Jeffrey Saulo, “Now”

Jeffrey Saulo è ossessionato dagli immaginari legati alla musica e dal 1971 raccoglie qualsiasi reperto in grado di mostrare il lato quotidiano della loro creazione e della loro evoluzione: biglietti, scontrini, foto, vestiti, registrazioni audio, videocassette. Di tanto in tanto li espone in luoghi piuttosto improbabili: nel 1981 ha affittato un intero supermercato in allestimento, nel 1990 un faro, nel 1995 le tribune dello Staples Centre. 
Non aveva mai pubblicato un libro e adesso che
Now (Hyppo publishing, 2016) è fresco di stampa, ho pensato di fargli qualche domanda.

Copertina di Now

Cosa ne pensi del fatto che ogni epoca passata ci sembri più affascinante di quella attuale? 
Quando guardiamo vecchie foto di personaggi che hanno influenzato interi periodi storici abbiamo la sensazione che parte del merito sia dell’epoca in cui sono vissuti. Sembra facile essere David Bowie in un mondo in cui l’androginia, il glam e i colori accesi facevano parte della vita di tutti i giorni, in cui i Beatles avevano appena finito di suonare sui tetti, in cui in tv c’erano ancora i Monty Python e al supermercato trovavi le zuppe Campbell’s usate da Warhol. Invece non era facile per niente. La vita di tutti i giorni offre degli spunti ma non delle ispirazioni.

A volte mi guardo attorno e vedo solo contesti privi di fascino, inutilizzabili, impossibili da trasformare in un’estetica ispirata e duratura. È come se non ci muovessimo più all’interno di un immaginario comune, ma in un contesto funzionale e privo di qualsiasi fascino. 
Non dare la colpa al contesto, chiediti piuttosto se stai guardando le cose nel modo giusto. Quello che arriva a noi dal passato sono solo ricostruzioni fatte a posteriori con l’intento di semplificare e uniformare. Il passato, come il presente, era un gran casino inodore, incolore e silenzioso. Prendi gli anni Settanta, ok? C’era chi ascoltava Bowie, chi non lo sopportava, chi si gasava coi Led Zeppelin, chi ascoltava folk. C’era gente di 25 anni che ascoltava Sinatra. C’erano amici più giovani di me che non ascoltavano proprio niente e la loro unica preoccupazione era trovarsi una ragazza da mettere incinta. C’era chi ascoltava Sgt. Pepper per la prima volta nel ‘72 e lo trovava ballabile. C’erano nonni che abbassavano il volume dei Soft Machine ai nipoti. C’era di tutto.

E allora perché il passato ci sembra così interessante? 
Marketing. Le band sciolte, i gruppi finiti, gli artisti invecchiati, sono stati rimpastati dal marketing per vendere di più: per questo sono arrivati a noi così ben definiti. Quella roba luccica in maniera sospetta, non credi? Io capisco perfettamente cosa provi quando guardi una vecchia foto. Pensi qualcosa come “wow, hanno tutti delle giacche fighissime, io se esco a farmi un giro vedo solo gente col piumino Patagonia che parla di vini” ma è solo una sensazione. La verità è che anche a New York negli anni Settanta, finiti i concerti, spenti i giradischi, ti aspettava una realtà fatta di ambienti asettici, pulizia dei denti, discorsi noiosi e genitori apprensivi.

The Doors (foto contenuta in Now)

Come mai questa volta hai deciso di fare un libro e non una mostra? 
Ho sempre raccolto oggetti fisici. Il mio lavoro si è sempre basato sulla concretezza. Questa volta volevo fare qualcosa di più astratto e soggettivo. Avevo in testa una selezione di foto più o meno famose che mi sono sempre sembrate strane perché mostravano i miei miti personali da un’angolazione insolita. Un’idea di questo tipo ha bisogno di pagine non di cornici.

La prima volta che hai visto le foto che hai selezionato che cosa hai provato? 
Ogni foto mi ha dato sensazioni diverse, ma se devo proprio scegliere una parola che le riassuma direi “familiarità”. C’è una foto di Iggy Pop che è pazzesca. Se ti capita, guarda l’arredamento. È la vecchia camera di tuo papà a casa di tua nonna, ma al posto della nonna c’è Iggy Pop.

Iggy Pop (foto contenuta in Now)

È una sensazione che aggiunge o toglie qualcosa? 
Aggiunge. È come ascoltare il demo di una canzone famosa. Sono sempre più convinto che il vero mistero non sono le canzoni o i dischi. Il vero mistero è il carisma. E il carisma lo percepisci soprattutto nei momenti non ufficiali, nei disegni a bordo pagina, nelle canzoni scartate, nelle foto dimenticate, nelle locandine dei tour e in certi dettagli sparsi qua e là.

Qual è la tua definizione di carisma? 
La mia definizione di carisma è non rispondere a questa domanda.

Bob Dylan (foto contenuta in Now)

In Now non ci sono però solo foto non ufficiali o di backstage.
Questo è un punto molto importante per me. Il tema non è far vedere il dietro le quinte, ma far vedere foto in cui l’immaginario ufficiale di quel particolare artista sembra improvvisamente sparito. Istanti in cui la normalità batte la fantasia 10 a 0. Per quello dico che si tratta di un approccio molto soggettivo. Ci sono ad esempio alcuni frame presi da Youtube, dove per un istante ho sentito di percepire una vicinanza e una familiarità che in altre occasioni non percepivo. Un po’ come se quelli nella foto non fossero Jimi Hendrix o Patti Smith ma due amici.

Dave Gahan (frame di Youtube contenuto in Now)

Quando hai capito che questo sarebbe stata la tua strada?
Nel ‘66. C’è una foto famosa dei Velvet Underground, che alla fine non ho incluso in Now, in cui si vede Nico che passa una sigaretta a Lou Reed, mentre Warhol ascolta annoiato un giovane Lester Bangs. Sullo sfondo, nero e confuso, si vede un televisore acceso e una testa in gesso di Duchamp. All’epoca avevo quindici anni e per una serie di circostanze che ora non ricordo in quella stanza c’ero anch’io. Bene. Quello che nella foto ad esempio non si vede è Billy, il cugino di Warhol, tornato in infradito da Rockaway Beach per pagare la bolletta del gas. Oppure che delle dieci persone, cinque sono profondamente scazzate (me compreso) e non vedono l’ora di tornare a farsi gli affari propri. Perché è domenica pomeriggio, fa caldo e Warhol è un gran rompicoglioni. Oppure la donna delle pulizie della Factory, infastidita dalla gente che intralcia il suo lavoro e obbligata da Warhol a nascondersi dietro al telo in quanto fuori luogo. Voi pensate di stare guardando un backstage, un istante di una realtà che era 24 ore su 24 così, un privé di un’imperdibile festa alla Factory su cui proiettate ad esempio la festa che vorreste fare a casa vostra dopodomani o la serata che vi piacerebbe passare, o quello che vorreste essere, e invece state guardando una posa. Una posa che però influenza il vostro modo di ascoltare i Velvet e che aiuta a farvi arrivare meglio il loro approccio, le loro intenzioni, la loro musica, il loro stile. Stile che poi se avete sedici anni, o se siete degli stupidi, riproporrete ai vostri coetanei, facendo finta di essere sempre stati così anche voi. Stile su cui costruirete in parte il vostro carattere, fino alla prima batosta in cui capirete che non potete essere quella cosa lì, perché siete nati a Vienna, siete viennesi, tanto per dirne una, vi piacciono il muschio e i ruscelli! E piangerete, e vorrete essere persone normali, basta con quello schifo, conta solo la musica, vi scuserete con gli amici e così via. Capisci quanto potente è questa roba?

Brian Eno (foto contenuta in Now)
John Bonham (foto contenuta in Now)
David Bowie (foto contenuta in Now)

Non capisco se è una cosa bella o brutta.
Non lo so nemmeno io. Proviamo a restare coi piedi per terra. Diciamo che è confortante sapere che la domenica pomeriggio anche i Velvet Underground, nella New York degli anni Sessanta, potevano annoiarsi.

Qual è la parte più difficile del tuo lavoro?
Mantenere un criterio di catalogazione coerente per cinquant’anni, direi. In particolare c’è una cosa che io chiamo “incroci” che ogni volta mi manda via di testa. Un incrocio è quando un reperto appartiene a più linee di classificazione. Esempio: la locandina di un tour appartiene di sicuro alla linea “locandine”; ma da qualche tempo sto raccogliendo reperti che citano in maniera esplicita fatti storici del presente. C’è questa locandina di un concerto dei primi anni Novanta dei Blondie ispirata alla guerra del Golfo. Quella locandina costituisce un incrocio e appartiene a due linee di classificazione. Cosa faccio nella pratica? La fotocopio. Metto la fotocopia nella categoria “locandine” e l’originale nella nuova categoria “reperti che citano fatti storici”. Ho fatto il calcolo che in cinquant’anni il 28% dei miei reperti è di fatto un duplicato. Forse ogni archivio, superata una certa dimensione, mette in atto delle meccaniche autogenerative. In qualche modo prende vita. È come se avesse l’esigenza di espandersi in orizzontale, non so se mi spiego. È il suo modo di respirare.

Non riesco a immaginarmi il tuo archivio. Che forma ha? È una stanza, un magazzino, una biblioteca? 
Facile, poi ti mando una foto [non l’ha mai mandata, ndr]. Ho un amico falegname che mi produce cassettiere in compensato a basso costo. È un sistema modulare: man mano che si espande l’archivio aggiungo pezzi. I moduli sono di due tipi: uno per piccoli oggetti e uno per grandi oggetti. Può farlo chiunque. Però per ora li fa lui. Dal ’78. Me li ha disegnati su carta millimetrata e mi ha lasciato i progetti apposta, nel caso decidessi di cambiare città o lui morisse prima di me.

Perché hai scelto proprio la musica e non qualcos’altro, che ne so, il design?
Perché costava meno e mi piaceva di più. Poi non è esattamente vero che ho scelto la musica. Ho scelto l’argomento. Ho scelto di occuparmi degli immaginari. E per un bel po’ di anni la musica ha dettato legge. Poi è arrivata la tecnologia e ultimamente ci sono le serie tv. Cerco sempre di adattarmi.

Come capisci quando un immaginario inizia a prendere piede? 
Faccio molta attenzione ai tagli di capelli degli amici dei miei due figli. E alle scarpe. Sono due ottimi indicatori. Poi, visto che i miei figli hanno entrambi superato i trenta, adesso sto dando lezioni di chitarra a un ragazzino di 17 anni e ad altri suoi amici apposta per vedere che cosa tengono appeso in camera e per scambiare due chiacchiere. E poi guardo molti profili di gente che non conosco sui social network.

Qual è la reazione delle persone quando sanno di questa tua passione?
Spesso pensano sia una cosa da serial killer. Le persone sono spaventate da tutto ciò che è metodico. Lo trovano inquietante. È curiosa questa cosa che se uno disegna donne morte sui muri potrebbe essere un tipo interessante ma se ha un archivio sensato e ordinato è un potenziale serial killer.

È un immaginario anche questo. 
In un certo senso sì. Vedi un paio di film da bambino e non ti accorgi nemmeno che questa roba te la porti dietro nella vita reale, e la usi per relazionarti alle persone.

Da qualche parte ho letto che hai dato un nome al tuo archivio? 
Sì, si chiama Bianca.

Perché Bianca?
Ho un’altra figlia a Chicago che dovrebbe chiamarsi così.

Qual è il tuo reperto preferito? 
Un audio di una festa del 1973 in cui si sente l’inizio di Dark side of the moon e la voce di una mia amica che racconta cosa si prova a mangiare i formaggi francesi.

Pink Floyd (foto contenuta in Now)
Pink Floyd (foto contenuta in Now)

Non hai paura di contribuire alla perdita generalizzata di “romanticismo”? 
A parte che credo che questa perdita generalizzata non ci sia — nonostante tu e altri vi ostiniate a mettere questa parola tra virgolette… perché ragazzi, perché? — penso che il mio lavoro possa piuttosto contribuire a ottenere l’effetto opposto. Far vedere come le cose che riteniamo mitiche siano state in realtà molto più normali di quanto crediamo secondo me dà fiducia a chi pensa, nonostante tutto, di poter lasciare una traccia o anche solo di avere qualcosa da dire.

Syd Barrett (foto contenuta in Now)

Concludo con una domanda ovvia, però mi interessa il tuo punto di vista. Cosa ne pensi della nostalgia? 
La nostalgia è pericolosa. È quel tipo di semplificazione che ti condiziona la vita. Per come la vedo io, ogni momento è una stratificazione talmente complessa di elementi, di sensazioni, di cose che vedi e che assorbi, che non puoi sentirne la mancanza in generale. Può mancarti una cosa ben precisa, tipo quella marca di caramelle che non producono più, o quel negozio che ha chiuso, o quel paesaggio che è stato deturpato dalla costruzione di un’autostrada. Un oggetto può mancarti, ma non una persona o tantomeno un periodo! Quelli che dicono, non so… “Quanto mi mancano gli anni dell’università” non li capisco. Hai idea di quanta roba bella e brutta c’è dentro “gli anni dell’università”? Hai idea di come i tuoi “anni dell’università” siano stati contemporaneamente gli anni di un mucchio di altre cose per un mucchio di altre persone nel mondo? La realtà si sviluppa esponenzialmente. “Ho voglia di tornare agli anni dell’università” è come dire “Ho voglia di un ristorante”. Come fai a volere un ristorante? Al massimo hai voglia di una pizza o di una bistecca.