione è di Ilide Carmignani.

In quel periodo Juan De Dios Martìnez continuava ad andare a letto ogni quindici giorni con la dottoressa Elvira Campos. A volte all’agente [Martìnez, ndr] sembrava un miracolo che quella relazione proseguisse. Fra mille difficoltà, fra mille malintesi, ma erano ancora insieme. A letto, pensava, l’attrazione era reciproca. Non aveva mai desiderato tanto una donna come desiderava lei. Se fosse dipeso da lui avrebbe sposato la direttrice [Campos, ndr] senza pensarci due volte. A tratti, quando passava molti giorni senza vederla, si metteva a rimuginare sulla differenza culturale che li separava e che lui riteneva il principale ostacolo fra loro. Alla direttrice piaceva l’arte ed era capace di vedere un quadro e sapere qual era il pittore, per esempio. I libri che leggeva, lui non li aveva mai nemmeno sentiti nominare. La musica che ascoltava gli faceva venire un piacevole sopore e in breve aveva solo voglia di dormire e riposarsi, cosa che però stava bene attento a non fare in casa di lei. Persino i piatti che piacevano alla direttrice erano diversi dai piatti che piacevano a lui. Cercò di adattarsi alla nuova situazione e a volte andava in un negozio di dischi e comprava qualcosa di Beethoven e di Mozart, che poi ascoltava da solo a casa. In genere si addormentava. I suoi sogni, però, erano placidi e felici. Sognava che lui ed Elvira Campos vivevano insieme in una capanna sulla sierra. Nella capanna non c’era elettricità né acqua corrente né altro che ricordasse la civiltà. Dormivano sopra una pelle d’orso coperti dalla pelle di un lupo. E a volte, quando usciva a correre nei boschi e lui non la vedeva, Elvira Campos rideva fortissimo.

La foto di sfondo è di Angelika Hörschläger.

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